Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Dove porta quella torre?

Un relitto, scampato allo scempio della distruzione delle mura urbane, resiste tra viale Salinatore e il Montone. Era la Torre dei Quadri. Forse non tutti sanno che...

Passeggiare lungo lo stradello che affianca il Montone fino a raggiungere, da Porta Schiavonia, il Parco Urbano è un'occasione per respirare un po' di storia urbana. Il fiume, complice la siccità, in questi giorni non si vede: esplode, invece, la verdura spontanea fitta come una giungla. Qualche airone si avventura sul greto ma la vegetazione è troppo fitta per vedere di più. Il luppolo, ancora a dicembre, è aggrappato, benchè brunito, al corrimano mentre sul lato verso viale Salinatore uno slargo porta a una singolare costruzione. S'intuisce subito che si ha davanti qualcosa di antico benché funga più che altro da base per un ristorante che spesso cambia gestione. In essa è incastonata una madonnina mentre una scritta sbiadita (i soliti ignoti) imbratta i mattoni quattrocenteschi, violati altresì da due verticali tubi marroni di scolo, e altri tre orizzontali, grigi. Poi, non mancano tracce di qualche elemento da impianto elettrico. La madonnina, protetta da una nicchia, sembra guardare con pazienza gli invadenti interventi contemporanei. Chi capita lì di fronte, può accarezzare i mattoni che un tempo cingevano per cinque chilometri tutto il centro storico: le mura. E, in particolare, si ha davanti la Torre dei Quadri, detta anche Celletta del Giglio. Si trova in corrispondenza dell'uscita di via Battuti Verdi su viale Salinatore, oltre la strada, lungo la passeggiata che costeggia l'argine. 

Verso la metà del Quattrocento si assesta la cinta muraria definitiva. Le mura, corroborate da guardiole e rare torri, saranno completate alla fine del secolo e resisteranno fino ai primi anni del Novecento, quando l'amministrazione decise di eliminare tutto con una decisione a dir poco scriteriata. L'operazione fu alquanto certosina, perché cercare avanzi di mura originali adesso è piuttosto difficile. Completamente sbiaditi sono i nomi delle strutture a pianta circolare o quadrata, torri o bastioni, chiamati: Campostrino, Torre del Sorbo, Torricella, Torre del Pelacano, Torre di Mezzo, Torre di San Biagio, Sciampasucca, Seraglio di balli, San Valeriano, Guardiola di Valverde, Torre dei Quadri, Torre del Forestiere. Collegate da un camminamento detto coreduro. Una scenografia ora inimmaginabile. Tuttavia, i bastioni erano modesti, le torri rare, le mura non sempre merlate. In ogni modo, non è rimasto pressoché nulla. Salvo qualche misera eccezione, tra cui la Torre dei Quadri. C'erano circa 46 tra torri e guardiole: tra esse sono sopravvissute quelle della Rocca di Ravaldino, le due (circa) di Schiavonia, avanzi del Pelacano e, per l'appunto, quella dei Quadri. 

Occorre sfogliare il periodico La Voce della Libertà del 23 ottobre 1907 per capire il clima di devastazione e di dolore che accompagnava l'ignobile abbattimento delle mura: “A chi giri intorno alla nostra città par di assistere ad uno spettacolo quasi simile a quello di una città bombardata. Le nostre mura, cui si collegano avvenimenti e vicende consacrate nella storia patria, senza alcuna pietà sono state del tutto flagellate. Si dette mano al piccone demolitore, senza prima aver escogitato un piano stradale di assestamento. Non comprendiamo quale imperiosa urgenza sospingesse tanta ira contro innocue mura!”. Tra l'altro si è "impreso a demolire e non si è provveduto a dar sesto alla parte di muro che veniva lasciata come difesa per la viabilità, in guisa che lo spirito dei vandali paesani si esercita man mano abbassando l’altezza della muraglia, ed in alcuni luoghi facendo pericolose aperture". Già, e allora perché la Torre dei Quadri si è, per così dire, salvata? Occorre leggere ancora: "Non si vede però l’urgenza di una demolizione completa. In alcuni punti della città p.e. sul fiume, è quasi impossibile. In altre parti porterebbe come conseguenza tanti altri lavori, che il bilancio non permette di affrontare. Basterà bene aprire alcuni punti. Ad ogni modo il materiale non paga neppure la spesa della demolizione". Il lavoro fu, invece, minuzioso e completo ma ci si dimenticò dell'antico manufatto, comunque ribassato e in parte manomesso. 

