Forlì ieri e oggi

Forlì ieri e oggi

Palazzo Orselli, un glorioso edificio dove ora sorge un giardino pubblico

Con la definitiva partenza dei religiosi dalla città, poco prima dell’ultima guerra, l’edificio passa alla Curia vescovile che non sa cosa farsene e lo cede al Comune. Arrivano i bombardamenti alleati

Palazzo Orselli, chi l’ha visto? Al suo posto un giardino pubblico. La foto più bella dello scomparso edificio, tratta dal primo volume di “Forlì Città e cittadini tra 800 e 900” di Elio Caruso, riaccende i riflettori su una dimora nobiliare posta sulla centralissima via delle Torri, di cui non rimane la benché minima traccia. “Alcuni anni fa – scrive lo storico Paolo Poponessi nel libro “E’ Borg dal sarach”, dato alle stampe nel 2004 da Almanacco Editore - l’Amministrazione Comunale di Forlì installò per le vie principali del centro grandi borchie cementate nella pavimentazione; su di esse erano incise sommarie informazioni e immagini di monumenti della vecchia Forlì ormai scomparsi”. In via delle Torri, fra le borchie cui fa cenno Poponessi compare anche quella relativa a Palazzo Orselli.

 “Proprio tra via delle Torri e piazza Cavour – continua lo storico – oggi si trova un ampio spazio a giardino. In questo vuoto c’era uno dei palazzi della vecchia Forlì in cui in principio ebbe dimora la nobile famiglia dei Brandolini. A questi nel 1783 subentrarono i Papini ed infine gli Orselli, illustre casato della nostra città di origine veneta, da cui uscì una schiera di uomini di chiesa, valenti soldati, benefattori e patrioti”. Artefice della bella facciata in stile neoclassico fu l’architetto Luigi Mirri (1752-1824), che in città ha lasciato innumerevoli altre testimonianze di pregio: il palazzo di Corso della Repubblica dove ha sede la Banca d’Italia, la chiesina del Miracolo in via Cobelli e infine la Spezieria dei Poveri vicino a Rialto Piazza, in corso Garibaldi. Nel 1924, Palazzo Orselli entra nella disponibilità della “Società Pro Juventute” della Congregazione dei Padri Filippini, che vi insediò il Collegio educativo maschile “Orselli”. Con la definitiva partenza dei religiosi dalla città, poco prima dell’ultima guerra, l’edificio passa alla Curia vescovile che non sa cosa farsene e lo cede al Comune. Arrivano i bombardamenti alleati, che lo danneggiano ma non in maniera irreparabile. Tutti gli alloggi secondari sono dati in comodato a forlivesi rimasti senza casa.

L’appartamento nobiliare, rimasto vuoto e pure con qualche decorazione di pregio, subisce danni tremendi dalle truppe polacche che vi si acquartierano all’interno, con accensione di fuochi, falò di porte, stipiti e quant’altro. Nell’immediato dopoguerra, Palazzo Orselli si è ritrovato al centro di un inaspettato ipermercato “ante litteram”, il leggendario “Borg dal Sarach”. In quella fila di negozi che si fronteggiavano sull’allora via Papini, poi dedicata a Maurizio Quadrio, si poteva star certi di trovare qualunque cosa. “Una banale strada acciottolata – si legge sempre nella pubblicazione dedicata al Borgo - era al centro assoluto dell’attenzione dei forlivesi. I negozianti che vi operarono furono innumerevoli e popolari. Subito prima dell’ultima guerra, faceva da anticamera il macellaio Pezzi, la cui bottega era posta in via delle Torri sulla destra della facciata del popolare “palazzaccio”, giusto a fianco del portone d’ingresso principale. Entrati nel borgo, sul lato Orselli spiccavano Zanelli il libraio, poi trasferitosi sotto il Palazzo comunale, Servadei il venditore di piatti, Martelli Roberto e Pippo Mezzetti con i loro fornitissimi alimentari, la cartoleria Zimelli, Stagnani con pulcini e sementi, la stamperia Monti già Cicognani, la celebre Medea con la sua varechina, Biffi con sapone e detersivi e Ferruccio il falegname, senza però dimenticare altri due macellai del calibro di “Bacocca” e Zanzani.

Sull’altro fronte vanno citati, da via delle Torri, Cestari con cappelli e berretti, Stenio Antonelli titolare dell’omonima bottega di tessuti, il quale, proveniente dal fronte opposto, ha sostituito nel 1955 Ricci Dante. E poi, a seguire e tutti d’un fiato, “Fiuretta” col baccalà, Zannoni coi filati, Brani Amleto detto Minguzz, la Gnafa col baccalà e le saracche, Maciarol col suo bellecott, pietanza pesante ma ricercata fatta di trippa e sanguinaccio, Monti col burro, il venditore d’olio Mazzamurro e infine la Maria della pasta. Dulcis in fundo, la Zaira e la Bomba”. Nella primavera del 1965, da una verifica tecnica operata dall’ufficio tecnico del Comune, Palazzo Orselli risulta talmente ammalorato in strutture portanti ed arredi, da indurre la stessa Amministrazione a disporne la demolizione. Nel “guasto” dell’edificio sorge un parcheggio custodito, che non lenisce la desolazione di quel vuoto. Qualcuno ipotizza di farci il nuovo teatro comunale, in sostituzione del precedente andato perduto l’8 novembre 1944, ma i saggi del terreno rivelano che non è adatto a sostenere fondazioni di peso. Invece che a teatro, con delibera del consiglio comunale del giugno del 1971 si decise di destinare quell’area a verde. “Fu una decisione non da tutti condivisa – precisa Paolo Poponessi - e quindi presa tra polemiche e vivaci discussioni; conseguenza di quelle discussioni fu che, con quella simpatica ironia che è qualche volta tipica della provincia italiana, il giardino pubblico qui progettato, prendendo spunto dal titolo di un bel film di De Sica uscito in quegli anni tratto da un romanzo di Bassani e dal cognome di un esponente di spicco della amministrazione comunale forlivese, fu popolarmente ribattezzato Il Giardino dei Finzi Cicognini”.

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