Il Foro di Livio

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Ceramica: altro che Faenza, la culla è Forlì

Faenza è nota come "città delle ceramiche". Sì, anche perché storicamente e politicamente è stata più fortunata di Forlì dove, in effetti, si può dire che nacque quest'arte.

Non se ne abbiano i faentini, ma la ceramica affonda le radici più che altro in terra forlivese. Perché poi la vicina Faenza sia diventata - per antonomasia - la città delle maioliche, fu quasi esclusivamente per ragioni politiche. L'anno di snodo sarà il 1359: da allora, si vedrà perché in seguito, in Francia si parlerà di Faience e non di (che so) Furlè. A proposito di Francia, basta dire che quell'anno cade nell'epoca della cattività avignonese (quando il Papa risiedeva stabilmente in Provenza), che Faenza era guelfa e Forlì ghibellina e già si intuisce dove si vuole andare a parare. In quell'anno cruciale, l'Anticristo (così, nientemeno, era indicato Francesco II Ordelaffi, grande campione dei forlivesi e loro signore) dovette scendere a patti con il potere pontificio rappresentato dal cardinale Albornoz. Fu l'ultimo atto di una serie di iniziative belliche condotte da Egidio Albornoz note come Crociata contro i forlivesi (1353-1359), volte a ricondurre la Forlì degli Ordelaffi (unica porzione dello Stato della Chiesa che resisteva al potere papale) in seno al controllo pontificio. Non praevalebunt: e Francesco cadde, ridimensionato, anche se gli Ordelaffi torneranno alla carica qualche decennio dopo e furono ghibellini fino alla loro estinzione (1504), tempi in cui ogni pratica medievale era stata archiviata. 

Sì ma le ceramiche che c'entrano? Un famoso passo del Libro Biscia, antichissima raccolta di documenti dell'Abbazia di San Mercuriale, asserisce che Forlì un tempo era chiamata Figline. La Figline per eccellenza (le altre, tuttora presenti, si fanno accompagnare da un ulteriore toponimo: Valdarno, Vegliaturo, di Prato). Il nome per il capoluogo romagnolo, forse comune ancora nel X secolo, trae origine dalla produzione di figulinae (cioè terrecotte, ceramiche). Tradizione, questa, che pare a sua volta essere un retaggio della misteriosa Forlì etrusca. Grazie ai depositi alluvionali argillosi presistevano alla città stessa fornaci destinati alla produzione di laterizio, specialmente dal II secolo a.C.

L'archeologia ha scovato antiche fornaci tra le attuali piazze Saffi e Melozzo: ben presto s'iniziò a fare stoviglie e lucerne. Senza interruzione col passato remoto, i vasai forlivesi continuarono a produrre nel medioevo e qui si distinsero per un'operosità - per così dire - industriale. Il tipo di offerta si dirama: da un lato si trovano ceramiche raffinate, con forme e tecnologie ricercate, che avevano mercato nei pressi della Crocetta (cioè nell'attuale piazza Saffi, a metà strada tra San Mercuriale e via delle Torri), e altre più dozzinali, vendute altrove. Nel momento di grande splendore e di più spiccata originalità, pare che la caratteristica della ceramica forlivese fosse una tonalità bicolore, con una preferenza per il ruggine, con disegni simili a graffiti, quasi abbozzati, molto vicini al gusto contemporaneo (in foto un bacile trecentesco di Forlì). In seguito, si noterà un'esplosione forse eccessiva di cromatismi e motivi geometrici, con la preferenza per il turchino e l'arancione. Nella metà del Trecento, Forlì subisce la concorrenza di Faenza che si trova in una condizione politica privilegiata: è guelfa e il pontefice francese gradisce. Così, con il declino dell'Anticristo, il mercato dei ceramisti forlivesi conobbe il lungo canto del cigno. La produzione aveva raggiunto il culmine della raffinatezza ma i manfredi, forti delle loro trenta botteghe, sottrassero ai mercuriali il mercato di lusso. 