La Torre dei Quadri assume in sé anche un'altra particolarità: cioè la presenza di una celletta mariana. Pertanto, la si trova chiamata anche come Celletta del Giglio. Ad essa si può abbinare la scomparsa Celletta dello Zoppo, non distante dalla Guardiola dell'Albero. Dove siamo? In via Giorgio Regnoli, più o meno all'altezza dell'Arena forlivese. La Celletta dello Zoppo era stata fondata nel 1448 da Pietro Bianco di Durazzo (l'eremita orientale noto poi per Fornò) dove visse abitando nella detta cappella che si trovava presso le mura urbane. Il luogo di culto fu sconsacrato dagli occupanti francesi nel 1806 e venduta a Francesco Romagnoli che altro non seppe farsene che demolirla. 

Invece la Celletta del Giglio, cioè la Torre dei Quadri, almeno mutila, è sopravvissuta. Secondo storici antichi, addirittura sarebbe ciò che avanza della Porta Liviense, già obsoleta nel Trecento. A quel tempo, infatti, tra la Porta Merlonia (all'altezza dell'omonima via su corso Diaz) e Porta Schiavonia c'era un altro ingresso urbano, denominato in più modi: Porta Liviense, Porta Valeriana, Porta della Rotta e (forse) Porta Fresca. Oltre ad essa c'era, sul Montone, il Ponte Rupte (se ne intuivano residui di pilastri fino a qualche decennio fa) che collegava la via Battuti Verdi con i Romiti. Quest'ingresso antichissimo fu poi serrato fino a cadere in disuso. Da lì si proseguiva verso Firenze e corrispondeva all'ancestrale sviluppo della città tra la Livia e il Forum Livii. Non è, quindi, improbabile che i resti di tale Porta fossero stati poi inglobati nelle mura di mattoni che dalla metà del Quattrocento abbracciavano la città. Nel 1494, in occasione delle novità difensive (tra cui la Rocca di Ravaldino che sostituì definitivamente la scomparsa Rocca Vecchia), fu costruita Porta Ravaldino per volere di Caterina Sforza. Essa era collegata con un fosso che giungeva fino alla Torre dei Quadri, utile misura contro, per esempio, le aggressioni di stampo francese. 

Nel 1461, in seguito a un'alluvione, fu potenziato, grazie alle braccia di duemila operai, l'alveo del Montone dalla Torre dei Quadri al Ponte di Schiavonia per volere di Francesco IV Ordelaffi e fu scoperto il pavimento di una chiesa antica lavorato a mosaico, con molte sepolture e monili preziosi (?). Nel 1514, in occasione degli scontri (ormai fuori dal tempo) tra guelfi e ghibellini, la Torre, spaziosa all'interno, funse da "cavallo di Troia" per entrare in città. Vi si rifugiarono degli uomini armati con l'intento di annientare le ambizioni dei Numai (ghibellini) a favore dei Morattini (guelfi). Erano in seicento e avanzarono fino al Ponte dei Morattini. Furono "rotte le mura" presso la Torre dei Quadri un'altra volta nel corso dello stesso tumulto. L'anno successivo si cita ancora la Torre dei Quadri come Porta (questa volta d'uscita, non come colabrodo difensivo) attraverso la quale i guelfi in gran numero (a piedi e a cavallo) lasciarono la città per riempire di mazzate i ghibellini sulla via di Faenza. 

Per quanto riguarda il riferimento al Giglio, vi è chi lo collega al vescovo Marcantonio Gigli (1578-1580) che qui vi avrebbe collocato l'omonima Celletta. Pare un'ipotesi controversa, questa, perché il nome Gilio lo si ritrova anche nel 1215, in una sentenza di Innocenzo III: si tratterebbe di un fondo conteso tra la Cattedrale e l'Abbazia di San Mercuriale nei pressi dell'antica torre. Si cita anche un Hospitium Gilii fuori porta Schiavonia, almeno nel Cinquecento. Secondo lo scrivente, non può essere scartata l'ipotesi che abbia questo nome perché guarda Firenze il cui simbolo è, appunto, un giglio. Il fatto che però alcuni storici la chiamassero "Torre di mastro Giglio" confonde ancor più le idee. Sarebbe interessante se la si valorizzasse, magari con qualche faretto o qualche indicazione: cosa che ha un costo sicuramente inferiore a quello sostenuto dalle casse comunali per l'abbattimento delle mura. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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