Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Il campanile per eccellenza

Ha 840 anni il monumento più caratteristico di Forlì. Che non è solo un monumento: è un simbolo vivo di una città che ha bisogno di essere più "campanilista".

Se si potesse tornare indietro di dieci secoli ci si troverebbe davanti a una situazione piuttosto singolare. Forlì sarebbe in piedi già da mille e duecento anni ma mancherebbe il suo simbolo fondamentale: il campanile di San Mercuriale. 
Una delle meraviglie italiane, sicuramente tra le più sottovalutate, fa ombra da quasi novecento anni sulla mutevole Livia. Superando i 75 metri d'altezza, è il campanile più alto di Romagna, paradosso della città meno campanilista della zona. Secondo altre misurazioni si dovrebbe calare di due o tre metri, tuttavia la sostanza rimane invariata. Nel 1902, quando crollò la torre di San Marco a Venezia, i genieri della laguna si servirono proprio del modello forlivese: sicché non è San Mercuriale che ricorda San Marco ma viceversa. Le varie repliche in salsa americana (leggasi Los Angeles) a imitazione di una Venezia posticcia, hanno quindi un'origine forlivese. Anche in città, altri campanili seguirono il suo modello: per esempio sono evidenti quello della chiesa del Carmine e quello del Duomo. Altre torri campanarie - ora scomparse - ne imitavano le forme come, per esempio, quello di Sant'Agostino che fu demolito all'alba dell'Ottocento. Tutti questi, però, sono più tardi e di dimensioni decisamente meno imponenti. 

Scampato a guerre e scempi di ogni secolo, osserva la città con discrezione ma il suo profilo è indispensabile per descrivere la città ghibellina e spesso anticlericale, ogni artista che abbia dipinto Forlì da Palmezzano in avanti lo cita, uguale a se stesso, immutabile, portato sul palmo di mano da Patroni o inserito su sfondi montuosi al limite del metafisico. 
In effetti, la sua sagoma si vede nonostante le discutibili urbanizzazioni: dalla ferrovia, per chi viene dall'autostrada, per chi entra nella città da ogni direzione è il saluto, la cartolina. Stando ai suoi piedi, poi, si prova una sensazione particolare: la base è arcigna, larga, saldamente ancorata a terra, quindi si sale con lo sguardo fino ad obbedire alle leggi della prospettiva, in alto, in alto, fino a perdersi nella leggerezza del cielo. Come avranno fatto a edificarlo nel dodicesimo secolo? Altro che "oscuro medioevo"; qui si è davanti a un prodigio ingegneristico bello e buono. Quando gli anonimi operai, rischiando o talora perdendo la vita, posero mattone su mattone, chissà se si sarebbero immaginati che più di otto secoli dopo il frutto del loro lavoro sarebbe stato l'unico manufatto superstite della città loro contemporanea, l'unico che mantiene la medesima funziona e, sostanzialmente, non ha subito importanti rimaneggiamenti. 

La massiccia torre a base quadrata fu terminata nel 1180, la tradizione avanza un nome sul probabile padre: Mastro Aliotto. Ma chissà quanti hanno collaborato alla costruzione del grattacielo ante litteram con una guglia prodigiosa e alta come un condominio. In realtà la forma geometrica che più si avvicina a questa struttura è il tronco di piramide, infatti la base della torre è più larga della cima di 75 centimetri. Il corpo centrale poggia su un piedistallo in pietra, il “dado”, che le stratificazioni del tempo (e delle pavimentazioni) hanno reso ormai poco visibile. La torre è scandita da gentili polifore e da assai pochi fronzoli. E poi c'è il grande cono in mattoni di 22 metri e passa, la guglia completata da globo, banderuola e croce. Unico complemento frivolo sono i torricini laterali, quattro: uno per ogni vertice del quadrato che circoscrive la base del cono. In cima suonano quattro campane storiche e una più piccola, collocata nel 1984. Rintocchi che vibrano da tempi immemorabili, perché la storia di questo edificio ha radici davvero profonde. Fuori dall'urbe, l'antica chiesa di Santo Stefano, forse una pieve simile a quelle che si trovano qua e là tra Ravenna e Forlì, fu incendiata durante uno scontro tra guelfi e ghibellini nel 1173. Su essa fu subito costruito un complesso monastico dedicato al primo vescovo di Forlì: Mercuriale. La storia volle che questa località extraurbana diventasse poi il cuore della città, il Campo dell'Abate divenne piazza pubblica e centro del potere. 

