Il Foro di Livio

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Influenza di settembre

378 morti solo a Forlì: cent'anni fa il picco dell'influenza "spagnola". Tra invasioni di cavallette e lazzaretti, una breve divagazione sulle piaghe locali.

Accanto al Tribunale c'è una strada che si chiama via Lazzaretto. Il nome è relativamente recente (fino all'Ottocento era vicolo Gagni) ma determina un uso antico: alcune case, qui, fungevano da ricovero per malati durante le epidemie. Le cronache non dimenticano le numerose pestilenze che, come dappertutto, anche qui hanno mietuto vittime. Quella più "letteraria", citata dal Manzoni, passò in Romagna nel 1630 a più riprese, in particolare dall'estate in poi. Pur devastando le città vicine, Forlì rimane pressoché indenne, si attribuì la grazia all'intercessione della Madonna del Fuoco che, tra i titoli, ha anche quello di protettrice in caso di epidemie. Se la città fu sostanzialmente risparmiata dalle ondate secentesche, vero è che aveva dato un alto tributo di vittime nel Trecento. Delle pandemie, possono riassumersi tre grandi ondate, momenti storici in cui la popolazione fu decimata: la "peste di Giustiniano" (VI-VII secolo), la "peste nera" (XIV secolo) e la citata pestilenza bubbonica manzoniana. In comune, un coccobacillo chiamato Yersinia Pestis.  Per essere circostanziati, le fonti romagnole indicano anni pestilenziali il 1318, il 1319, il 1348-49, il 1382 (a Forlì fu terribile), il 1435, il 1456-57, il 1523, il 1525, il 1526 (peste e carestia), 1583 (terremoto, fame e colera), 1587 (terremoto, fame e peste), 1590 (fame, peste, terremoti). Per rimanere in clima da piaghe fa capolino una tremenda invasione di cavallette registrata nel 1365. In seguito, un'altra epidemia di peste caratterizzerà l'autunno-inverno 1656-57. 

In tempi relativamente recenti (un secolo fa), un altro morbo ghermì pure il Cittadone sonnolento. L’emergenza sanitaria sconvolse la già sconvolta Europa. I romagnoli, debilitati chi dal fronte chi dai razionamenti alimentari, si trovarono in casa l’ospite sgradito. Fu dato il nome di spagnola sebbene la Spagna non avesse colpe; fu però la prima Nazione a divulgare la notizia dell’epidemia in quanto, non essendo intervenuta in guerra, aveva potuto contare su una stampa senza censure. In questo caso, però, la colpa non era attribuibile a coccobacilli o chissà quali altri batteri, ma a qualcosa di più misterioso che sarà chiamato virus. Dal settembre 1918, infatti, a Forlì inizia a far paura un nemico invisibile dal nome femminile. Il picco della mortalità per questa violenta forma virale si avrà nell’ottobre e nel novembre dello stesso anno. Proprio quando il morale si stava rialzando: la guerra ormai era vinta, Trento e Trieste potevano dirsi italiane. L’insidia virale, però, era ormai stata importata dall’America dopo l’arrivo delle truppe alleate, pertanto fu un fenomeno mondiale tanto da rendere ancora più tragica la coda del conflitto. Il virus provocava inizialmente un’influenza con febbre alta persistente. Poi si avvertiva il polso debole, un dolore agli occhi, mal d’orecchie, di testa e la schiena a pezzi. Apparivano in seguito macchie scure sugli zigomi fino a rendere il volto bluastro. Erano sempre più evidenti le difficoltà respiratorie tanto che la morte sopraggiungeva per soffocamento. Si trasmetteva assai facilmente (decine di milioni i morti in tutto il mondo, 375 mila in Italia) e non incontrava grossi argini: i tentativi della medicina di allora risultavano deboli, ancora di virus non si sapeva molto.

A Forlì, tra il maggio 1918 e il maggio 1919 la spagnola causò la morte di 378 persone, specialmente in ottobre (160) e novembre (101). L’esperienza che si viveva in quei mesi doveva essere terribile e nefasta, tanto che ai sopravvissuti rimase impressa nella memoria. Le famiglie, intanto, s’industriavano a trovare rimedi quali impacchi di aceto bollente, salassi, sacchetti di canfora appesi al collo, bevute di acquaragia, superalcolici o latte bollente con zenzero, soda; c’era chi invano indossava inutili mascherine. Alcuni particolari emergono dagli atti del tempo: la Camera del lavoro, il 26 ottobre 1918 lamenta che i casi letali dell’influenza si registrano nelle case operaie o nei luoghi malsani, chiedendo di intervenire per allontanare mucchi di letame, detriti, vespasiani, e che venissero disinfettate la abitazioni colpite. Furono sicuramente bonificati gli spazi d’incontro e di socializzazione, soprattutto trattorie, osterie e caffè. La città (per le numerose chiamate alle armi e per le esigenze belliche) era necessariamente impreparata: nonostante che il numero di morti, almeno a Forlì, non fosse elevatissimo, risultava uno sbalzo troppo elevato rispetto alla norma. Pertanto, non c’erano abbastanza necrofori e perfino le sepolture subivano rallentamenti. Per far fronte l’emergenza, fu impiantato un lazzaretto comunale capace di ricevere fino a cento pazienti. Il direttore dell’Ospedale, infatti, aveva supplicato di non portare più malati perché il reparto d’isolamento era pressoché pieno. Fu una vera tragedia, su ogni scala: le vittime preferite dal morbo erano i soldati tra i 18 e i 40 anni. Più del doppio dei caduti dell'intero conflitto mondiale sarebbero morti per colpa di un virus. 

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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