Il Foro di Livio

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L'enigma dei pittori di barche

Milano, 1986: colpaccio alla Triennale. Un furto clamoroso fa piazza pulita di una ventina di quadri forlivesi. Solo uno manca ancora all'appello.

Per quattro anni, Forlì rimase col fiato sospeso: che fine avevano fatto venti importanti quadri del patrimonio cittadino? Quasi tutti tornarono a casa e oggi si possono ammirare in Palazzo Romagnoli. Solo uno manca ancora all'appello

"I pittori di barche hanno sempre colpito la mia fantasia. Molte volte, passando davanti alle loro stesure, così amate, pulite, precise, ho sentito l'incanto del loro lavoro. E questo ho voluto fermare nel mio quadro. Prima per istinto, poi per studio, nella mia vita e nella mia pittura, ho tentato di superare la moda". Così scriveva, per il catalogo della Collezione Verzocchi, il pittore veneziano Guido Cadorin, classe 1892. Non sapeva certo che sarebbe diventato, il suo lavoro, il cuore di un caso tutt'ora di difficile soluzione. Le intenzioni dell'artista erano evergetiche: "Noi dobbiamo collaborare per riportare la nostra arte ad essere ancora vero pane celeste e fonte di acqua viva dove ognuno può sfamarsi e dissetarsi". Il suo quadro, datato 1949, è scomparso. "Pittori di barche" fu concepito come parte integrante della prestigiosa Collezione Verzocchi, fiore all'occhiello di Palazzo Romagnoli e dell'arte novecentesca in quel di Forlì, con tanto di mattoncino secondo i desiderata del committente che nel 1961 volle generosamente donare tutte la sua raccolta alla cittadinanza. 

Vediamo, dunque, cosa accadde. E soprattutto bisogna ricordare che da allora, dei pittori di barche di Cadorin non c'è alcun segno di vernice. Volatilizzati. Nel 1986, la Triennale di Milano, giunta alla XVII edizione, ha come titolo: "Il luogo del Lavoro. Dalla manualità al comando a distanza". Com'era già capitato in altre occasioni, Forlì si pregiò di prestare ventidue quadri della Collezione Verzocchi il cui tema (il lavoro) era perfettamente pertinente. La vetrina era prestigiosa, sarebbe stato assai difficile dire di no. Così le grandi tele partirono dalla Romagna per raggiungere il Palazzo di viale Alemagna. Qui, un'intera sezione è dedicata alle opere di Forlì con firme quali Soffici, Carrà, Casorati, Sironi, De Chirico, Rosai, De Pisis, Mafai, Sassu, Guttuso, Vedova e altri. Nella notte del 29 settembre del 1986, un abile manipolo di delinquenti s'introdusse nel deposito della Triennale prelevando tutti i quadri forlivesi. Il colpo fu rocambolesco. Le opere, assicurate per un miliardo e 400 milioni di lire, sarebbero dovute rientrare alla luce del dì successivo a Forlì. Ma i ladri entrarono in azione tra le due e le tre di notte facendo sparire le opere che per ben quattro mesi erano state a Milano, nel piano terra del palazzo al margine di parco Sempione. Non bastarono le scrupolose misure di sicurezza, nonché la loro difficile messa in vendita sul mercato perché facilmente identificabili. Per l'occasione, l'allora presidente della Triennale, Eugenio Peggio, dichiarò: "Occorre mettere in pista anche l'Interpol, temo che il furto sia stato commissionato e che i capolavori prendano la strada dei mercati clandestini internazionali". Eugenio Peggio sarebbe morto pochi mesi prima del ritrovamento della quasi totalità dei quadri che parve fossero finiti nelle mani di un collezionista. Alle prime luci dell'alba, un impiegato notò la porta di sicurezza col lucchetto scassinato, una finestrella aperta a circa sei metri dal pavimento. Da lì i ladri erano passati, salendo la scala di sicurezza dall'esterno, forzando una leva. Non si riscontrarono, però, segni di effrazione. Vero è che l'aula era vuota: nella parete si leggevano i fori dei chiodi. E basta. Un incubo. Sicuramente non mancò il contributo di qualche basista. Bruno Nestori, guardia giurata, aveva perlustrato la sala tra le 2 e le 2 e mezza, dopo l'avviso urlante dell'allarme. Disse di aver scorto delle ombre ma non rivelò nulla, per tempo, alla polizia. Anche questo è un mistero: perché? Forse il motivo è da ricercare nella sua scarsa esperienza? Del resto era in servizio alla Triennale da circa un mese e sostituiva un collega in ferie. La sua ispezione, benché orba, cagionò il disinserimento del sistema d'allarme: in quei sette minuti di silenzio i ladri ebbero via facile per trasportare le tele all'esterno. Tele, appunto, perché fuori dal palazzo i ladri ebbero lasciato le cornici. Un complice della banda, entrato nel locale attraverso la finestra, fece scattare apposta le cellule del sistema anti intrusione sapendo che la guardia giurata avrebbe spento il sistema per qualche minuto. Infatti, nello stesso tempo, i quadri sono spariti. Facilmente. 

