Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Forlì porta a porta

Per entrare in città, i nostri antenati dovevano passare sotto archi e voltoni. A Forlì ce n'erano almeno quattro, se non di più. Rimane in piedi la Porta di Schiavonia. E le altre che fine hanno fatto?

"Alle porte della città" è una di quelle espressioni che, almeno a Forlì, rimane tangibile soltanto per un quarto. Per millenni (si pensi, per esempio, alla "Porta dei leoni" di Micene) non ci sono state città senza Porte, dei varchi che consentissero l'accesso altrimenti protetto da mura. Così è andata anche a Forlì e oggi delle quattro che, da quasi settecento anni, danno il nome tradizionale ai rioni della città, ne è rimasta in piedi una soltanto. Quindi, con l'espressione riportata nel titolo, non s'intende fare una disamina sulla raccolta dei rifiuti, né tantomeno parlare di trasmissioni televisive ma, appunto, si tenta di capire da che parte si "entrava in città". Ancora oggi ci sono anziani, nella prima periferia, che - se vanno in centro - dicono "vado a Forlì" (e magari abitano in viale Risorgimento, pur sempre fuoriporta) proprio perché la città era uno scrigno protetto da quattro vecchie signore, le Porte. Le vecchie signore, già nel Trecento, erano definite Porte magistre con i nomi (tutti in rigoroso genitivo alla latina): Ravaldini (di Ravaldino), Cudignorum (dei Cotogni), San Petri (di San Pietro), Sclavanie (di Schiavonia).

L'unica superstite è la più giovane: detta "di Schiavonia" (nella foto), prende il nome dal rione che si estende lungo corso Garibaldi. Da notare che gli antichi cronisti preferivano darle un nome simile a quello dialettale: S-ciavanì, sovente senza l'acca che indurisce il tutto. Nonostante una certa cura nell'aiuola antistante, ornata di rose rosse, fiori gialli e bassi cipressi, resta soffocata dal traffico e fa ombra a un parcheggio mentre ciò che rimane della rocca antica oggi non versa certo in ottime condizioni. La Porta sorge sul luogo in cui, nel 1406, fu costruita un presidio per difendere il punto di attraversamento del Montone. Questo baluardo difensivo, voluto dal legato Cossa, seguì le storie del turbolento Quattrocento forlivese fino ad essere letteralmente "tagliato" nella seconda metà del Seicento per far sorgere, al suo interno, l'arco. La versione che vediamo tutt'ora risale al 1743 e fu dedicato al cardinale forlivese Camillo Merlini Paulucci di ritorno dalla Polonia. Fu conservata parte della rocca i cui avanzi giacciono come poco più di spartitraffico anche se s'intuisce il solco che fungeva da fossato un tempo limitante tutta la cerchia urbana. Se nell'Ottocento la altre Porte ad arco caddero, questa rimase, e divenne, pur nella sua bella forma, barriera daziaria dotata di androne poi abbattuto nell'estate del 1933. Un grosso portone di legno, nottetempo, chiudeva l'ingresso e la città. Nel 1882, per assecondare l'afflato risorgimentale, fu battezzata "Porta Garibaldi", nome che si affermò per poco, essendogli da sempre preferito quello tradizionale. L'arco monumentale, per tutto l'anno, mantiene le lampadine che, accese nel periodo natalizio ne delineano la sagoma. Tuttavia pare evidente che meriti una migliore valorizzazione e interventi di recupero. 

Le altre Porte erano meno solenni e di dimensioni più ridotte, però si conservava una singolare simmetria: lungo l'asse corso Mazzini-corso Diaz (le porte San Pietro e di Ravaldino) perseveravano nell'aspetto medievale: varco stretto, torretta merlata, un po' come alcune omologhe bolognesi. Quelle sull'asse perpendicolare (porte di Schiavonia e Cotogni) avevano mutato volto, trasformando le precedenti torrette medievali con archi tardo barocchi. A parte quella di Schiavonia, nel corso dell'Ottocento furono atterrate tutte, sostituite dalle barriere daziarie che a loro volta cederanno il passo vuoi per gli effetti dell'ultimo confilitto mondiale, vuoi per piani regolatori novecenteschi di pregio (i "palazzi gemelli" al termine di corso della Repubblica fanno sicuramente più figura della vecchia "barriera Vittorio Emanuele"), vuoi per incuria e terremoti.

