Il Foro di Livio

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A Forlì un giugno incendiario

San Mercuriale brucia. Negli ultimi giorni di primavera del 1914 una turba dà fuoco alla porta dell'abbazia: è la "settimana rossa".

In una notte di giugno del 1914, la porta di San Mercuriale era in fiamme. La facciata dell'abbazia si presentava piuttosto diversa da com'è ora (cioè dopo i lavori del 1921), così si vede nell'immagine. Che cosa stava accadendo? Perché quelle fiamme? Potrebbe essere interessante leggere un articolo sul Pensiero Romagnolo del 13 giugno 1914. La prosa di quel “martedì notte” è coinvolgente: "Potevano essere circa le 10 quando la campana grossa di San Mercuriale si mise a suonare a stormo. Cosa era successo? La popolazione si riversava subito nella piazza che era completamente al buio. Le voci più disperate e più tragiche si diffondevano accendendo gli animi già esaltati. Di lì a poco la campana della Torre significò che trattavasi di un incendio". Poi si precisa che "bruciava San Mercuriale" benché "trattavasi però di lieve cosa". Inoltre, si scopre che "nonostante il mancato intervento dei pompieri impedito dal popolo di accorrere, il piccolo incendio appiccato ai portoni fu subito domato. Ma l'effervescenza era al colmo. I carabinieri intervenuti perdettero subito la tramontana e l'eco sinistra delle fucilate attraversò la vasta piazza. Nel buio il panico fu terribile e fu certo un bel caso se nessuna disgrazia ebbe a deplorarsi". Il cronista specifica che "sul palazzo Pantoli" (poi demolito per far luogo a quello delle Poste) "si vedono ancora all'altezza d'uomo le tracce dei proiettili". Il tentato incendio per "comune opinione" è da attribuirsi a "ragazzi irresponsabili". Il settimanale repubblicano, in quanto tale, minimizza e sembra quasi dare una pacca sulle spalle a quei ragazzi.

Di diverso avviso è il conte Filippo Guarini che, in merito ai fatti della notte del 10 giugno, ci fornisce una versione piuttosto diversa. Egli scrisse, infatti, che in piazza "una turba di forsennati, profittando del buio in cui era immersa la Città, appicca fuoco alla porta". Erano le 22.12. "Mons. Gaudenzio Gaudenzi, primicerio, accortosi del fatto e non avendo alcuno con sé correva subito al campanile, e suonava a rintocchi la campana grossa... poi tornato in Chiesa, cercava alla meglio dal di dentro, di spengere l'incendio. A quel triste suono, al bagliore delle fiamme divampanti, accorsero guardie, carabinieri, soldati, già raccolti nel cortile del Palazzo Pubblico, mentre si suonava anche la torre. I pompieri, guidati dal tenente Giulio Zauli Sajani, impedivano che il fuoco si estendesse, non senza che la plebaglia li fischiasse e tirasse sassi". I "facinorosi" tentano d’impedire lo spegnimento dell’incendio da parte dei pompieri accorsi, e costringono la polizia a sparare in aria come avvertimento; solo allora si daranno alla fuga.

Gli episodi che scaturirono dai fatti di Ancona del 7 giugno (tre dimostranti repubblicani, in atto di irrompere alla festa dello Statuto, furono uccisi dai carabinieri) divamparono anche in Romagna accendendo chi voleva demolire esercito e Casa Savoia. La "rivoluzione mancata" travolse con episodi violenti chiese, magazzini, negozi, stazioni ferroviarie, circoli borghesi. In particolare, in questo caso, i fatti più violenti si registrarono nel ravennate. Questo fermento prese il nome di Settimana rossa, dove il colore indica per lo più la radice repubblicana della protesta. In tutta Italia, il 9 giugno viene proclamato sciopero generale con una scia di avvenimenti di gravità eccezionale, specialmente nelle grandi città. La paralisi è inevitabile se anche i treni stanno fermi. Violenza, disordini, scontri cruenti tra uomini rossi e polizia... I romagnoli, come detto, non furono da meno: tra le teste calde si fanno notare Pietro Nenni e Benito Mussolini. Forlì segue perfettamente l'onda emotiva: bandiere abbrunate al balcone del Municipio per protestare contro la repressione, chiusura di botteghe, opifici, osterie, uffici, tabaccai, il tutto giustificato con cartelli in cui vi era scritto: "Protesta contro gli assassini del popolo". L'attento Guarini ricorda che gli studenti fischiavano i professori e le "signorine che andavano alle scuole superiori e le facevano tornare a casa", nonché "minacciavano di bastonare il preside Menghini che a nessun patto voleva far chiudere il Ginnasio e il Liceo". 

Nel pomeriggio di quel martedì esagitato, in piazza Vittorio Emanuele (ora Saffi) si tenne un comizio con l'avvocato Bellini, sindaco di Forlì, il veterinario Alberico Macrelli, il sindacalista Armando Casalini, il socialista Aurelio Valmaggi. Per il settimanale "La Lotta di Classe", sarà presente "larga affluenza del proletariato cittadino" mentre per Guarini c'era "pochissima gente". Sempre il conte annoterà che "tutti parlarono con fanatismo e per eccitare la plebe", in particolare "violentissimo" fu il sindaco Bellini. La notte fu buio totale: non vennero accesi i lampioni, chi doveva farlo era repubblicano quindi aveva preferito scioperare. Il mattino del giorno dopo, mercoledì, Forlì era completamente isolata: mancavano i giornali e le voci amplificarono una rivoluzione inesistente, gli animi erano surriscaldati e non pochi giravano con bottiglie piene di benzina, coltelli, rivoltelle. Ci si scagliò contro le chiese non solo con fiamme, ma anche con bombe. La cronaca riporta decapitazioni di statue mariane, devastazioni, profanazioni. La furia degli uomini rossi colpì anche i laici che non la pensavano come loro, per esempio i circoli liberali. Finalmente ci si decise a costituire un Comitato fra i partiti popolari per evitare gli eccessi, ma non si riuscì a evitare l'incendio a San Mercuriale, tanto che accaddero fatti simili alle porte di Santa Lucia, del Duomo, di Santa Maria del Fiore (i frati cappuccini erano armati e "pronti alla difesa", qui Guarini ricorda Guareschi e il suo don Camillo). Nel più incontrollabile quarantotto, esercito e forze dell'ordine risultavano invisibili. La vita tornò alla normalità il giorno 11, quando ripresero i trasporti ferroviari e le comunicazioni telegrafiche. Nel frattempo, le vie cittadine erano percorse da automobili e biciclette con bandiere rosse: lo sciopero sarebbe terminato il giorno successivo.

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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