Il Foro di Livio

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Feste in agenda a Forlì

Tra sacro e profano, ecco le antiche occasioni che per secoli hanno dato vita alla città. E oggi? Un calendario di ricorrenze molto sentite dai forlivesi.

Con l'arrivo della stagione fredda vengono in mente le feste che cercano di contrastare le giornate sempre più corte. Il 26 ottobre si festeggia San Mercuriale e potrebbe essere il pretesto di riscoprire antiche tradizioni legate alle festività religiose che hanno segnato il tempo liviense. Una tenera reminiscenza, per i forlivesi, è Santa Lucia e il suo frequentato passaggio ieri come oggi. Qui, dunque, si vuole stilare un'agenda di feste religiose di Forlì, dimenticate o ancora esistenti, come si vivevano nel passato. In questo tentativo di calendario profano, saranno omesse le numerose ricorrenze (anch'esse oramai sbiadite) prettamente liturgiche o di culto (processioni, memorie di santi...), con l'auspicio che una città come Forlì, alla ricerca di un'identità perduta, sappia rinsaldare il legame con le proprie radici. Si menzionano, pertanto, le festività religiose con bancarelle o usanze care ai nostri antenati. Si terrà unicamente conto, poi, dell'urbe compresa tra la cerchia muraria, ciò che ora si chiama centro storico. Chi ha a cuore le antiche tradizioni e sa che possono fungere da volano per il commercio e per il turismo, può leggere le righe che seguono come pro memoria. Ecco, dunque, una Forlì festosa per tutti: in tali occasioni, infatti, i mezzadri potevano vivere il "lusso" di andare in città senza subire i rimbrotti del padrone. La città, dunque, in quei giorni si popolava di campagna. 

Si inizia dal 17 gennaio: Sant'Antonio Abate. Nell'omonima chiesa di Ravaldino si festeggiava il patrono degli animali da cortile rappresentato nei santini che non mancavano mai nelle stalle. All'esterno della chiesa si poteva acquistare il pane benedetto, detto anche panetto o panino di Sant'Antonio che almeno in parte era destinato agli animali. Se si capitava in quel giorno, di pomeriggio, sul sagrato della chiesa di Ravaldino, si poteva osservare un via vai ordinato di cavalli, o alla cavezza, o traino di carrozze da signori. Il parroco benediceva i quadrupedi su una predella posta sul ciglio dell'odierno corso Diaz. La folla che assisteva a questo rito era sempre più che abbondante. Più avanti, in un modo più o meno simile, nella medesima parrocchia, si cominceranno a benedire le automobili. La festa regina di Forlì è sempre stata in agenda al 4 febbraio: Madonna del Fuoco. La sera prima si cuoceva una focaccia di farina e mandorle mentre le case della città erano illuminate da ceri, candele, lumi a petrolio. In piazza si rideva e si ballava, si parlava, nonostante il freddo dei giorni della merla. Molti contadini si davano appuntamento a ridosso delle quattro porte per improvvisare danze campagnole. Alle 16 si ripeteva l'estrazione del premio di mille lire della tombola dal balcone del Municipio. In serata, al centro della piazza, si dava fuoco alla macchina, una sorta di grande girandola di legno e paglia, garantendo un effetto luminoso speciale che da diversi decenni è stato - ahimé - abbandonato. In tutta sicurezza sarebbe bello poterlo rivedere. 

Il 1° maggio è San Pellegrino e nella basilica di Campostrino, un po' come oggi, i forlivesi si accalcavano fuori e dentro la chiesa (tanto che almeno una volta si chiese la presenza di un picchetto di sedici uomini dell'esercito per regolare il flusso dei fedeli). Nell'immaginario forlivese, San Pellegrino Laziosi è legato ai cedri: grossi limoni di varia provenienza che traboccavano e traboccano nel loro intenso giallore sulle banchette a ridosso della chiesa. Si nota con piacere che da qualche tempo questa tradizione è tornata a riscuotere un vivace riscontro mentre era pressoché svanita cent'anni fa, limitata cioè alle sole funzioni religiose. Il 22 maggio, Santa Rita, i fedeli accorrevano alla chiesa di Ravaldino per ricevere fiori benedetti. Oggi si benedicono le auto e si consegna una rosa rossa che i più lasciano seccare a testa in giù prima di conservarla all'interno della vettura. La seconda domenica di luglio era dedicata a Sant'Antonio di Padova, francescano con forti legami con Forlì. La chiesa di Ravaldino era solita promuovere questa iniziativa estiva, caratterizzata da bancarelle lungo Borgo Ravaldino, tombola, banda; un burattinaio sapeva intrattenere i bambini. La statua di Sant'Antonio (ereditata come la festa dalla scomparsa chiesa di San Francesco Grande) girava in processione per le vie del rione fino a entrare nelle carceri. La domenica successiva al 16 luglio è la Festa del Carmine e l'odierno corso Mazzini si colorava di vistose luminarie. Vi erano bancarelle, non mancavano banda e gente schiamazzante. Si trattava, dunque, della festa per eccellenza del Borgo San Pietro. 

