Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Fate largo all'Arcidottore!

Medico, filosofo: chi era il forlivese noto come "Nuovo Aristotele"? Jacopo da Forlì e l'entusiasmo del primo professore in carriera tra Padova, Siena e Ferrara.

Era un medico. Ma anche un filosofo. Andare a ripescare fatti e personaggi antichi magari non desta quella curiosità che sembra appiattita solo sul Novecento, forse perché i più - il secolo scorso - l'hanno visto e vissuto. Ogni tanto, però, è bene fare un salto indietro: ci si imbatte così, nel Trecento, in tale Jacopo da Forlì, che a Forlì è conosciuto (per lo più dagli abitanti dell'omonima via) come Giacomo Della Torre. In Francia è noto come Jacques de Forlì: ma qui, chi lo ricorda? 

Ebbe infiniti scolari che lo acclamavano quale Monarca delle discipline ipocratiche, almeno a quanto si legge nei Lustri antichi e moderni della città di Forlì scritto nel Settecento per il cardinal Merlini. Qui si scopre inoltre che né vi fu professore a quei tempi, che non si sforzasse di seguire le sue vestigia, e d'imitare i di lui esempi. In quel medesimo secolo, Forlì presentava, oltre a Giacomo, altre dimenticate punte di diamante della medicina dell'epoca. Giovanni Numai e Tommaso di Bene fisici prestantissimi e nelle Scienze ipocratiche singolari, per le quali risuonò il loro nome anche in remote Regioni. Si distinse pure il figlio d'arte: Giuliano Numai che provava tanta felicità nel curare i malori, che venne chiamato alla guarigione di principalissimi Personaggi. Erano altresì tempi in cui, in campo religioso, operavano come taumaturgi il Beato Giacomo Salomoni e San Pellegrino Laziosi. Insomma, nulla da invidiare a Bologna coi suoi Balanzoni.

Giacomo Della Torre, forlivese da generazioni, dedicò la giovinezza allo studio. Il suo curriculum, oggi come oggi, non è di semplice ricostruzione: si sa però che tra il 1383 e il 1385 è lettore di filosofia a Bologna ma prima e dopo fu legato per lo più a Padova. E a Padova si lasciò affascinare dalla medicina, quella Scienza ipocratica come allora si diceva. Nel 1400 è definito lector in Studio Paduano medicorum promuovendo diversi dottorati; pochi anni dopo è docente di arti e medicina a Ferrara. Deve aver viaggiato molto, il buon Giacomo, se lo si trova qua e là in varie località italiane (per esempio ebbe l'esclusiva dell'insegnamento della medicina a Siena). Vero è che sembra aver preferito Padova, città che lo ha formato e che forse ha prediletto. Amava anche Siena: di suo pugno dichiarò di essere verum amicum Senensium. Da adulto, è attestata la sua presenza a Forlì ad anni alterni tra il 1391 e il 1399 dove si occupava di acquisti fondiari e rendite varie nonché della salute del vescovo Scarpetta Ordelaffi. Tali sue trasmigrazioni professionali sembra che fossero dettate da un certo attaccamento al denaro: anch'egli, umano, non era esente dai vizi. Questo vizio, però, rischiò di costargli la testa: aveva fatto troppe promesse a Niccolo d'Este e l'insegnamento a Parma significava ancor più soldi. Il forlivese non mantenne i patti e il marchese emiliano avrebbe chiesto, appunto, la sua testa: ma era così famoso che se la cavò senza nessuna ripercussione. 

Ammirato, imitato, adulato da allievi e amici fu una figura emblematica della cultura aristotelica del Basso medioevo. Sul suo stile di insegnamento si adeguarono le più avanzate accademie del tempo, ricalcando così il modello padovano predisposto dal forlivese. La sua fama lo porta a Firenze, nel bel mezzo di una diatriba tra umanisti: il cadavere fortuitamente ritrovato e ormai reso irriconoscibile dalla decomposizione era di un uomo o di una donna? Ebbene, il nostro risolse l'enigma: era di un uomo chiamato Livio. Il suo metodo lascerà una traccia irreversibile; ancora nel Cinquecento gli statuti universitari imponevano ai professori di medicina pratica di seguire il "modello Della Torre", specialmente nella lettura di Galeno. Fu considerato per secoli autorità indiscussa come commentatore di Ippocrate, Avicenna, Aristotele; i suoi scritti cercavano di attualizzare gli antichi autori, senza complessi d'inferiorità ma con spirito critico e rispettoso di un sistema considerato nei "massimi sistemi" sempre valido ma applicato ai casi concreti degli ultimi decenni del Medioevo. Tra le numerose opere dell'arcidottore, tutte legate all'insegnamento, è fondamentale In aphorismos Hippocratis expositiones cum quaestionibus. Qui, mantenendo lo stile per aforismi, si cimenta nella deontologia professionale e sul valore della vita, nonché nelle caratteristiche delle specifiche infermità come le malattie intestinali, proponendo diete, un'alimentazione equilibrata secondo l'età e il clima, il rapporto tra cibo e morbi. Insomma, potrebbe considerarsi uno dei primi, se non il primo, medico dietologo

La copiosa letteratura scientifica prodotta dal forlivese era considerata di primaria importanza ancora nell'Ottocento perché rappresentava un tentativo concreto di rifondare la medicina come scienza attingendo dai grandi dell'antichità, avendo pure il coraggio di dissentire da "mostri sacri" come Avicenna. Per quest'immensa mole di sapere, Jacopo o Giacomo aveva imparato il greco. Nel frattempo aveva sposato una forlivese, Margherita Coltrari, donna di buona famiglia e dote cospicua, tuttavia la coppia non ebbe figli. Cercò allora in tutti i modi dei rimedi medici contro la sterilità, dando inizio a quel ramo della scienza che si sarebbe chiamata embriologia. Finì che adottò Francesco Pontiroli, nato a Forlì nel 1394 e divenuto poi patrizio padovano. Nonostante le cure di Giuliano da Rovigo, Giacomo Della Torre finì i suoi giorni non ancora cinquantenne a Padova il 12 aprile 1413 (o 1414). Tale data, però, non trova il favore di tutti gli storici in quanto non sarebbe l'unico Iacobus medicus de Forlivio a lui contemporaneo. Fu sepolto nella chiesa degli eremitani di Padova: la lapide lo definiva nuovo Aristotele e nuovo Ippocrate, il suo monumento funebre, però, già gravemente lesionato, fu distrutto nel 1746. 

Forlì gli ha dedicato la strada che costeggia, da piazzale Solieri, il Campus universitario. Si potrebbe fare di più, si è già fatto notare come una facoltà di Medicina sarebbe connaturata con l'identità urbana. Forse meriterebbe, almeno, che un padiglione dell'ospedale prendesse il suo nome. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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