Forlì ieri e oggi

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Quando don Biagio avviò la costruzione della chiesa di Vecchiazzano in piena guerra

Nel 1931 gli viene affidata la comunità di San Nicola di Bari in Vecchiazzano, dove opererà pastoralmente per ben 47 anni, sino al 1978. “Mi venne l’idea di cominciare la nuova chiesa in piena guerra – scrive lo stesso don Biagio nei suoi diari – pensando che il continuo deprezzamento della moneta mi rendesse più facile pagarla. La indovinai”

Solo un uomo di grande fede come don Biagio Fabbri poteva pensare di avviare la costruzione della nuova chiesa parrocchiale di Vecchiazzano in pieno conflitto mondiale. Nato a San Martino in Villafranca il 27 aprile 1902 da genitori contadini, fu ordinato sacerdote il 21 marzo 1926. Nello stesso anno fu mandato parroco a Malmissole. Nel 1931 gli venne affidata la comunità di San Nicola di Bari in Vecchiazzano, dove opererà pastoralmente per ben 47 anni, sino al 1978. In un bombardamento dell’agosto 1944, la sua casa natale, a San Martino in Villafranca, fu completamente distrutta, con la perdita dell’intera famiglia, composta da 9 persone.

Rimasto solo, impiegò la somma ottenuta dai danni di guerra per terminare la chiesa e per costruire il campanile. Ristrutturando parte della vecchia chiesa edificò la canonica, e agli inizi degli anni ’60 realizzò il teatro parrocchiale con annesso il circolo ricreativo. Ma la sua opera più significativa dal punto di vista sociale, realizzata con mezzi personali, rimane la costruzione della Scuola Materna. “Quando don Biagio giunse a Vecchiazzano – scrive l’indimenticabile Giberto Giorgetti in “www.vecchiazzano.it” - la chiesa era in pessime condizioni, e siccome non era possibile una radicale ristrutturazione, decise di costruirne una nuova di fianco alla vecchia, nello spazio occupato in parte dal cimitero parrocchiale, che da qualche anno era stato spostato dal Comune dietro alla chiesa”. Dell’antica pieve di San Nicolò si hanno notizie a partire dal XII secolo. “All’interno – continua Giorgetti – era affrescata come quella di Sant'Agostino in Fiumana. Un frammento di affresco risalente al XV secolo, forse della scuola di Baldassarre Carrari, è tutt'ora conservato nella canonica”.

“Mi venne l’idea di cominciare la nuova chiesa in piena guerra – scrive lo stesso don Biagio nei suoi diari, pubblicati pressoché integralmente da Salvatore Gioiello nel libro “Un uomo, un prete, un testimone” – pensando che il continuo deprezzamento della moneta mi rendesse più facile pagarla. La indovinai. Il momento era opportuno anche perché tutti allora avevano soldi, tutti erano generosi, perché sentivano il bisogno di Dio per sé e per i propri soldati”. Il sacerdote espone l’idea al vescovo di Forlì mons. Giuseppe Rolla, “che si arrese alle mie buone ragioni”. Il 26 aprile 1942 avvenne la posa della prima pietra, su progetto dell’ing. Luigi Cervesi. I lavori andarono avanti fra mille intoppi, determinati dalle difficoltà di reperimento dei materiali. Il 4 agosto si terminava il tetto e i lavori vennero sospesi. “La guerra dilagava ovunque: non restava che mettersi in attesa che si chiarisse la situazione. Per le ristrettezze e la cattiva qualità di tutto, era imprudente proseguire i lavori. Ed io avevo finito i soldi”.

Don Biagio Fabbri alla data ferale dell’8 settembre 1943 annota che “il fascismo, risorto insieme con i tedeschi che ormai ci avevano invaso tutto, avrebbe continuato la guerra sino allo sterminio; di certo anche di qui sarebbe passata. Perché continuare a costruire col pericolo che tutto venisse distrutto? Ormai era impossibile procurarsi l’occorrente”. Nella primavera del 1944, la guerra si fece sentire pesantemente anche a Forlì. “Venerdì 19 maggio 1944 – scrive Giorgetti - alle ore 10 circa, subimmo il primo bombardamento aereo degli alleati. Le zone più colpite furono quelle di San Pietro e della stazione ferroviaria. Alla fine dell’incursione si contarono 140 morti e circa 250 feriti. Rimase ucciso anche un giovane diciassettenne di Vecchiazzano, un certo Giuseppe Mosconi, mentre con la bicicletta tentava di fuggire da porta San Pietro”.

La paura collettiva determinò nei cittadini uno sfollamento generale verso le campagne e i centri rurali limitrofi. La chiesa di Vecchiazzano, ancora allo stato grezzo, venne requisita dal Comune di Forlì per trasferirvi una parte della biblioteca pubblica di corso della Repubblica, all’epoca intitolato al re Vittorio Emanuele: “Il primo maggio 1944 – annota don Biagio – fu trasportato il materiale. La chiesa fu riempita di scaffali e libri sorvegliati da un custode. Nel luglio 1945 furono riportati in città i libri e nei giorni 5, 6 e 7 settembre venne vuotata completamente”. A guerra terminata si ripresero i lavori di ricostruzione ad opera dell’impresa edile “Pantera” di Vecchiazzano: la nuova chiesa fu aperta al culto e inaugurata nel 1952. 

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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