La Porta Ravaldino, abbattuta per far spazio alla "Barriera Saffi", era al termine dell'omonimo borgo, più o meno in corrispondenza dell'attuale incrocio tra viale Salinatore, via dalle Bande Nere, viale dell'Appennino e corso Diaz. Negli anni Venti fu deciso di smantellare anche la barriera, ormai inutile e obsoleta; da allora la città, dal lato "appenninico", ha perso un accesso dignitoso e aggraziato. Ci sono stampe che conservano l'immagine della vecchia Porta, abbattuta da brevimiranze ottocentesche: pur di modeste dimensioni, era un semplice arco merlato in mattoni, simile a quello che oggi funge da ingresso alla cittadella (cioè la Casa circondariale) all'ombra del torrione. Altre stampe la mostrano dall'interno, e si nota un tetto spiovente e pare chiaro come questa porta, in tempi di trasporti veloci, fosse un vero e proprio intralcio per la circolazione. Trascurata e caduta in disuso, nel 1870 venne danneggiata da un terremoto e fu la scusa buona per atterrarla onde far spazio alla barriera daziaria. E anch'essa, poco più di mezzo secolo dopo, fu demolita. 

La Porta San Pietro doveva essere come la Porta San Felice a Bologna, un tantino più slanciata. Almeno così si vede da una rara foto che precede la sua distruzione a metà dell'Ottocento. Perfettamente innestata nella cerchia muraria, era ciò che rimaneva della Rocca San Pietro, altro importante sistema difensivo della città di cui non c'è rimasta traccia. Abbattuta senza troppe remore nel 1862 per far luogo a una coppia di edifici su disegno di Callimaco Missirini, cioè la "Barriera Mazzini", quest'ultima subì ingenti danni nel corso dei bombardamenti e, giudicata irrecuperabile, fu atterrata nel 1944, privando anche questo lato di un accesso propriamente detto alla città. La Porta originaria doveva essere un riadattamento del mastio dell'antica rocca trecentesca. La successiva Barriera era del tutto simile a quella cesenate. 

La Porta Cotogni, almeno fino al Seicento, aveva un aspetto "medievale", con tanto di torretta. Mantenendo tale impianto, fu aggraziata da alcune decorazioni barocche. Pur non essendo solenne come quella di Schiavonia, era l'ingresso "nobile" della città: da qui passavano cortei e parate, nonché era usata per gli ingressi più solenni. Ornata con un busto del cardinale Augustini (ora in pinacoteca), rimase in piedi fino al 1825. Fu, comunque, un arco con androne sul solito fossato che l'Ottocento volle atterrare per edificare due monotoni blocchi a mo' di barriera daziaria, giusto aggraziati da un paio di colonne con leoni (i due felini oggi ornano l'ingresso della Fiera). Poco altro si sa, se non che, seguendo le mode del tempo, ebbe anche il nome di Porta Pia e di Barriera Vittorio Emanuele. Poi arrivarono gli anni Trenta e la barriera fu demolita per far spazio ai "Palazzi gemelli" i quali, a loro volta, sono una rilettura in chiave razionalista delle barriere ottocentesche. E almeno costituiscono una bella "porta" per entrare in centro.  

Sarebbe grave non precisare che quest'impianto "a quattro porte" fu cristallizzato con Pino III Ordelaffi e Caterina Sforza, mentre precedentemente esistevano altri accessi. Si fa menzione, per esempio, della Porta Valeriana o Liviense (alla fine di via Battuti Verdi) che, attraverso un ponte non più esistente, collegava la città alla campagna di San Varano o, per dirla come gli storici antichi, Forum Livii con Livia. Essa fu chiusa nel 1356 da Francesco Ordelaffi, fatto storico che privilegiò definitivamente l'accesso da Schiavonia. Nel basso medioevo scomparvero altre Porte, retaggio della primitiva cerchia muraria di origini romane, come Porta Merlonia (a metà di corso Diaz), Porta San Biagio poi detta Santa Chiara (la cui chiusura privilegiò la porta San Pietro, ben più difesa): doveva essere su via Dandolo. Da qui si passava per uscire dalla città in direzione Ravenna. Nel corso del medioevo si aprirono e si serrarono altri varchi, si citano la Porta di Santa Croce (su via Maroncelli?) e la Porta San Mercuriale (su via Giorgio Regnoli?). Retaggio della più antica cerchia muraria tardoromana era anche la Porta della Rotta in via Palazzola. Nell'estate del 1359, il cardinale Albornoz espugnò, per conto di papa Innocenzo VI, Forlì a conclusione della cosiddetta crociata contro i forlivesi capeggiati dal Signore Francesco Ordelaffi, padrone di mezza Romagna; dagli anni successivi iniziò l'assestamento definitivo delle quattro Porte magistre, cosa che decretò la totale obsolescenza delle precedenti. 

Il Foro di Livio

Vi racconto la storia del "Foro di Livio". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia



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