Forlì ieri e oggi

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Palazzo Albertini da Casa del Fascio a Camera del Lavoro

Cosa c’entra il quattrocentesco Palazzo Albertini con il Novecento forlivese? Divenuto di proprietà comunale nel dopoguerra, oggi è un'importante sede espositiva

Cosa c’entra il quattrocentesco Palazzo Albertini con il Novecento forlivese? Chiunque si metta sotto lo sguardo pensoso del triumviro Aurelio Saffi, al centro della piazza omonima e osservi l’edificio, riconosce che la facciata è rinascimentale. Un occhio esperto è in grado di cogliere anche lo stile architettonico veneto, pressoché unico nel suo genere a Forlì e in tutta la provincia. Il nome del progettista che lo realizzò, fra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, rimane sconosciuto. “E’ stata avanzata l’ipotesi – scrive l’indimenticabile Mariacristina Gori in “Palazzi di Forlì”, edito dalla Cassa dei Risparmi nel 1995 – che gli artefici siano Giacomo Bianchi da Dulcigno e Cristoforo Bezzi (Pasini, 1927), o Mauro Coducci (Missirini, 1971), o più in generale un architetto veneziano (Pistolesi-Ricci, 1980), ma nessuna di queste ipotesi ha trovato riscontro nella documentazione archivistica e nelle cronache”.

E’ invece certo che la famiglia Albertini, da cui il nome dell’edificio, esercitò l’arte farmaceutica fra la fine del XV e l’inizio del XVI secolo. La spezieria che fece ricchi questi signori era posta sull’attuale corso Diaz: fra i clienti più assidui degli abili speziali figura persino la “Lady di Ferro” Caterina Sforza. L’insegna dell’esercizio era rappresentata dal celeberrimo affresco del “Pestapepe”, per anni attribuito al grande Melozzo da Forlì. Il palazzo, unitamente al contiguo edificio del Podestà, rimase di proprietà degli Albertini sino agli inizi del Settecento: lo spartiacque storico fu la morte di Anna Dall’Aste, vedova dell’ultimo discendente dell’illustre casata, che lo lasciò in eredità a Cristoforo Merlini. All’inizio dell’Ottocento acquistò il tutto Stefano Francia: al nobiluomo va il merito di aver avviato al piano terra dell’edificio il leggendario Caffè dei Patrioti, così denominato dai liberali che lo frequentavano. Il 5 gennaio 1819 qui fu istituita la Società Cittadina, che poi mutò nome in Circolo Cittadino. Nei primi anni dell’Unità d’Italia, Palazzo Albertini fu comprato da Leopoldo Pettini. Nel 1890 presso l’edificio si costituì un altro storico sodalizio forlivese: la Società de Pestapevar. Nell’ottobre 1929, la palazzina, entrata nel frattempo nella disponibilità della Banca Commerciale Cooperativa, fu alienata al Segretario provinciale del Partito Fascista Arnaldo Fuzzi, che dispose la sua trasformazione in Casa del Fascio e sede provinciale del Partito Nazionale Fascista. “Il progetto di restauro della facciata – scrive Ulisse Tramonti in “Itinerari di Architettura Moderna” – fu affidato all’Arch. Luigi Corsini, che optò per mantenere nella loro conformazione originale le prime tre specchiature sul prospetto adiacente al Palazzo del Podestà”.

La mancanza di notizie certe sull’edificio portarono il professionista ad aggiungere le due arcate ulteriori verso Palazzo Talenti Framonti. Mariacristina Gori parla invece di “completamento del prospetto con l’integrazione in stile delle parti decorative e delle modanature nelle cinque campate del portico, delle due cornici mancanti delle finestre del piano nobile (alle quali fu aggiunta anche la colonnina centrale), e di altri quattro archi con il relativo parapetto in cotto nella loggia al secondo piano”. La riprogettazione degli interni venne affidata all’arch. Ariodante Bazzero, che li rifece ad uso e consumo della nuova funzione di sede di partito. Spiccano lo scalone rivestito di marmo lucido del Carso, “corredato – continua Tramonti – di un bel parapetto in ferro battuto di gusto floreale”. Al primo piano trovarono posto una sala riunioni, una per la lettura e un’altra per il tempo libero. Il secondo fu occupato dagli uffici del direttorio e della segreteria federale del giornale “Il Popolo di Romagna”. Le onerose spese di recupero furono sostenute con il contributo di fascisti facoltosi e di sottoscrizioni pubbliche. Lo stesso Benito Mussolini contribuì con settemila lire di sua tasca. Nell’immediato dopoguerra, divenuto di proprietà comunale, quasi a sottolineare il passaggio simbolico dalla dittatura fascista alla democrazia l’edificio è stato per quasi un decennio sede della Camera del lavoro forlivese. Il primo segretario, per preciso volere del Comitato di Liberazione Nazionale fu l’esponente comunista Luciano Lama.

Nell’ottobre del 1954, il Governo Scelba sfratta tutte le organizzazioni dagli edifici pubblici. Il 4 novembre dello stesso anno, il consiglio delle leghe della Camera del lavoro di Forlì decide la disobbedienza civile non violenta contro la decisione governativa. Nell’aprile del 1955, lo sfratto diventa esecutivo e la Lega delle Cooperative emette un comunicato nel quale si dichiara disponibile ad ospitare provvisoriamente gli uffici della Camera del lavoro. “Portando a mano tavoli e sedie gli uomini del sindacato si trasferiscono presso la Lega delle Cooperative situata in Via P. Maroncelli, angolo via Ercolani”. Oggi palazzo Albertini è un'importante sede espositiva. La sala al piano terra è adibita ad uso polifunzionale (nel corso delle recenti festività natalizie ha ospitato la Rassegna Presepi) ed è a disposizione di associazioni culturali o di singoli artisti che desiderano esporre le proprie opere. L'accesso alle sale del primo e del secondo piano è invece sospeso per lavori di consolidamento strutturale e di miglioramento sismico, rientranti nel progetto dei “Bandi di rigenerazione urbana”.

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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