Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Il "Gran Diavolo" di Forlì

L'eroismo di Giovanni dalle Bande Nere, forlivese di nascita, fiorentino d'adozione. Cose da ricordare sul figlio più illustre di Caterina Sforza.

Era nato con nome Ludovico il 6 aprile 1498 a Forlì. Cinque mesi dopo sarebbe morto il padre, Giovanni de' Medici, prevalse così per lui il nome Giovanni con cui è universalmente noto. La madre, Caterina Sforza, dovrà lasciare la Rocca di Ravaldino nel gennaio del 1500 in seguito all'assedio di Cesare Borgia che la trarrà in prigione. Il bimbo, nei suoi primi anni, vivrà in un convento a Firenze. Ma anche la madre Caterina morrà nel 1509 e Giovanni sarà affidato a Jacopo Salviati, marito di Lucrezia de' Medici, figlia di Lorenzo il Magnifico. La famiglia che l'accolse avrà avuto i suoi grattacapi se il ragazzino, già nell'adolescenza, lavava le offese con le lame. Freddo nelle decisioni, orgoglioso, permaloso come la madre e incline alla malinconia come il padre. Con un quadro siffatto, ci sarebbe oggi lavoro per chissà quanti addetti alla psiche e alla crescita armonica nell'età evolutiva. In questi anni, aveva lanciato più di un segnale: avrebbe sventrato cani e gatti, picchiato la balia e il maestro, pestato coetanei. Nelle risse, provocava e prevaleva. In effetti, Giovanni nel 1510 sarà bandito da Firenze dal gonfaloniere: non si avvicini a più di venti miglia dalle mura, per carità! Il padre adottivo, con le sue buone conoscenze, riuscirà ad alleviare il provvedimento, tuttavia il ragazzino terribile rimarrà confinato agli arresti domiciliari in un suo possedimento alle porte della capitale toscana.

Terribile: in effetti nelle biografie dalle pagine ingiallite ricorre spesso il termine terribilità accostato al suo nome, chiamato altresì - non certo per infondere sicurezza - Il Gran Diavolo. Ossia, Giovanni dalle Bande Nere. Anche per lui la sorte avrebbe segnato una vita brevissima, consumatasi in meno di trent'anni. Ciò bastò per consegnarlo alla storia e a generare la progenie dei Granduchi di Toscana. Nell'immagine qui proposta a firma Disperaga, tratta da una vecchia Domenica del Corriere, si nota Giovanni dalle Bande Nere ferito, in barella, dall'aspetto molto più maturo dell'età che aveva (28 anni), e a chi è avvezzo ad ascoltare storie forlivesi potrebbe venire di accomunarlo a Piero Maroncelli e Fulcieri Paulucci di Calboli. Ovviamente si tratta di un azzardo, un salto temporale incommensurabile. Ma solo piccoli particolari significativi: la gamba tagliata, l'eroismo pure nell'invalidità. Tutti e tre, poi, erano forlivesi. 

Nel 1512 i Medici tornano padroni di Firenze. La vecchia guardia (tra cui Pier Soderini, il gonfaloniere che aveva esiliato il ragazzino) se ne deve andare e Giovanni (che è anch'esso un Medici) può tornare. ll carattere, però, è sempre lo stesso. Spavaldo e freddo, quando c'è una giostra lui è lì e deve primeggiare. Accadde poi che il cancelliere del cugino del Signore di Piombino ebbe a dire male di lui: il giovane figlio di Caterina Sforza lo sfidò nei pressi di un'osteria poco distante dal suo palazzo e lo uccise. Insomma, a quindici anni era la persona più pericolosa di Firenze, tanto sanguinario quanto intelligente; a diciassette anni si era macchiato di nove o dieci omicidi. Di norma era considerato un amico generoso, ma quando (cioè spesso) l'ira prendeva il sopravvento, era definito bestia feroce. Per disfarsi dell'impaccio, viene mandato a Roma. Salviati, infatti, sarà promosso ambasciatore presso la Santa Sede, e sul soglio di Pietro c'è un altro Medici, omonimo del ragazzo e del di lui padre. A Roma la condotta non cambiò più di tanto. Nel 1517, però, il Papa lo volle con sé per una guerra contro il Duca di Urbino. Il giovane accorse con un centinaio di amici, dimostrandosi fatto per la guerra e ancora inconsapevole capitano di compagnie di ventura. Nella guerra crebbe, mettendo da parte l'intemperanza adolescenziale ma non il furore che seppe convogliare in freddezza strategica. 

Creò così la sua compagnia, le Bande. Uomini veloci, agili, ben addrestrati, bravi nel colpire e ritirarsi, che sapessero vincere il nemico con una paziente e sfinente opera annientatrice. Insomma, doveva fronteggiare eserciti già ben equipaggiati, disciplinati come svizzeri o tedeschi, tenaci come gli spagnoli. E gli italiani? Ben prima dell'Unità, il Gran Diavolo di Forlì creò una strategia nostrana, pungente, catenacciara alla bisogna, furtiva. Per lo più si trattava di cavalieri con archibugi. Niente fanteria pesante, propria dei nascenti eserciti nazionali, e questo fu un limite. Non fu mai il protagonista di grandi battaglie proprio perché vedeva la guerra come sanguinosa partita a scacchi; era un tattico, fu più vicino a quello che poi s'intenderà come guerriglia. I suoi compagni non dovevano avere la barba, né capelli lunghi, né essere bassi. Nessun'offesa poteva passare impunita e i vili e i disertori venivano subito uccisi, non aveva grandi ideali fuorché la vittoria. Negli anni successivi si offrì come professionista della guerra, uno degli ultimi capitani di ventura della storia. Così fu al servizio della Spagna, della Francia, di qualche Principe italiano o del Papa. Pretendeva lealtà e di essere pagato subito, in effetti forniva un corpo scelto di duemila o quattromila uomini a piedi, armati di archibugi, e fino a cinquecento cavalli leggeri. 

Nel 1521, alla morte di Leone X, il suo Papa, presentò le sue insegne a lutto, da bianche e viola vennero abbrunite e le Bande Nere fecero tanta impressione da rimanere per sempre nel nome. Con il nuovo conclave anche la politica delle nazioni cambiò e di conseguenza Giovanni e le sue Bande dovettero ridimensionarsi. Tornarono poi in campo per la Francia, al seguito di Francesco I in Lombardia, ma il Gran Diavolo fu ferito da un falconetto (cannone di piccolo calibro) a una coscia. Sarebbe da ricordare che quest'evento bellico fu vissuto da un altro suo collega forlivese, Cesare Hercolani. Il medico, Abramo Arié, per la completa guarigione impose riposo, cure termali e astinenza dalla guerra. Ebbe un'offerta per combattere al servizio di Venezia, ma si negò perché né a me si conviene per esser io troppo giovane, né ad essa perché troppo attempata. Alla ripresa della guerra e terminata la convalescenza, nel 1526, tornò al fianco dei francesi. La sera del 25 novembre fu nuovamente colpito da un falconetto alla gamba destra. La ferita parve fin da subito gravissima e fu portato a Mantova. Questa volta, il chirurgo (lo stesso di due anni prima) gli amputò la gamba. Dieci uomini tenevano fermo Giovanni che, nel corso dell'operazione, faceva egli stesso luce al medico con una candela. La cancrena, però, in pochi giorni lo condusse alla morte: si spense il 30 novembre 1526 dopo dieci anni di servizio. Con la morte del condottiero, le Bande Nere si sciolsero definitivamente. Senza il forlivese - grande italiano - i lanzichenecchi avranno via facile per mettere a sacco Roma.

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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