Il Foro di Livio

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Forlì in festa per l'amnistia di Pio IX

Fuochi d'artificio e corse di cavalli in piazza tra il 29 e il 30 agosto 1846: è la "Festa del perdono". I forlivesi salutano con entusiasmo l'iniziativa del nuovo Pontefice.

Nel luglio 1846, il nuovo Papa, Pio IX, concede l'amnistia per i reati politici. Forlì, città che ha forgiato un'indole risorgimentale, come accoglie questo provvedimento che avrebbe fatto uscire centinaia di carcerati dalle prigioni? Su tali vicende scrive Pellegrino Baccarini, cronista e legale forlivese, in un opuscolo – quasi un breve romanzo storico - chiamato “Il perdono”. In particolare, si rende conto di “dimostrazioni di gratitudine, e di giubilo fattesi nella Città di Forlì ne’ giorni 29 e 30 Agosto 1846”. In seguito a “spontanee offerte de’ Cittadini forlivesi, dalla Comune, e dalla Cassa di Risparmio”, la grande Festa del perdono inizia alle 9 del 29 con una “distribuzione sulla Ringhiera del palazzo Legatizio di cinquecento elemosine di bajocchi quaranta l’una alle famiglie più bisognose della Città, mediante estrazione a sorte sul novero di quelle che erano state legittimamente incluse, e i di cui nomi erano stati posti in urna apposita”. Contemporaneamente furono restituiti tutti i pegni “a sollievo delle famiglie povere”. Furono quindi raccolti e distribuiti sussidi per gli amnistiati bisognosi.

Il giorno successivo, domenica 30, “tutti i portici della pubblica Piazza, ed anche altrove furono addobbati magnificamente, come furono pomposamente fregiati diversi atrii di particolari Palazzi, e segnatamente quelli di Casa Manzoni, e Seganti sul Borgo Schiavonia”. Per rendere più festoso il tutto furono chiamate tre bande musicali: quella di Rocca San Casciano “dello Stato Toscano”, di Meldola e “della guarnigione Svizzera”, nonché il “Concerto di Savignano”. Alle undici del mattino, in Duomo, “oltre alla Messa solenne in musica, fu cantato l’inno Ambrosiano” e, “colla Benedizione del Venerabile Sacramento, essendovi intervenuti Monsignor Vescovo e la Magistratura in abito di Costume, ed al suono generale di tutte quante le Campane della Città; e le lodi di Pio IX”. Pontefice che ai forlivesi del 1846 parve “pacificatore dell’universo”, a conferma di ciò sonetti, epigrafi e scritte in elogio al Papa erano sui muri di palazzi e case. Sulla porta principale del Duomo solennemente apparato si leggeva un’”elegante iscrizione”. Provò a rovinare la festa un improvviso scroscio dalle due del pomeriggio e per circa un’ora e mezza, ciò non impedì la folta partecipazione anche di forastieri tra cui: ravennati, faentini, cesenati, forlimpopolesi, meldolesi e toscani. I più prudenti restavano ben protetti nelle loro carrozze sventolando bandiere dai colori pontifici.