La quarta domenica di settembre è dedicata alla Festa dell'Addolorata, l'evento principale di Borgo Schiavonia. In questo caso, appunto, oltre a essere la "fiera dei sette dolori" come in altre località romagnole, era la ricorrenza dedicata a tutto il rione. Gli abitanti di Schiavonia invitavano i loro parenti forestieri per pranzare con l'anatra allevata per l'occasione nelle piccole corti del quartiere. Il sabato sera si vedevano pendere anatre morte alle inferriate delle finestre: era una sorta di gara a chi l'aveva più grassa. La competizione era così sentita che talora i poveri pennuti venivano rubati. Il menù della domenica era sempre quello: cappelletti, trippa, anatra al forno, ciambella, scroccadenti. Anche il vino nuovo era motivo di competizione e, tra vicini, si beveva cercando di capire quale fosse il più pregiato. Borgo Schiavonia si accendeva di luminarie e le case venivano lustrate a dovere, sui muri del rione si disegnavano le sagome delle anatre, ai balconi si stendevano coperte ricamate, in molti punti si vedevano venditrici delle prime castagne, piadina alla lastra e dolci. Tra le altre attrazioni: la "corsa dei galli" (una specie di goliardico palio su carretti) e l'albero della cuccagna. In premio: capponi, galletti, fiaschi di vino e tanti salami.

Il 25 novembre è tempo della Festa di Santa Caterina nella chiesa di San Biagio; la fiera di giuocattoli e dolci riempiva di passaggio una zona ora marginale del centro storico, e in particolare a prendere vita erano le arcate della bella chiesa di San Girolamo (più nota come San Biagio), polverizzata in tempo di guerra. La ricostruzione postbellica ha negato ai contemporanei il ripristino integrale del caratteristico portico che, dal sagrato della chiesa antica, raggiungeva via dei Mille. Anche in questo caso non si può che rammaricarsene, pertanto la festa di Santa Caterina oggi resta “allo scoperto” ma già nel 1915 si riscontrava un “tono minore” rispetto alla vicina festività di Santa Lucia. Le bancarelle più caratteristiche vendevano fischietti o galletti di zucchero e scaldini in terracotta, carrettini di legno, asinelli di cartapesta, torrone per le belle spose nonché catareni, cioè bambole di stracci dal muso piatto. I bambini del tempo erano incantati, e i venditori, con un fare sfacciato, “costringevano” i genitori a comprare qualcosa. Così iniziava ufficialmente l'inverno a Forlì. 13 dicembre significa Santa Lucia. Il torrone per le belle ragazze e gli addobbi natalizi la fanno oggi da padrone nelle bancarelle che si susseguono lungo Borgo Cotogni. Nel 1915, Filippo Guarini osserva: la calca di devoti nelle ore del mattino è tale che impedisce l'ingresso in Chiesa; il concorso a Forlì è grandissimo, essendo anche Lunedì. La memoria ci consegna questa festa avvolta tra il suono di pive natalizie, frotte che entrano in chiesa per la benedizione degli occhi, voci spensierate, palloncini rossi, schiamazzi e leccornie. I pigurini erano figure di coccio colorate vistosamente. E per finire, una ricorrenza minore che emerge tra le pagine del "Diario Forlivese" di Filippo Guarini: il 21 dicembre ricorre la memoria di San Tommaso Apostolo che - forse non tutti sanno - è il titolo storico della parrocchia di San Mercuriale. L'unica menzione che l'attento cronista riporta è il consueto e misterioso invito a prendere la cioccolata di quel Canonico Primicerio.

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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