Il luogo di culto, in stile romanico-lombardo, contiene le spoglie del grande Mercuriale, pastore orientale del quarto secolo che contribuì ad estirpare l'arianesimo in Romagna insieme con Rufillo di Forlimpopoli, Leo di Montefeltro, Gaudenzio di Rimini e Geminiano di Modena. La sua agiografia vuole che abbia ammansito un drago che terrorizzava gli abitanti nei pressi delle sponde del fiume Ronco e liberato duemila forlivesi deportati in Spagna dai goti di Alarico. Il suo dies natalis sarebbe il 30 aprile ma da tempo si festeggia il 26 ottobre, giorno della ricognizione delle sue reliquie; già il 1° maggio si celebra un altro grande forlivese: San Pellegrino Laziosi. Il suo corpo è nell'omonima abbazia, la sua testa nella chiesa della Santissima Trinità in borgo Schiavonia. Abbazia perché, fino a Napoleone, fu curata dai benedettini e dai vallombrosani: ora permane solo il titolo suggestivo di “abbazia”, nonché di “basilica minore” mentre è parrocchia, una, ormai, delle poche del centro storico. Accanto alla chiesa, a destra, sorse il campanile, oggi di poco staccato. Nonostante tutto, rimane l'identità più riconoscibile della città e, si è visto più volte imbandierato con un lungo tricolore o con uno striscione biancorosso dalla cella campanaria alla base. Qualche anno fa, per le festività natalizie, lo si illuminava con una cornice di lampadine bianche: una bella iniziativa accantonata chissà perché. Poi recentemente ha subito anche luminarie colorate e intermittenti, stile Luna Park, per evidenziare la presenza del presepio nella stanza delle campane. Mentre la piazza Saffi notturna è suggestiva per i giochi di luce che valorizzano i palazzi, il campanile se ne sta in disparte, con un tenue bagliore lievemente accentuato solo in quest'ultimo anno. Il gigante sopporta anche l'improbabile “pensilona” davanti al palazzo delle Poste, il “chiostro aperto” (ossimoro liviense) e la desertificazione della piazza. Ma se “chi ama tutto sopporta”, parafrasando San Paolo, ecco che il sentimento ricambiato del campanile per la sua città poco si cura di queste cose. Almeno sembra. 

I rintocchi delle campane fanno da perpetua colonna sonora e viene subito in mente un personaggio straordinario, che proprio sotto quelle campane teneva studio e osservatorio. Nella stanza più alta della torre, infatti, aveva laboratorio Guido Bonatti, inclito astronomo nato più o meno otto secoli fa. Da lassù lo studioso osservava straordinari presagi delle stelle e del cielo, e con essi, nel 1246, seppe leggere una congiura ordita da papa Innocenzo IV ai danni di Federico II, che peraltro avvenne in quel di Capaccio. L'Imperatore la scampò. Nel 1260 predisse la vittoria dei ghibellini alla battaglia di Montaperti, e anche questa circostanza si avverò. E poi fu consigliere di Guido da Montefeltro e guidò, dall'alto del campanile, la resistenza forlivese contro i francesi nel celebre episodio dantesco di calendimaggio del 1282. Fonti dicono che dall'alta torre forlivese Guido Bonatti individuò settecento stelle fino ad allora sconosciute. Tornando a tempi più recenti si arriva alla seconda guerra mondiale. Pochi anni prima, in occasione del Natale del 1937, Guido Benini si premurò di elaborare una bizzarra composizione che si potrebbe definire “futurista” per lo stile, con cui disegnava con frasi di senso compiuto, o più precisamente con una storia del luogo di culto, la sagoma di chiesa e campanile, fin nei minimi particolari. 
Difficile da spiegare, ma da vedere è un prodigio immediato. 
Lo stesso Benini compose anche un acrostico sulle parole “Alla chiesa e al bel campanile di San Mercuriale della nostra Forlì”. 
Così, per esempio, si sviluppa il nome Mercuriale:

Mille ricordi fondonsi in un grido:
Ecco la gente nel valor temprata!
Ricordi – campanil – la gente fiera
China su l'opre, fulmine in battaglia
Umile par, ma sotto una bandiera
Ritta, cantando, sfida la mitraglia!
In tempi noti allo stranier feroce
Al suon dei bronzi “fece la gran prova”
La città forte... e sorse qui una croce
Eretta a dir: “il mucchio qui si trova”.

Destinato ad essere cancellato perché minato dai tedeschi in ritirata nel 1944, passò anche questa minaccia grazie al probabile intervento di don Giuseppe Prati, noto come “don Pippo”, che seppe trovare il modo per evitare il peggio. In ogni modo il campanile segue Forlì nella storia e, dall'alto, pare proteggerne il futuro. Recentemente è stato riscoperto anche dall'interno, essendo più fruibile la sua visita che porta a guardare Forlì dall'alto. Forse è anche giunto il momento di un restauro, poiché Forlì ha conservato solo questo imponente simbolo vivo della sua storia antica.

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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