Il Foro di Livio

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1809: il volo della Speranza

Pensate ancora che Forlì non sia degna di un aeroporto in attività? Leggete qui per scoprire come il legame della città con le ali sia molto più radicato di quanto non si pensi.

Forlì è una città che può confermare la sua identità "alata". Non solo per l'aquila sveva, nera su campo oro, che contraddistingue lo stemma. Non solo per Icaro la cui statua dà le spalle a quello che fu il Collegio aeronautico. E' del 1909 il primo volo del dirigibile "Leonardo da Vinci", il numero uno di quel Forlanini ingegnere milanese che a Forlì trovo l'amore e che qui visse. Se, inoltre, nello stesso anno saliva in aria il primo "pallone sferico italiano", almeno da quanto si deduce passeggiando tra i suggestivi mosaici di quello che era il Collegio aeronautico, cento anni prima successe una cosa simile a Forlì. Nel 1809, una specie di clessidra volante nacque e volò a Forlì per opera di un marchigiano, Pasquale Andreoli, pioniere dell'aviazione, professione ascensionista. Nato nei dintorni di Falconara, la sua vita è degna di un romanzo. 

Dopo gli studi nel seminario di Ancona, divenne sacerdote nel 1794. Forse il suo sì alla vita consacrata era stato pronunciato troppo in fretta: una ragazza di Bologna gli fece perdere la testa. S'innamoro, quindi cambiò vita nel 1799, anno in cui smise definitivamente i paramenti. Si trasferì sotto le due torri ove si avvicinò alla fisica, allo studio dell'aria e della matematica. Fu proprio nella dotta che divenne amico di un aerostiere, di uno di quei folli del cielo che, solleticati dalle idee dei Montgolfier, s'applicava per vincere la forza di gravità e per dare all'uomo le ali. Erano passati vent'anni da quel 21 novembre 1783, giorno in cui, all'ora di pranzo, sul Bois de Boulogne comparve maestoso un grosso pallone azzurro e oro. Il giovane fisico Pilatre de Rozier e il marchese di Arlandes si sollevarono da terra fino a raggiungre i mille metri d'altezza, suscitando ammirazione per mezz'ora, là sotto quell'involucro di tela e carta gonfio d'aria calda. Il bolognese Francesco Zambeccari dettagliò al marchigiano i segreti del cielo. Doveva essere un personaggio affascinante queste Zambeccari: chissà quante cose avrà avuto da raccontare uno che, da Cadetto delle Guardie reali a Madrid impegnato nella caccia dei pirati del Mediterraneo, fu impegnato a difendere i territori spagnoli negli anni della rivoluzione americana a L'Avana; in seguito si stabilì a Parigi. Qui vide coi suoi occhi il prodigio dei Montgolfier e l'aeronautica divenne il suo chiodo fisso anche quando fece parte della marina militare russa fino al 1787; i turchi lo catturarono e tornò a Bologna. 

Non avendone avuto abbastanza, contrasse un matrimonio che gli mise la famiglia contro: finì così col fare il fornaio. L'8 ottobre 1803, Zambeccari, Andreoli e il fisico romano Gaetano Grassetti si sollevarono su un aerostato dalla Montagnola di Bologna e guardarono la turrita da quasi duemila metri d'altezza. Poi una tempesta li soffiò sul mare e vissero il primo naufragio da mongolfiera della storia. Spiaggiarono a Pola per poi tornare via terra - non senza acciacchi - a Bologna. Ci riprovarono l'anno successivo, tuttavia un altro ammaraggio di fortuna suggerì ad Andreoli di pensare con la propria testa. Prendendo le distanze da Zambeccari (che trovò la morte proprio per uno dei suoi voli azzardati), iniziò a costruire aerostati. Dopo vari tentativi, volò con una delle sue macchine da Milano a Casalpusterlengo. Poi spiccò da Padova ma, superati gli 8 mila metri d'altezza, cadde in uno stato di torpore ad alta quota a fianco di un compagno di viaggio astronomo. Basta per una sceneggiatura?

