Il Foro di Livio

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Il "Forlion" e il lavoro all'Orsi Mangelli

Quarant'anni fa chiudeva la Mangelli lasciando un vasto isolato da bonificare, poi pressoché colmato, e una lunga storia. Per esempio: in risposta al nylon, Forlì ribatté con una fibra speciale, il forlion.

Quarant'anni fa chiudeva la "Mangelli", nome popolare per un'epopea industriale nata negli anni Venti e collocata a due passi dalla nuova stazione ferroviaria entro un vasto isolato a ridosso del centro storico. Ciò avvenne con il sollievo di chi era stanco delle emissioni fastidiose ma fu un colpo grave alla storia della città. Nonostante ciò, comunque, parte della produzione rimase attiva negli anni Ottanta fino alla definitiva dismissione. Eppure, la vicenda della "Mangelli" merita di non esser dimenticata perché per buona parte del Secolo breve, Forlì fu all'avanguardia dell'industria nazionale con ben tredici ettari dedicati a fibre sintetiche sperimentali e di successo

Perché un così enorme stabilimento per una città come Forlì, la cui autostima è più che sovente sotto le scarpe? Tre furono i fattori fondamentali: un imprenditore innovativo e capace, una lunga tradizione pre-industriale, un periodo storico favorevole allo sviluppo urbano del capoluogo romagnolo. La miscela fece il botto: però, superati i bombardamenti, gli anni Settanta e crisi connesse contribuirono a spengere la ciminiera. 

Forlì e comprensorio erano noti da sempre per il mercato dei bachi da seta, tradizione dura a morire dal momento che fino a una cinquantina d'anni fa in alcune scuole elementari di campagna si presentava agli alunni come si allevano i bachi tra foglie di gelso. 

Su questa scia, nel 1926, il conte Paolo Orsi Mangelli (cognome nobile nato da un singolare connubio tra due animali, l'ultimo dei quali è un manzo), possidente dal multiforme ingegno, curioso di agrotecnica e uomo delle filande, fondò la Saom (Società Anonima Orsi Mangelli). Qualche anno dopo avrebbe coniato l'acronimo Omsa focalizzandosi su Faenza. La Saom era un'azienda con sede a Forlì atta a produrre seta artificiale. Il conte, inizialmente, aveva chiesto l'area dell'attuale Foro Boario; in seguito ebbe la possibilità di realizzare la sua industria su un vasto terreno che, dalle propaggini del centro, si estendeva verso la nuova urbanizzazione di viale della Libertà. Il suo spirito di iniziativa, la sua caparbietà e la sua ambizione seppero realizzare il suo sogno, incoraggiato anche dal conterraneo Capo del Governo. 

Incontrò così il vento favorevole della "città del Duce" che, in linea con i desiderata goverativi del tempo, conobbe un notevole sviluppo. La fabbrica non fu mai "definitiva" perché, appunto, viva. Il periodo di massimo incremento si registrò tra il 1926 e il 1936, quando lo stabilimento passò da 45mila metri quadrati a 6 ettari, da 800 a 1300 occupati, da 2.500 kg di seta sintetica prodotta a 9mila chili di raion e fibre simili. Un giro d'affari pari a 100 milioni delle Lire di allora. L'area trapezioidale vantava anche un raccordo ferroviario, rimasto parzialmente in sede fino agli anni Ottanta. La fisionomia dell'area che ha resistito sino a tempi recenti si può dire che risalga al 1934: i forlivesi di allora si videro - in appena otto anni - costruire un nuovo quartiere, enorme, interamente industriale. Nel 1938, la visita di Mussolini esaltò l'operosa "fabbrica fascista", divenuta ormai di dimensioni - per così dire - mostruose, quasi preoccupante per il regime stesso. 

Era sorta velocemente, dunque, una fabbrica per la produzione di seta artificiale dalla viscosa a cui si affiancò, dal 1929, il primo impianto italiano per la produzione di cellofane (questa la denominazione autarchica). In totale, tra l'una e l'altra struttura, lavoravano più di duemila persone. In risposta all'americano nylon o nailon, Forlì propose il forlion, onorando il nome urbano

A guerra iniziata, si potenziò, innovandola, la produzione di acido solforico con susseguente aumento di afrore di uova marce nell'aria. Addirittura, nel 1943 le autorità cittadine si preoccuparono di trasferire in campagna il deposito di solfuro di carbonio in quanto, in caso di incidente, si sarebbe creata una nube mortifera. La guerra provocò gravi danni, sia dal cielo, sia a causa delle rappresaglie tedesche, ma la più parte dei macchinari non ne risentì e la ciminiera riprese a fumare fino ad avvolgere la città in un odore acre e dolciastro, come molti ricordano ancora. Il mercato delle fibre artificiali entrò in crisi negli anni Settanta e l'industria non seppe, questa volta, tornare agli antichi splendori. A poco a poco chiusero tutti i reparti: l'alto camino si spense per sempre. Nel 1989, tra gli avanzi della "città morta", si scoprì la presenza di amianto e iniziò un lungo processo di risanamento. 

La grande area poi acquistata dal Comune, è diventata sede di condomini e del centro commerciale "I Portici" (che lo scrivente avrebbe piuttosto chiamato "Forlion"). Dopo un'importante opera di bonifica dall'amianto, ora mantiene in piedi, degli edifici originari, la palazzina principale (poi sede di Romagna Acque), la ciminiera (drasticamente capitozzata), alcune strutture lungo la circonvallazione, le aggraziate mura già della ditta Benini discutibilmente ridimensionate (sono rimasti pressoché solo gli archi). Dal 1996 si procedette con la "ripulitura" doverosa e con le demolizioni (per esempio: la palazzina lungo viale Colombo è sparita in quegli anni). Il progetto di riqualificazione dell'area è ancora in fieri. Fino all'alba del ventunesimo secolo rimanevano gli scheletri degli edifici dell'area, come si nota nell'immagine che riprende uno scorcio ora inesistente lungo viale Manzoni. 

Nel tempo, la grande fabbrica cambiò nome più volte: Saom, Saom Rayon Forlì, Saom Sidac... Ma rimane popolarmente nota come "la Mangelli". Produceva rayon, fiocco alla viscosa, estrusione di polietilene e, come detto, il forlion, fibra poliammidica da riscoprire. Oltre ad altre cose simili. Fu degli Orsi Mangelli fino al 1976 ma non sopravvisse a lungo. Moltissimi forlivesi e non solo avranno chissà quanti ricordi di ciò che si faceva all'interno della vasta area trapezioidale. 

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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