Il Foro di Livio

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Firmato Diaz: Forlì e la fine della Grande Guerra

Il 4 novembre 1918 la città è un tripudio di bandiere. Tricolori ovunque, la pace sublima nella vittoria. Ben presto, però, si faranno vive ombre sinistre.

In questi giorni di cent'anni fa si registrò il massimo numero di nascite o concepimenti di bambini che si sarebbero chiamati Firmato. Il nome, caduto poi nel dimenticatoio, riecheggia il Bollettino della Vittoria del 4 novembre 1918 che, a mo' di firma, si concludeva, appunto, con Firmato Diaz (o F.to Diaz). Così, per esempio, si legge all'ingresso di Palazzo Albertini. La punteggiatura ha la sua importanza, pertanto l'assenza della virgola tra firmato e Diaz fece sì che parecchi pensassero che il Duca della Vittoria si chiamasse, appunto, Firmato. I parroci non fecero tante storie: esiste pure un San Firmato diacono e martire (5 ottobre), quindi i battesimi potevano filare lisci. Il nome prezioso perché curioso non avrà mai più tanto successo; al successivo conflitto mondiale seguì un bollettino con ben altri toni. 

Lunedì 4 novembre 1918 era un giorno piovoso e, nonostante l'esito ormai ineluttabile della guerra, morirono le ultime vittime, ragazzi del '99 che pochi minuti più tardi avrebbero goduto della giusta pace. Intanto si contavano i numeri: l'esercito di Carlo d'Austria è distrutto: 300 mila prigionieri, 5000 cannoni catturati. Alle 3 del pomeriggio di quel 4 novembre, l'inutile strage (per i neutralisti), la Grande Guerra (per gli interventisti) era terminata. Seguì il Bollettino della Vittoria: "La guerra contro l'Austria-Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. L'Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell'accanita resistenza dei primi giorni e nell'inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza. Firmato Diaz". Com'è passata tutta questa enormità storica su Forlì e i forlivesi?

Inizialmente, con l'angoscia degli ultimi mesi di guerra. Anche il cielo poteva rappresentare un pericolo, cosa impensabile fino ad allora. Il 21 agosto 1918 si registrò un'incursione aerea sulla Romagna. Così racconta Guarini nel Diario Forlivese: “Sulle 23, con un magnifico chiaro di luna nella sua pienezza, due colpi di cannoni danno l’allarme a Forlì. Da Ravenna, ove sono comparsi aeroplani austriaci, hanno telegrafato che uno di essi è in direzione di Forlì; ma il temuto velivolo non si presenta”. Tuttavia “si toglie subito la luce elettrica; si fanno sgombrare l’Arena Forlivese e il Teatro Hesperia. La gente si disperde; moltissimi vanno in alto nelle case e fuori delle Porte della Città”, insomma è uno “spettacolo pauroso” che cessa “a un’ora e tre quarti dopo la mezzanotte”, con la segnalazione del “suono della Torre”. Ovviamente qualcuno ne approfitta: gli osti che “hanno raccolto gente a bere e fatto fior di quattrini”. Ma ormai la pace è vicina: il 7 ottobre 1918 si legge: “Germania, Austria e Turchia hanno incaricato il Governo svedese di dirigere una nota a Wilson, proponendo di concludere con lui e i suoi alleati un armistizio immediato” alla notizia “tutta Forlì è in moto; certo i più dubitano della serietà della proposta, e temono uno dei soliti tranelli di quella gente senza onore. Sarebbe la Madonna, che per una sua Solennità, e proprio l’anniversario della Battaglia di Lepanto nel 1571, darebbe al mondo i prodromi della sospirata tranquillità!”.

Il 1° novembre si enuncia uno “splendido” bollettino di guerra: liberate Feltre e Belluno, ormai è cosa fatta e s’intuisce che manca pochissimo alla fine. Il 3 novembre, il generale Diaz annunciava che le truppe italiane avevano occupato Trento, Trieste e Udine, città sulle quali sventolava ora la bandiera tricolore. In tutta fretta iniziarono anche a Forlì i preparativi per celebrare la vittoria e la città si tenne pronta a esplodere nei festeggiamenti. E la notizia delle notizie, finalmente, arrivò. Il 4 novembre, infatti, “In men che non si dica, Forlì presenta una fitta selva di bandiere”: la guerra è vinta e “non c’è bottega che non abbia uno straccio di tricolore”. Ancora, in quel fatidico giorno: "Sono esposte le bandiere ai locali governativi e comunali; tutti dovunque si arrabattano a metterle fuori, dai Campanili alle case più umili, dal Vescovado e Seminario ai Conventi. Al solo palazzo Albicini se ne vede una per ogni finestra e per ogni pilastro della cancellata. Alle 15 nuova e grandiosa dimostrazione, perché è l’ora in cui si sospendono le ostilità con l’Austria Ungheria per mare, per terra e per aria…; parlano il Sindaco ed altri dalla ringhiera del Palazzo Comunale. In Piazza si alzano due grandi pali cogli stemmi di Trento e Trieste inghirlandati d’alloro”. Cent'anni dopo, cioè oggi, si vedrà qualche bandiera alle finestre di Forlì? Non già per apologia di guerra ma per sottolineare, in giorni cari alla pietà dei defunti, il debito morale contratto con le vittime del conflitto. Il Monumento ai Caduti di piazzale della Vittoria sarà interessato da progetti di recupero, di pulizia e di ripristino del decoro dovuti? Eppure la Forlì di cent'anni fa, sfiancata dal conflitto, assaporava il compimento del Risorgimento con l'ingresso in Italia di Trento e Trieste. Qualche mese più tardi, la gioia si dissipò con la Conferenza di Pace di Versailles che mutilò la vittoria seminando rabbia e paura. Ma prima, i soldati che pieni di attese erano tornati a Forlì, trovarono miseria e disoccupazione. Feriti, mutilati erano i più: le medaglie restavano una parca consolazione.

Il 10 novembre, quasi a smorzare la festa, ecco “una forte e prolungata scossa di terremoto ondulatorio, preceduta da rombo potentissimo”. Sarà il famoso terremoto di Santa Sofia e dell’Appennino forlivese, distruttivo, che pare riportare il sapore acre della guerra: “Molti si fermano in Piazza a guardare l’oscillazione della Torre di Palazzo, ai più fa l’effetto come di sentirsi venir meno le forze”. Il conflitto sarebbe però concluso l’11 novembre con la firma dei rappresentanti della Germania, atta a sancire la resa definitiva e ad accettare le condizioni di armistizio. I seguaci del mito risorgimentale di un'Italia unita videro l'avveramento del sogno e così pure era avvenuto per coloro che aveva creduto nel conflitto come mezzo per abbattere gli Imperi centrali. A consuntivo dell’anno, Guarini scrive del “bisogno di pace” con cui si conclude il 1918 e del merito italiano di aver “deciso la vittoria dell’Intesa”. Però presagisce le nuove insidie in agguato, tra cui la “crisi economica” che “spaventa tutti”, pertanto “tutti sono spossati”. Inoltre: “L’operajo che non rispetta la legge (…) si rassegnerà a tornare alla vita di prima? O non preparerà rivoluzioni e disordini? Il male si è, che, con tanti flagelli, non si torna a Dio. Preghiamolo, e incessantemente, che tenga lontani tempi anche più terribili dei presenti”. 

Dieci anni dopo, nel 1928, ad Armando (o Firmato, per molti) Diaz, fu dedicato il corso che un tempo era di Saffi e ancor prima veniva chiamato Borgo Ravaldino. 

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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