Il Foro di Livio

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La nostalgia dei barbieri

Tagliarsi capelli è ancora "proibito": e allora si legga la storia di questa professione a Forlì, nata tra i ferri di un chirurgo.

Una delle cose che manca, in questo periodo d’isolamento, è sistemarsi i capelli. Chi non ne può fare a meno o chi è coraggioso tenta di trovare una soluzione domestica all’inselvatichimento del crine. Non è questa la sede per approfondire tale aspetto, ma si può guardare che cosa vuol dire essere “barbieri” a Forlì nella storia, fino all'incirca un secolo fa. E sia chiaro: si usa questo termine forse un po’ obsoleto, talora, oggi quasi messo in un cantone dal solito provincialismo contemporaneo che vuole espressioni all’inglese, quasi che quella lingua nobilitasse la professione. Eppure, il “barbiere” è un nome dalla storia lunga e gloriosa, e chi faceva parte della corporazione meritava grande rispetto, non solo a Forlì. Fino all’età moderna, la professione del barbiere, infatti, si confondeva con quella del chirurgo. Elemento comune: il rasoio, detto con un latinismo novacula con cui poteva indifferentemente accorciare barbe o effettuare salassi. Ancora nell'Ottocento, al forlivese Piero Maroncelli, in carcere, fu tagliata la gamba da un barbiere protomedico. E Novacula si faceva chiamare Andrea Bernardi, bolognese che a vent’anni, nel 1470, si trasferirà a Forlì dove è tutt’ora noto come cronista di ciò che accadde nella città tra il Quattro e il Cinquecento. Il fatto che fosse di estrazione umile e che il soprannome identificasse una professione, non fa dimenticare che fu investito di importanti incarichi per la città. In tempi più recenti, da professione di tutto rispetto, diventa una categoria di grandi lavoratori e i saloni accoglieranno ben presto anche ragazzini al loro primo mestiere tra rasoi, piastre, spazzole, forbici, ferri, pennelli.

Nel 1871, i barbieri a Forlì erano 74. Come fa intendere il nome, la maggior parte del lavoro era rivolta alle barbe, molto più che ai capelli. E così, via di barbe sottogola come Cavour, baffi a manubrio e pizzetto come Vittorio Emanuele, o curatissima alla Mazzini, o folta come quella di Garibaldi, o altre varianti allora alla moda. Oppure il più modesto taglio a zero per evitare i pidocchi, indicato per i bambini, mentre alla fine dell'Ottocento la moda lasciava la scriminatura al centro per preferire il taglio all'umberta. In ogni caso, i cappelli salvavano da eventuali scapigliature, anche se chi se lo poteva permettere andava tutti i giorni dal barbiere. Molti operavano a domicilio e, in una seduta, si tagliavano i capelli a tutti i membri della famiglia, oltre che a sistemare le barbe di chi ne era dotato. Altri erano proprietari di saloni che osservavano orari ora impensabili. Le loro botteghe erano, infatti, sempre aperte: dalle 6 del mattino all’avemaria dal lunedì al venerdì, il sabato si arrivava anche alle 23. La domenica era un giorno come un altro. Un orario possibile solo se a fianco del barbiere c’erano pure uno o più garzoni, così sussisteva una gerarchia tra “primi lavoranti”, “secondi lavoranti” e “principianti”. Questa situazione mutò nel 1890 quando, a seguito di uno sciopero promosso per ottenere almeno una giornata settimanale di riposo, i barbieri riuscirono a strappare la chiusura delle loro botteghe “il Lunedì dopo pranzo di ciascuna settimana alle ore 2 (…) salvo il caso che in detto giorno cada una festa, una fiera, o uno di quegli avvenimenti che ne renda necessaria l’apertura”. In particolare: “nelle sere di recita a Teatro i Negozi saranno aperti un’ora e mezza prima delle rappresentazioni”. Le rivendicazioni furono scritte in un manifesto datato 7 luglio 1890 con la precisazione: “Non sono queste certo condizioni gravose ed irrazionali che noi vi proponiamo” perché “abbiamo altresì il diritto che il nostro lavoro ci procuri – se non l’agiatezza – almeno l’assicurazione alla vita quotidiana”. Tra le altre richieste si desiderava: “Tutti i giorni, due ore di riposo a mezzodì, meno la Domenica in cui si chiede un’ora e mezza”. E una turnazione ragionevole tra “primi lavoranti”, “secondi lavoranti” e “principianti”. Il manifesto forlivese fu firmato dalla “Società Barbieri e Parrucchieri in Forlì”, sodalizio di proprietari di salone i cui nomi qui si riportano, magari chi legge vi può scorgere qualche avo: “Bendandi Luigi – Zama Secondo – Gallotti Sesto – Sansovini Romeo – Gallotti Giacomo – Magri Giovanni – Mingozzi Guglielmo – Milandri Pellegrino – Garavini Quinto – Mazzi Luigi – Ortali Eugenio – Pasqui Giovanni – Matteucci Rodolfo – Vitali Primo – Zampighi Ciro – Camerani Quinto – Maltoni Lodovico – Valbonesi Enrico – Dallagata Cesare – Pazzi Vedovino – Frassinetti Cipriano – Brunelli Alfredo – Martini Adolfo – Linari Francesco – Cantarelli Carlo – Magri Aurelio – Fogli Luigi – Brusaporci Davide”. Il lunedì come giorno di chiusura totale sarà applicato dal 1902. La "Guida di Forlì" di Egidio Calzini e Giuseppe Mazzatinti (1893) riporta i seguenti parrucchieri, in Borgo Schiavonia: "Frassinetti Giovanni", "Magri A.", "Gaudenzi Attilio", "Gazzoni Fratelli"; in Borgo Ravaldino: "Locatelli A."; in piazza Vittorio Emanuele: "Selli Silvio", "Mingozzi Silvio"; in Borgo Cotogni "Fussi Fratelli", in Borgo San Pietro "Guardigli G." e "Fratelli Gazzoni". 

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La figura del barbiere era dunque popolare e stimata, ereditando quel ché di “quasi-medico” che il medioevo aveva garantito, tanto che nelle cronache della città non si omettono fatti che riguardano la categoria. Il saper destreggiare quei ferri e addomesticare le barbe conferiva una certa autorità. Sulla poltrona, mentre il barbiere svolgeva il suo intervento, quasi dentista, quasi psicologo, ci si sottoponeva alle sue cure mentre venivano accolti e raccolti umori e racconti. Per esempio, Filippo Guarini, nel “Diario Forlivese", il 22 ottobre 1916 riporta la morte di Gaetano Guardigli “un tempo barbiere, poi fabbricatore di palloni, ora paziente accomodatore di ventagli, organini, bambole, burattini, oggetti di avorio, madreperla e tartaruga; un ometto che ci metteva il suo tempo, ma era l'unico che avesse accuratezza”. Lavorava “in un camerino a pianterreno del Palazzo Pantoli” (dov'è ora il palazzo delle Poste) ed “era nato nel 1844”. Inoltre, il 2 aprile 1918, all’età di 89 anni, muore Francesco Ghetti “vecchio barbiere, che un tempo, insieme al fratello Giovanni, aveva la bottega in piazza, sotto il Loggiato del Palazzo Serughi, ov’è ora il Caffé della Posta di Antonietta Giovanardi”. Della bottega collocabile sotto gli archi dell’attuale sede della Camera di Commercio, si aggiunge che “erano i primi barbieri della Città”. Guarini non dimentica di scrivere che il defunto “viveva solo, e, misantropo, tentò parecchi anni or sono di suicidarsi”. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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