A Forlì, come prevedibile, scoppiò un quarantotto: gli assertori del senno di poi biasimarono il prestito, le polemiche politiche furono roventi. Passarono quattro lunghi anni senza che si sapesse nulla dei capolavori. Poi la svolta: venti dei ventidue quadri vennero recuperati il 19 ottobre del 1990, vent'anni dopo la morte di Verzocchi. Grande assente: Cadorin. L'altro mancante era stato dirottato a diversa mostra prima della fine della Triennale ed è tornato ben presto nella sua Forlì. Al di là di tutto, resta l'enigma dei pittori di barche: che fine hanno fatto? Perché, se le opere furono recuperate in blocco, il dipinto di Cadorin mancava e manca all'appello? Più voci suggerivano una pista svizzera. Solo la cornice è rimasta, ed è auspicabile che nella bella sede di Palazzo Romagnoli qualcuno pensi (se già non lo si è fatto) a produrne una copia; possibilmente non cartonata, ma d'autore: olio su tela. 

La Collezione Verzocchi fu voluta nel dopoguerra, quando l'imprenditore edile di origini forlivesi, tra 1949 e il 1950, per la cifra di centomila lire a quadro, commissionò a 72 tra gli artisti più celebri dell'epoca opere pittoriche espressamente dedicate al tema del lavoro. I soli vincoli che impose furono le dimensioni e la presenza di un mattoncino dipinto, recante la sigla V&D dei soci dell'azienda, Giuseppe Verzocchi e Ottavio Vittorio De Romano. Nella collezione Verzocchi trovano così posto opere degli allora giovani Moreni, Morlotti, Afro, Santomaso, Birolli, Capogrossi, Turcato, Vedova per citarne solo alcuni, ma anche dei già affermati Carrà, Casorati, de Chirico, Depero, Sironi, Rosai, Soffici e de Pisis. Nel 2008, le opere trafugate furono il cuore a Roma di una mostra dedicata ai quadri recuperati dalle Forze dell'ordine. Nella sezione dell'esposizione sulle opere ritrovate dalla Polizia di Stato erano stati esposti molti dipinti di notevole valore tra cui, appunto, i quadri forlivesi recuperati dal personale della Squadra mobile di Milano. Il 22 dicembre 2013 fu inaugurato Palazzo Romagnoli come sede espositiva dedicata al Novecento artistico dopo l'acquisizione dell'immobile da parte del Comune e lunghi (e tutt'ora compiuti solo in parte) lavori iniziati alla fine degli anni Novanta. Grazie a questa operazione, i forlivesi si sono riappropriati della loro Collezione fino ad allora collocata nel Palazzo del Merenda. La raccolta si compone di settanta opere, in attesa di veder rientrare i pittori di barche, assenti da più di trent'anni. Chissà dove sono... Chissà se torneranno...

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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