Forlì ieri e oggi

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Quando Benito Mussolini decise lo sventramento del chiostro di San Mercuriale

Il chiostro razionalista di San Mercuriale ha fatto discutere sin dalla sua apparizione, nel 1941. “Nel 1939 Mussolini ne decise l’apertura come conquista del popolo”.

E’ prassi che quando si parla di San Mercuriale, il monumento simbolo di Forlì, si faccia riferimento all’intero complesso abbaziale, che ricomprende la chiesa, lo splendido campanile in stile romanico-lombardo, unica torre del centro storico forlivese sopravvissuta alle distruzioni dell’ultima guerra, il chiostro e la canonica. Un tempo, quando era in possesso dei monaci benedettini di Vallombrosa, fondati nel 1039 a Firenze da San Giovanni Gualberto e giunti a Forlì nel 1176, il complesso abbaziale era costituito anche dal cimitero e da un ospedale per l'accoglienza dei pellegrini. Poco si conosce del primo chiostro, coevo della chiesa ricostruita nel 1176 dopo il disastroso incendio del 1173, che aveva interessato non solo il centro di culto, ma pure gli edifici circostanti.

“Nel 1582 - scrivono nel 1960 don Bruno Bazzoli e il prof. Sergio Selli in ‘L’abbazia di S. Mercuriale’ – si ha notizia della costruzione del chiostro interno fatto da un certo maestro Simone, di origine lombarda e una più tarda di certo maestro Francesco, di origine fiorentina”. “La loggia appoggiata al campanile – aggiunge Ettore Casadei nella sua ‘Guida di Forlì’ - fu aperta in occasione dell’adattamento di una parte del convento ad uso biblioteca pubblica, per custodirvi la libreria donata ai religiosi da Girolamo Mercuriali, sotto l’espressa condizione che i medesimi tenessero tre lezioni di fisica e di logica per settimana”.

Entrambe le fonti appena riportate testimoniano che l’abbazia di San Mercuriale è stata per secoli motore culturale della città. Negli ultimi decenni del XVI secolo, il chiostro fu decorato ad affresco con le Storie della vita di San Giovanni Gualberto in 30 lunette, alla cui realizzazione collaborarono Livio Modigliani e Andra Baini. Nel 1796 le truppe francesi guidate da Napoleone scesero in Italia e cominciarono a sciogliere gli ordini ecclesiastici e a requisirne i beni. A Forlì furono cacciati persino i monaci vallombrosiani. Alla guida dell’abbazia, divenuta parrocchia, subentrarono sacerdoti diocesani nominati dal vescovo. Giungiamo così al 1941, data funesta per l’integrità originaria del chiostro (dal latino “claustrum”, che significa cortile interno di chiesa o convento delimitato da un porticato): il disegno di revisione razionalista di Forlì città del Duce, avviato alla fine degli anni Venti, dopo aver distrutto l’Isola Castellini per realizzare il nuovo Palazzo delle Poste e cancellato l’antichissimo Palazzo Baratti per costruire gli Uffici Statali, osò violare persino il monumento simbolo della città, San Mercuriale.

“Già nei primi anni del Novecento – scrive Sergio Tombari - l’isolamento del campanile ed il restauro del chiostro erano sentiti come problemi impellenti da risolvere”. La decisione di mettere in relazione le piazze Saffi e XX Settembre in vista dell’edificazione del nuovo Palazzo di Giustizia, fu suggerita dallo stesso Benito Mussolini: il capo del governo fascista, come riporta Ettore Casadei nella sua “Guida di Forlì”, avvallò la corrente di pensiero che sosteneva la necessità di “togliere lo scempio consumato sull’antico chiostro (il suo decadimento, n.d.r.), abbattere i muri che celano la vista dell’armonico cortile rinascimentale, dei loggiati e della classica cisterna; proteggere le arcate con un’artistica cancellata e far di questo luogo, tempio ed ara in onore dell’immortale spirito dei Martiri della Patria”. Dalle pieghe della cronaca emerge un illuminante articolo di mons. Bruno Bazzoli, pubblicato su “Il Momento” del 3 giugno 1997. L’ex abate, parroco di San Mercuriale dal 1952 al 1994 e scomparso il 25 luglio 2006 all’età di 91 anni, rievoca tutte le tappe della questione scatenata dallo sventramento del chiostro cinquecentesco: “Nel 1939 Mussolini ne decise l’apertura come conquista del popolo”. L’intervento fu condotto tra il 1939 ed 1941 su progetto di Gustavo Giovannoni e inaugurato dallo stesso Duce il 16 ottobre 1941.

La prima vittima di cotanta volontà di massa fu proprio il parroco del tempo, monsignor Adamo Pasini. Il grande storico e cultore d’arte, “oltre al danno inevitabile alla vita parrocchiale – scriverà don Bazzoli - subì anche quello alle opere d’arte”. Chiaro il riferimento alle 30 lunette sulla vita di San Giovanni Gualberto. “I dipinti – scrive Ulisse Tramonti in “Itinerari d’architettura moderna” - furono staccati e trasportati su centine di legno e lastre di eternit per poter essere restaurati”. Ritornati nella posizione originale al termine dei lavori, si deteriorarono in tempi brevissimi a causa dell’innaturale esposizione alle intemperie. Monsignor Bazzoli riuscì a salvarne una ventina trasferendole in chiesa. Il loro degrado era talmente avanzato, che mons. Quinto Fabbri, parroco di San Mercuriale dal 1995 al 2007, le riavviò a nuovo e difficile restauro non ancora concluso. Del vero “claustrum” vallombrosiano rimane solo la prima fila del triplice colonnato. 

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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