Il Foro di Livio

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Boccaccio e il Decamerone forlivese

Tra il 1347 e il 1348, Giovanni Boccaccio è a Forlì. Appena torna a Firenze avrà a che fare con la peste nera. Il resto è scritto in cento novelle.

Qualcuno fa notare che a Forlì manca una via dedicata a Giovanni Boccaccio. Il letterato, tra i padri della lingua italiana, è spesso ridotto al solo termine dispregiativo che venne coniato sul suo nome: boccaccesco, appunto. Perché con questa cifra vengono lette le novelle del Decamerone, ambientate in una Firenze vessata dalla peste del 1348, narrate da giovani che così passano il tempo fuori dalla città. Spesso s’ignora che Boccaccio da Certaldo (1313-1375) sia stato uno dei personaggi più importanti nel panorama letterario europeo del Trecento. C'è chi poi afferma che si tratti del miglior narratore europeo del suo tempo. Di sicuro fu uno scrittore versatile e originale che mescolò tendenze e generi letterari diversi, sperimentanto la nuova via del volgare italiano con un'erudita creatività. Seppe influenzare la letteratura europea e, con Dante e Petrarca, costituisce il "tridente", ossia le "tre corone" della letteratura italiana. Ci sarebbe altro da dire, ma chi volesse approfondire sa dove cercare. Potrebbe però sfuggire, dalla sua biografia, un elemento curioso e che dà senso al suo spazio qui. Qualcuno sa che Boccaccio compose la sua opera più famosa proprio dopo essere stato a Forlì?

Non è chiarissimo quando fu scritto il Decamerone, probabilmente tra il 1349 e il 1351. Nelle novelle che compongono i “dieci giorni” del letterato di Certaldo non c’è traccia della città romagnola (se non qualche ambientazione nel nostro Appennino), a meno che non si siano persi riferimenti ormai fin troppo celati dalla storia, oppure qualche approfondimento potrebbe far emergere sorprese sepolte. Però c’è un testo, uno di quelli che non si ha tempo di affrontare a scuola: Faunus, la sua terza egloga. Un componimento complesso e lontano dai gusti contemporanei, pur risultando, allora, un'apprezzata allegoria del suo tempo. Qui si leggono vicende di casa nostra

Nel 1347, Boccaccio si era trasferito a Forlì alla corte di Francesco II Ordelaffi. Nonostante i successi letterari, infatti, la grande firma cercava un lavoro stabile. In questo caso, si tratta di un luogo di non poco conto: Francesco il Grande, Signore di Forlì dal 1331 al 1359, aveva reso la sua capitale un crocevia di arti oltre che di questioni politiche internazionali: più tardi avrebbe avuto mezza Europa contro, e addirittura fu bandita una Crociata contro i forlivesi (1355-1359) da Papa Innocenzo VI che da Avignone pose a capo della stessa Re Luigi I d'Ungheria. In tutto questo, Francesco II si sapeva attorniare di letterati che se fossero nati a Firenze o altrove sarebbero studiati e conosciuti, si possono citare i poeti Nereo Morandi e Francesco Miletto de Rossi (in una via cittadina è indicato come Cecco da Mileto), amici e colleghi forlivesi di Boccaccio, appunto, col quale ebbero una corrispondenza in latino e in volgare. 

In particolare, il notaio Checco di Miletto (altrove è indicato anche così), cancelliere di Francesco II Ordelaffi, promosse una tenzone letteraria che lo vide sfidarsi con Boccaccio e Petrarca. I tre, in comune, stavano fondando l'umanesimo. Con Boccaccio avrebbe continuato, in via epistolare, a confrontarsi sul genere bucolico, convincendo l'amico a passare dal modello dantesco a quello virgiliano-petrarchesco (cioè d'argomento politico). Infatti, sono stati rinvenuti due Carmina in esametri latini che il forlivese compose in risposta a missive o analoghi componimenti del certaldese. Vi si leggono, celate da metafore, gli avvenimenti politici di quegli anni. Sottigliezze, tecnicismi, ma tant'è. Nel soggiorno presso la corte Ordelaffi, il letterato di Certaldo tenne conto delle indicazioni dell'omologo di Forlì e approntò un'egloga, vale a dire un componimento poetico a più parti, una specie di melodramma ante litteram. Il testo è in latino e il titolo è Faunus. L'opera inizia con una discussione tra tre pastori: Palemone, Panfilo e Meride. Come ci si può aspettare i nomi sono pastorali, poi si dirà arcadici, e dietro di essi si celano personaggi storici. Titiro (Luigi d'Ungheria) vuole vendicare il pastore Alessi (Andrea d'Ungheria, suo fratello) che era finito nell'antro di una gravida lupa (la regina Giovanna che aveva ucciso Andrea). Con Titiro c'è Fauno (Francesco Ordelaffi) che ascolta le grida di Testili (la città di Forlì che senza il suo Signore si sente in pericolo). Infatti l'insidia è dietro l'angolo: Astorgio, Conte di Romagna (personaggio storico), viene inviato dal Papa per sottomettere il capoluogo romagnolo e poco possono i figli di Fauno, troppo acerbi. Il Conte marciò su Forlì con un esercito possente, saccheggiandola. Così l'Ordelaffi chiede al Re d'Ungheria di tornare nella sua città per risolvere la situazione. L'allegoria del Signore di Forlì è resa col personaggio chiamato Fauno a causa della sua passione per la caccia.  L'egloga Faunus, in cui Boccaccio rievoca il passaggio liviense di Luigi I d'Ungheria (Titiro, nel testo), a cui si unisce Francesco Ordelaffi (Fauno, appunto), diretto verso Napoli verrà poi incluso dal Boccaccio nella raccolta Buccolicum Carmen. Nel dicembre del 1347, infatti, Forlì ospitò il sovrano ungherese che stava raggiungendo la Campania per detronizzare sua cognata, la regina Giovanna. Con lui sarebbe partito anche il Signore di Forlì e Boccaccio prese nota. La spedizione di Francesco II durò circa un mese perché, a causa del vuoto di potere (la città era in mano ai figli, inesperti), il Papa aveva inviato in città dei mercenari francesi guidati da Astorgio di Durafort. L'Ordelaffi fu quindi costretto a tornare in Patria, scendendo a patti con il Pontefice avignonese. Tregua che presto il Signore forlivese disattese; oltre alla scomunica sarà accusato di eresia.

Tornando al Decamerone, si è detto che la sua probabile stesura va dal 1349 al 1351. Boccaccio a Forlì non trovò il lavoro sperato e all'inizio del 1348 fece fagotto per tornare a Firenze. Ebbe comunque tempo per camminare fino alla cascata dell'Acquacheta per commentare l'Inferno di Dante. Così fu il primo a definire Divina ciò che l'Alighieri aveva intitolato semplicemente Commedia. Il suo ritorno, con le pive nel sacco, coincise con la terribile peste nera che contagiò gran parte della popolazione, compreso suo padre e la matrigna, oltre a numerosi amici. In questo contesto, sicuramente infelice, Boccaccio iniziò a scrivere la sua opera più celebre. Ora, è bene che i forlivesi sappiano che Forlì non solo è una città dantesca ma è anche boccaccesca, nel senso giusto del termine. Qualche iniziativa, in questo senso, potrebbe essere promossa

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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