Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Alba e tramonto dell'Esperia

La Forlì curiosa, godereccia e raffinata, frequentava una sala importante in via Tavani Arquati. Una storia tutta novecentesca: sarà abbattuta nel 1997.

Ci sono nomi che spariscono ma i più ricorderanno che fino agli anni Novanta esisteva il Cinema Esperia, estrema e flebile memoria di un'epoca in cui in città proliferavano numerose sale cinematografiche. A suo tempo non si volle preservare l'aula teatrale, si preferì demolirla per trasformarla in spazi residenziali nella centralissima via Tavani Arquati. Filippo Guarini, nel suo "Diario Forlivese", riporta che il 22 luglio 1917 "alle ore 21 si inaugura il Cinema Teatro Hesperia; è splendido ritrovo estivo all'aperto, nel locale ove anno scorso si aprì l'Alhambra con infelice successo. Lo ha assunto il Pullini di Meldola, che ha anche il Colossal View nel Corso, ed ha intenzione di mettersi i muratori per ampliare il locale ristretto, in mano sua attirerà facilmente il pubblico". La prima serata, con "La portatrice di pane" ebbe "grandissimo concorso". Si tratta, nel caso specifico, di una delle arene che portavano vita alle serate estive di Forlì (oggi è rimasta in attività solo la Eliseo). Più tardi, nel 1926, avrebbe alzato per la prima volta il sipario l'adiacente teatro omonimo, che poi più facilmente perderà l'acca diventando Esperia. Si vede nell'immagine ma in una veste così sontuosa nessuno può più ricordarselo, in quanto fu ampiamente rimaneggiato nei decenni successivi.

Se il 28 dicembre 1895 è la data di nascita del cinema, nel capoluogo romagnolo la settima arte ebbe la prima proiezione in un luogo stabile il 16 maggio 1905 quando, in una casa davanti a Santa Lucia (oggi al numero 60 di corso della Repubblica) iniziò la stagione del più antico Cinematografo Permanente di Forlì (così si chiamava). Ogni spettacolo non costava più di 30 centesimi (oggi pari a 1,30 Euro). La sala, già di Enrico Orlandini, fu rilevata da Giuseppe Pullini che nel 1907 la trasferì al numero 41 del medesimo corso (ora c'è una banca) con il nome pomposo di Excelsior per poi trovare sede definitiva nel primo palazzo dopo il Suffragio (civico 2), edificio che poi sarà sostituito da una palazzina in stile razionalista, sede anch'esso di una banca. In questo locale di Borgo Cotogni, chiamato con un nome vieppiù roboante: Cine Colossal View, la sala era più elegante e spaziosa. Pullini poi dedicherà le sue attenzioni all'Hesperia. Tornando al nome, era già di per sé significativo. 

Sempre sfogliando le pagine del "Diario Forlivese", si scorge un invito per una serata al Cine Colossal View. La mondanità romagnola del primo Novecento non può esimersi dagli appuntamenti al cinematografo. Dopo “L’uomo dal mantello”, il 19 giugno 1913 è previsto “Fango che travolge” e poi “Zuma, la zinghera (sic!) sudanese” che “per i costumi inscenati, gli sfondi ricchissimi e la danza del serpente eseguita magnificentemente dalla Signorina Esperia è quanto di più bello si possa desiderare”. La “Signorina Esperia” altra non era che Olga Mambelli, Esperia per l’arte, appunto. La bertinorese che visse da ragazza a Meldola, nata nel 1885, fu una celebre diva del cinema muto. Il film “Zuma”, diretto da Baldassarre Negroni (che poi fu suo marito), fece guadagnare popolarità all’attrice romagnola che da allora recitò più volte in coppia con Ignazio Lupi fino a ritirarsi dalle scene nel 1923. Esperia, poi, è un nome alternativo per dire Italia, intesa come terra del tramonto, occidentale (per i greci). Ma è la fama dell'attrice romagnola che darà nome al luogo destinato a fulgidi spettacoli in via Giuditta Tavani Arquati. Dal 1907 al 1912 si era distinta nel teatro di varietà, dall'anno successivo ebbe enorme successo nel mondo del cinema con il citato film "Zuma". Pullini era meldolese come la Olga ad Turchèt e volle dedicarle la sua sala più prestigiosa a Forlì. E' plausibile che mai al mondo avrebbe pensato che ottant'anni dopo i suoi concittadini l'avrebbero rasa al suolo. 

Il teatro aperto a generi varii, che chiuse mestamente la sua carriera come cinema a luci rosse, aveva una platea con vasta galleria in cemento armato con poltrone in legno e due balconate laterali. Decorato da Mario Camporesi (altro meldolese, figlio del noto Cesare), recava una coppia di pavoni come motivo dominante e un prezioso lampadario in ferro battuto forgiato da Tullo Ravaglioli. Il proprietario, Giuseppe Pullini, volle un ampio salone per dare un'areazione perfetta, in geniale controtendenza rispetto alle sale coeve, fin troppo pesanti e talora claustrofobiche. Gli stucchi portavano la firma di Giuseppe Laghi di Modigliana mentre Lieto Lolli ne era meccanico elettricista. Gli accorgimenti tecnologici della cabina di proiezione erano all'avanguardia. L'allestimento originale fu cancellato dai restauri del 1954 mentre l'ultimo riadattamento che lo rese cinema da 750 posti reca la data del 1976. L'arena all'aperto, ampliata fino a 300 posti nel 1935 e con un raffinato cartellone anche di opere liriche, fu spenta per sempre nel 1982; il glorioso teatro Esperia venne demolito nel 1997. Non ci si preoccupò troppo di privare il centro storico di una sala importante, fors'anche perché il suo aspetto finale era ben lungi dall'eleganza anni Venti che ne aveva contraddistinto le prime ruggenti stagioni. Addio stucchi, pannelli, fregi e motivi floreali. E poi addio tutto. Ora al suo posto ci sono palazzine residenziali. Dell'edificio costruito dalla ditta Benini rimane il perimetro, la biglietteria che ora ospita un negozio di artigianato locale, una pensilina in ferro e vetro che si mostra trascurata, e ciò che resta dei pannelli per i cartelloni degli spettacoli. Un po' pochino per un luogo che si è voluto far sparire troppo in fretta. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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