Ed eccolo a Forlì: qui, nel 1809, costruì un nuovo modello di aerostato chiamato "La Speranza" e diede alle stampe un manuale che ne spiegava la storia e le caratteristiche. Con questo pallone volante, la sua creatura preferita, si cimentò in diversi voli fino a che l'avanzare dell'età terminò la sua carriera di pioniere dell'aria. La sua vita irrequieta lo spinse verso il Mezzogiorno d'Italia. Morì di colera in Sicilia nel 1837. "La Speranza" meritò, appunto, un manuale dove l'intrepido volatore scrive per tramandare ai suoi sostenitori della perfezione di questa Macchina composta - come spiega l'aeronauta - da due globi. Il primo, destinato al gaz idrogeno. Com'è fatto? Consta esso di 40 seriche strisce fusiformi, alternativamente giallognole, e rosse, verniciate con vernice a Copale, ed insieme cucite. Due dischi di legno avvitano le sommità, i poli del globo mentre lateralmente, e dalla parte inferiore discendono due tubi della stessa stoffa costruiti, che servono ad introdurvi il Gaz. Per chi volesse riprodurlo, ecco le dimensioni: diametro 12,10 metri, superficie 459,89 metri quadrati, capacità 927,15 metri cubici, peso 80,45 chilogrammi. Il globo, però, non dev'essere fatto partire pieno, altrimenti il gaz si potrebbe espandere a qualche centinaio di metri pertanto verrebbe infallibilmente squarciato. Seguono minuziose precisazioni sulle quantità di idrogeno, secondo la latitudine e l'altitudine: chi ha coraggio, provi. Sotto a tale globo ce n'era un secondo, costrutto della stessa serica stoffa, destinato a contenere l'aria, rarefatta per mezzo della lampada, e che noi pure, seguendo l'uso indicheremo col nome di Mongolfiera. Questa parte, poco più piccola (8 metri di diametro per 35 chilogrammi di peso) ha nella sua parte inferiore un'apertura circolare, o bocca di metri 1,65 di diametro. Lì era collocata la lampada ad olio, consistente in un gran numero di lucignoli cilindrici. Sotto la seconda sfera, in questa singolare nocciolina o clessidra volante, c'era la Gabbia, cioè il luogo destinato a contenere gli Aeronauti. Il nome, non proprio rassicurante, deriva dalla forma: tre cerchi robusti di faggio per mezzo di sedici cordoni verticali di Seta alla distanza di circa un metro l'uno dall'altro. Il cerchio inferiore, o Telajo e la parte su cui poggiano i piedi i viaggiatori grazie a travicelli di pioppo e sul fondo c'è spazio per il contrappeso. Il cerchio di mezzo serve di parapetto, ad esso vanno attaccati i Sedili per gli Aeronauti e vi erano tre otri di aria atmosferica come estremo rimedio in caso di ammaraggio. Al cerchio superiore sono fissi tre bracci di ferro che servono per portare la lampada, ed alla sua periferia è attaccata in sedici punti una specie di rete con la funzione di ancora a terra. Paura? Macché: la Gabbia è cinta di rete, che serve a trattenere, ed impedire, che cadano i corpi. Per farla breve: I Viaggiatori entrano, e sortono dalla gabbia passando a cavalcioni sul Cerchio medio. Dotazione indispensabile, come in un cruscotto: anemometro, barometro, una sorta di Archipendolo a cui dà il nome di Statoscopio nonché una palla di 15 o venti Chilogrammi che si è chiamata Contrappeso. Seguono indicazioni e suggerimenti di volo, e tabelle (i chilogrammi non erano mica tanto chiari, e vengono citate Bologna, Forlì, Milano, Roma, Venezia, Parigi per i ragguagli con le unità di misura locali e tradizionali). 

La storia del volo a Forlì è lunghissima e ricca: dagli intrepidi pionieri delle ascensioni in mongolfiera, dai primi tentativi di far alzare da terra aerei rudimentali nel Campo di Marte all’inaugurazione dell’aeroporto prima militare poi civile, uno dei più grandi d’Italia e il più antico della Regione Emilia-Romagna, dall’attività dell’Aero Club all'esibizioni delle Frecce Tricolori. Senza dimenticare la costruzione del Collegio Aeronautico (il primo in Italia, destinato a 440 allievi) già dedicato a Bruno Mussolini, della sede del Secondo Gruppo Manutenzioni Autoveicoli dell’Aeronautica Militare. Ora, sebbene le maniche a vento non sembrino segnare correnti favorevoli, sarebbe coerente con la storia per Forlì prendere sul serio la questione aeroporto, senza complessi d'inferiorità di cui non si sente francamente il bisogno. Nel frattempo, si punta anche al settore dell'istruzione (universitaria e scolastica, un vero e proprio distretto della conoscenza aeronautica) che ha dato e sta dando prestigio alla città attraverso l’ItAer "Francesco Baracca" nonché l’unica scuola presente sul territorio nazionale per i controllori di volo. 

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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