Il Foro di Livio

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26 dicembre: gli Ussari a Forlì

La fine del 1813 segnò il passaggio dalla dominazione napoleonica a quella austriaca, tra segni di continuità e fratture insanabili.

Gli effetti della disastrosa spedizione russa di Napoleone si fanno sentire anche su Forlì. Forlì, città che aveva acquisito una certa importanza nell'orbita del generale corso, vide a sempre meno distanza la tenaglia che da un lato imponeva le truppe austriache sul Po e dall'altro le navi inglesi sull'Adriatico. Era questione di tempo: la difesa della città napoleonica non vantava chissà quale potenza tuttavia resistette quanto poté. Il 26 dicembre 1813, una colonna austro-britannica formata da 1500 uomini entrò a Forlì mentre gli ultimi reparti francesi riparavano a Faenza. Erano le otto del mattino quando il marchese Luigi di Calboli Paulucci Barone del Regno, Ciamberlano di Sua Maestà Reale e Imperiale, Podestà di Forlì, fu svegliato di soprassalto con la notizia che la città risultava sguarnita: le truppe in sua difesa erano ormai oltre Porta San Pietro. Ci si può immaginare il primo cittadino attraversare la piazza (da Palazzo Calboli al Municipio) frastornato e preoccupato, qui avrebbe incontrato il Prefetto a cavallo, scortato dalla Guardia di Finanza, confermante che ormai Forlì era austriaca. In lontananza, si avvertivano gli sterili colpi di cannone del colonnello Armandi, difensore della città napoleonica. Non era proprio il caso di resistere, così Podestà e Prefetto raggiunsero Porta Schiavonia, e da lì il Prefetto se ne andò verso Bologna lasciando tutti i suoi uffici al conte Paolo Mangelli. Paulucci, rimasto solo, fece riaprire Porta San Pietro e mandò i Savj Municipali: conte Antonio Gaddi e Pietro Prati, a presentarsi alle truppe austro-britanniche per negoziare la resa e implorare di risparmiare l'urbe. Cinque Ussari austriaci entrarono in piazza Maggiore a cavallo di carriera aperta colle sciabole sguainate. Il Podestà li calmò, dicendo in buona sostanza che Forlì è una città tranquilla. Gli Ussari (militari di cavalleria leggera) gli credettero e si diressero verso Porta Schiavonia. La fanteria asburgica entrò in piazza Maggiore con tre colpi di cannone e iniziarono le trattative: la Municipalità si sarebbe sobbarcata il mantenimento delle truppe straniere. Il podestà, Luigi Paulucci, ciamberlano di Napoleone, rese subito omaggio al conte Giovanni Nugent, comandante generale delle truppe austro-britanniche, colui che aveva instaurato il cosiddetto Regno d'Italia Indipendente. In termini cari ai libri di storia: ecco la Restaurazione! Si passò così dalla dominazione francese (dal 1797) a quella austriaca. 

Scattò subito il coprifuoco mentre fu diramato pure in città un proclama dai toni lusinghieri: Si apre per voi un nuov’ordine di cose diretto a ripristinare, e stabilire la vostra felicità. Vi si leggeva, e poi: Cominciate a gustare il bene della vostra felicitazione, mediante alcune benefiche disposizioni, che per ora si danno a vostro vantaggio. Queste hanno il loro pieno effetto dovunque sono già arrivate le forze liberatrici. Ove poi non lo siano, è del vostro interesse, coraggiosi e bravi Italiani, il farvi strada colle armi al vostro risorgimento, ed al vostro ben essere. Singolare è come non si possa escludere che in questo atto ufficiale, per la prima volta, sia usato il termine Risorgimento per come lo intendiamo oggi. Chiedendo attenzione al popolo, si giura: sarete assistiti dall'Austria, giacché avete tutti a divenire una Nazione indipendente, avete a far distinguere il vostro zelo pel pubblico bene. Diverrete felici, se sarete fidi a chi vi ama, e protegge. Comunemente si sa che l'Austria, almeno fino alla sua dissoluzione nel 1918, era la bestia nera, l'arcinemica degli irredentisti italiani. In ogni modo, i nuovi occupanti smantellarono la burocrazia francese: vengono aboliti la coscrizione (la leva militare obbligatoria), la tassa sul Registro, i dazi di importazione e di asportazione per mare e altri come il testatico, l'uso della carta bollata. Il prezzo del sale viene ridotto della metà del già vigente prezzo e il Dazio Consumo (una specie di Iva) è ridotto ad un terzo della tariffa ultimamente osservata. 

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Con queste disposizioni, Nugent, generale austriaco con sangue irlandese, dichiarava conclusa l'esperienza del Dipartimento del Rubicone, una sorta di Regione Romagna con Forlì capitale, trasferendo buona parte degli uffici a Ravenna. I forlivesi che avevano a cuore le decadute istanze napoleoniche tentarono un'insurrezione ma la pronta azione del Podestà fece sequestrare più di settanta fucili. Non erano bastate le parole del Paulucci, quando poc'anzi aveva pregato ai suoi concittadini di stare buoni: conoscendo la docilità del vostro carattere, la probità, e moderazione vostra, supplicò che ogni forlivese se ne rimanga tranquillo, e procuri, per quanto da lui dipende, di conservare il buon ordine, e la pubblica quiete. I turbolenti, però, restavano in circolazione tanto che era impossibile riorganizzare le forze dell'ordine secondo il nuovo regime. Pertanto intervenne il tenente colonnello Gavenda, Cavaliere della croce militare di Maria Teresa, Comandante la Vanguardia, che ingiunse al Podestà di dissipare gli attruppamenti de' malintenzionati con pene severe a chi manifestasse sentimenti impolitici. Venne chiamato, come rinforzo, il capitano Perscha, Comandante la Piazza per armare altri duecento soldati tedeschi. Insomma, Forlì era tutt'altro che tranquilla e paciosa. Per questioni di sicurezza fu potenziata l'illuminazione notturna della città, ma anche la ferrea disciplina delle truppe di Gavenda in Forlì ebbe qualche cedimento: mancava la legna, era freddo in quel dicembre del 1813, seguirono borbottii e lamentele tanto che l'ufficiale asburgico ne restò disgustato. Altre grane seguirono per la nuova guardia austriaca: furono saccheggiate alcune case e tutto si risolse con rigorosi arresti. Il nuovo regime ben presto si assestò grazie al Reggimento "Principe Reggente d'Inghilterra" condotto da Gavenda che ricevette dalle magistrature urbane uno stendardo ricamato in oro recante da un lato San Valeriano, il patrono guerriero (e dimenticato) di Forlì, e dall'altro l'aquila sveva. Il conte Paolo Mangelli di Forlì ben presto presiederà la Reggenza Italiana Indipendente, una giunta insediata a Ravenna con altri nomi di spicco della Romagna del tempo. Due anni più tardi, dopo un clamoroso voltafaccia, tornerà da queste parti un'estrema ventata napoleonica fuori tempo massimo con Gioacchino Murat

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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