L'antica Figline ancora nel Quattrocento aveva una certa rinomanza: nel 1419 Papa Martino V ammirava il ricco mercato di ceramiche forlivesi. Vent'anni dopo arrivò la crisi vera e propria: nonostante l'avvento di una vernice nota come smalto stannifero, caratteristica delle maioliche, non ci fu più una ripresa nel settore lusso che ormai era volto più che altro a Faenza. A Forlì si continuò a produrre cercando più la quantità che la qualità estetica. Dalle antiche fornaci uscirono, è vero, anche cose caratterizzate da una peculiare creatività come cornicioni per palazzi o chiese, e continuò, anche se con minor fama, la creazione del vasellame di lusso. Ancora nel Cinquecento Forlì sarà città di ceramisti, quantunque ormai marginale. Il 4 luglio 1543 è la data della decadenza irreversibile: tra protezionismi e provvedimenti che fanno ripiegare Forlì sulle stoviglie d'uso comune si segna la definitiva vittoria di Faenza sullo stile e sulle creazioni "da pompa". Per scelta degli amministratori forlivesi stessi. Il tramonto si accompagnò a un manierismo senza più anima né identità: così, quasi in serie, dalle fornaci uscirono seppur pregevoli immagini sacre e vasellame di una certa opulenza. Ma ormai i forlivesi si trovavano con scarsi sbocchi commerciali e, scoraggiati, preferirono pensare a materiali per l'edilizia. Si pensi, per esempio, al meraviglioso pavimento di migliaia di mattonelle, firmate da un cinquecentesco Petrus, raffiguranti personaggi forlivesi e già conservato nella chiesa di San Francesco Grande, stupidamente e orrendamente smantellata nel 1793. La maggior parte di esse, ora è a Londra, al Victoria and Albert Museum

Giusto per far capire quanto la fama dei ceramisti forlivesi fosse assai nota anche all'estero e che però Forlì non era, alla fine del Cinquecento, più in grado di assicurare un tessuto artigianale forte e autonomo, bisogna citare il caso di Leucadio Solombrini. La fama del forlivese raggiunse Francesco I, Re di Francia che lo chiamò a lavorare per lui, presso la sua corte, ad Amboise. Quivi emigrato aprì una bottega di maioliche ma i francesi, per identificarle, useranno sempre il nome della guelfa Faenza. 

La storia poi andò avanti grazie alle fornaci per l'edilizia, trasferite in periferia. Passano i secoli e troviamo un Pietro Becchi che dal 1850 renderà famosa Forlì per le stufe in cotto. Sorsero altre industrie simili e, tra Otto e Novecento, si è risvegliata anche una certa sensibilità creativa per l'arte ceramica come testimoniano alcune opere (con Apollodoro Santarelli). Merita menzione il caso di Giulio "Mastro" Vio (1859-1946), impiegato delle ferrovie con la passione per la ceramica. Raggiunta la pensione, da autodidatta fondò nella Forlì degli anni Venti la manifattura ceramica "Ca' de Fugh". L'intento di farne una bottega, cioè una scuola, nonostante la sua passione (anche rivolta al collezionismo e allo studio delle maioliche rinascimentali), non decollerà. Altri e numerosi artisti forlivesi più vicini al presente si sono cimentati egregiamente nella maiolica e, curiosamente, la lunghissima tradizione da qualche tempo viene rinvigorita da donne grecoforlivesi come Angeliki Drossaki e Lena Papadaki. 

Probabilmente pochi sanno che Forlì ha un suo Museo delle Ceramiche, non certo di valore "internazionale" come quello faentino ma comunque tanto interessante quanto negletto. Quando fu allestito il complesso museale di San Domenico, era previsto uno spazio per questa piccola grande realtà; spazio finora non pervenuto. Visto che nel 1977 il Comune allestì a Palazzo Albertini una mostra sulla ceramica forlivese, è auspicabile e urgente che quarant'anni dopo i forlivesi possano tornare a visitare il loro Museo delle Ceramiche.

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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