Al tramonto si svolse “una corsa di Cavalli barberi coi premj di Scudi 25 al primo che giungeva alla meta, di Scudi 10 al secondo e di Scudi 5 al terzo”. Per salutare la corsa, alle finestre di Piazza Maggiore e Borgo Pio (corso della Repubblica) furono esposti tappeti a mo’ di ornamento. Fattosi buio, “furono incendiati sulla della Piazza maggiore molti e brillanti fuochi di artifizio, che coi loro variati colori alzandosi veniva a quando a quando quasi a rendere tempestata di gemme la nuvolosa volta del cielo, il che soddisfece ogni concorrente spettatore”. Del resto, tutta Forlì era illuminata a festa; il campanile di San Mercuriale era abbellito da “splendidi, e maestosi ornamenti” con “drappi” e “trine”. In particolare: “la vaghezza dei fiori, e la loro incantevole simetria era un aggiunto di bello, e sorprendente: locchè a memoria d’uomini viventi, e di tradizioni le più vetuste giammai erasi veduto, ed ha fatto, e fa dubitare di mai più rivederlo”. Era stato inoltre innalzato un arco trionfale presso la Barriera Pia (Porta Cotogni), struttura illuminata “a giorno con tre e più mila bicchierini ad olio, e di varj colori raffiguranti più Emblemmi di pace”. Sull’attuale corso della Repubblica, allora Borgo Pio, furono sistemati “de’ cappelli alla chinese” e “palloncini di carta di varj colori tutti illuminati” con ritratti del Pontefice. Si segnala il risalto di una bella effigie di Pio IX esposta al Caffè Nuovo tra l’elegante “illuminazione di cristallo a cera”. Al termine dello spettacolo pirotecnico si fece avanti un “Corpo di giovanotti”, coristi forlivesi “che cantavano un inno Popolare, che rendeva grazie e onore all’uomo di Dio, a Pio IX, posto in musica dal Maestro Sig. Francesco Favi di Forlì, che veniva accompagnato da varj suonatori del concerto musicale di Savignano, diretto da quel maestro Sig. Casacci”, e ciò ebbe quest’effetto: “ogni cuore sentivasi tocco da quelle armonie”. 

Alla manifestazione concorsero anche le Società degli Orti fra le quali si distinse per generosità di esultanza quella “così detta de’ Tartari dell’Orto S. Barnaba, la quale si portò in bella mostra in giro quasi tutta la notte per la Città, cantando inni di grazia, tenendo in mano chi delle torcie a vento, chi degli Emblemmi Pontificii, e chi verdi rami di pacifico olivo, e del trionfal lauro” accompagnata dalla banda di Rocca San Casciano “fatta venire appositamente dalla stessa Società”. Sempre nella notte, una folla s’assiepò davanti al Palazzo Paulucci di Calboli con suoni e canti. S’affacciò pertanto “il Signor Marchese Luigi, quale degnossi graziosamente comparire in una di quelle finestre del suo palazzo, salutando e ringraziando la Popolazione stessa”. La pioviggine notturna non fece cessare “i replicati evviva” diretti a Pio IX, all’Eminentissimo Gizzi (Segretario di Stato), al Marchese Paulucci e nonostante “le grida altissime di tante genti che assordavano l’aere, non fu turbato l’ordine pubblico”. Dispiacque dunque la fine di questa due giorni “perché il Popolo non sapeva distaccarsi da tanta esultanza, talmente che a notte avanzata la Piazza maggiore, il Borgo Pio, quelli di Schiavonia, Ravaldino, e S. Pietro erano pieni di Popolo, come lo era nelle strade limitrofe, e ciò fino all’albeggiare del veniente giorno, essendosi ognuno nel ritiro abbandonato alle liete e belle speranze di un beato avvenire”. 

L'amnistia, contenuta nell'editto Nei giorni, procurò a Pio IX le simpatie di liberali e di chi era vicino alle istanze risorgimentali. Difficile immaginare che dopo meno di due anni sarebbero cambiate molte cose. Dal 22 gennaio 1844 era stato nominato legato pontificio di Forlì Tommaso Pasquale Gizzi, cardinale che nel conclave del 1846 era stato un forte candidato papabile. Poi la spuntò, appunto, Pio IX il quale nominò Gizzi, dell'ala riformista e moderata della Curia romana, Segretario di Stato. Nel suo periodo forlivese, il cardinale Gizzi riscosse gli elogi di Massimo d'Azeglio che ne evidenziò i temperati modi, accludendo una riflessione sulle riforme necessarie alla formazione del nuovo Stato italiano. In particolare, così di lui d'Azeglio riportò: "La provincia o legazione di Forlì, sottoposta al Cardinale Gizzi, al quale ci gode l'animo render quell'omaggio che merita la sua umanità e la sua nobiltà del cuore, che rifugge da ogni lordura di polizia, ne impedisce le provocazioni ed ogni altra ribalteria...". Venti giorni dopo la sua nomina a Segretario di Stato, si svolse a Forlì la Festa del perdono

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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