Il Foro di Livio

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La terra trema: spavento universale

Alla fine del Settecento, una serie di terremoti cambiò il volto alla città. Cosa successe nel luglio del 1781? Cosa andò perduto?

Si sa che la terra sotto i piedi dei forlivesi non è nuova a danze e scotimenti. Nella storia sismica della città, però, si può dire determinante il terremoto del 1781, descritto come universal spavento. Ebbene, il fenomeno contribuì a cambiare in modo irreversibile il volto dell'urbe, non direttamente, ma fu la causa prima che non ha permesso ai posteri di godere di alcune bellezze. Occorre prima ricordare che già il 19 ottobre 1768 la Romagna fu colpita da un violento terremoto appenninico che fece crollare buona parte di Santa Sofia; tutta la notte si avvertirono scosse e anche Forlì registrò lesioni. Specialmente caddero comignoli. L'assestamento andò avanti per diversi mesi. Si saprà poi che l'energia sprigionata dall'evento tellurico fu pari al grado 5,8 della scala Richter. Con la medesima forza si ripeté il giorno di Natale del 1786 però, nel forlivese, in modo più marginale. Invece è lo sciame del 1781 che merita un approfondimento. 

Tutto l'anno sarà interessato da scosse più o meno intense ma due furono le più consistenti. La prima, con epicentro nella frazione faentina di Basiago, si registrò il 4 aprile 1781 (5,9° della scala Richter) e colpì prevalentemente Brisighella e Faenza, senza risparmiare Forlì e Forlimpopoli con repliche che proseguirono fino a Natale. L'evento fu definito memorabile, detto non certo per fare complimenti. L'angoscia pervase i forlivesi alle 3.15, quando un sussulto, seguito poco dopo da una violenta ondulazione, fece suonare (forse) per l'ultima volta le campane di Sant'Agostino e produsse universal spavento lungo un minuto e mezzo. Ciò determinò un forte fragore: franò la punta della cuspide di San Mercuriale (il quinto superiore della guglia), cadde la gran palla e croce un pezzo di torresino che guarda il monte a mezzogiorno. Cioè precipitò al suolo uno dei quattro torricini che ornano la parte sommitale del campanile. 

L'ingegner Zoli, cognome che poi si legherà alle vicende della torre civica, provvide immediatamente al recupero innalzando un'impalcatura prodigiosa di forma ottangolare piramidale che coprì tutto il vertice fino alla croce sopra la quale si costruì un gran terrazzo. Qui, come per stemperare la tensione e le paure, Zoli, con il marchese Francesco Paulucci di Calboli, l'abate Sassi e monsignor Bruti della Trinità, prese la cioccolata. Pieno d'entusiasmo, l'ingegnere, un mese dopo, innalzò in una manciata di giorni un gran Tempio tutto di legno nell'attuale piazza Saffi, ove venne esposta la Beata Vergine del Fuoco (in quanto protettrice a terrae motu, dal terremoto). La struttura destò la generale meraviglia anche perché fu fabbricato in poche ore. Era composto da due grandi navate semicircolari che si estendevano dall'una all'altra ringhiera del pubblico Palazzo, vi si contavano ben sette altari e la sua altezza toccava il terzo piano del Municipio. Speculare al loggiato del Comune fu prolungata la struttura di legno con un altro porticato, sempre di legno. 

Tale scossa forse fu la miccia che accese la terra il 17 luglio dello stesso anno. Questa volta l'epicentro era Forlì. Pare giusto aggiungere che, se si fa riferimento alla scala Mercalli (misurante gli effetti del terremoto prodotti in superficie su persone, cose e manufatti) qui si sfiorò il nono grado, cioè la scossa si poté definire rovinosa. Si pensi che il dodicesimo grado di questa scala prevede la totale distruzione di ogni opera umana. In quel giorno d'estate, la terra iniziò a vibrare alle 9.40, danneggiando gravemente molti edifici e pressoché tutte le chiese della città. Per cautela perché vistosamente provato, fu rimosso il gran macigno quadrato che fino ad allora coronava la torre civica (come si vede nell'immagine). Vi era una sorta di cella di età imprecisabile ma assai antica, quasi un cappello per l'edificio, allora più tozzo e con l'orologio collocato più in basso rispetto alla bifora superiore. Al suo posto fu progettata una cupolina ottagonale che sarà in seguito a sua volta rimossa nel 1821, in occasione di un massiccio intervento di recupero. Il gran macigno era testimone di una città che a poco a poco, sull'onda del sisma e della storia, muterà completamente: accanto ad esso, anticamente, venivano conficcate su picche le teste mozzate dei giustiziati, dalla torre si potevano contare le dieci parrocchie della città, i 46 conventi e monasteri, i tanti luoghi di sepoltura dentro o fuori dalle chiese, e si osservava la diligenza che trasportava fino a otto passeggeri da Bologna a Roma impiegando sei giorni. 

In quell'estate infausta molti manufatti antichi, già compromessi da aprile, iniziarono l'agonia che li portò alla loro sparizione. Fu così che rovinò la chiesa di Sant'Agostino che si estendeva sull'attuale piazza Dante (già campo Sant'Agostino), con facciata imponente in via Romanello. Era lì dal 1301 e conteneva i resti di San Sigismondo Re, ora conservati in Cattedrale. Vi si svolsero i funerali solenni di Francesco II Ordelaffi e Cia Ubaldini, conteneva le tombe di importanti famiglie forlivesi come i Theodoli, i Marchesi, i Laziosi e i sepolcri di Alessandro Padovani e di Pace Bombace. Il campanile poteva assomigliare, in scala ridotta, a quello di San Mercuriale. La chiesa era uno scrigno di tesori anche grazie ai contributi dei patrizi della città. Ma il 17 luglio il campanile, ormai provato, si spaccò; la chiesa fu gravemente danneggiata. Quindi, il sisma della storia: Napoleone. Con l'occupazione francese (1797) gli agostiniani vennero espulsi da Forlì e la chiesa non si volle recuperare. Ben si guardarono i nuovi governanti dal restaurare, usarono quanto era rimasto, si può dire: sfruttarono, e in malo modo. La chiesa divenne ricovero per la cavalleria mentre il convento era usato come tribunale. Fu demolito quanto ne rimaneva nell'estate del 1802. Si riuscì a salvare qualche opera d'arte come gli arazzi conservati in Pinacoteca. Esiste ancora il convento, attualmente usato dalla Guardia di Finanza e Polizia Tributaria come comando provinciale. Ma chiesa e campanile lì per quasi mezzo millennio, scomparsi in un breve arco di tempo, non hanno lasciato traccia nemmeno nella toponomastica.

Subì danni anche la vicina chiesa di San Giacomo in San Domenico. Sorte iniqua e amara ebbe la bellissima San Francesco Grande che occupava parte dell'attuale piazza delle Erbe (già campo San Francesco). Il suo declino iniziò proprio a causa di quella scossa. Il danneggiamento convinse i frati a smontare la chiesa del Duecento (con le tombe di molti Ordelaffi e altre celebrità) per erigerne una più moderna. Avevano appena iniziato la lenta opera di demolizione quando la scossa funse da avallo definitivo. Poi venne Napoleone. La chiesa fu sconsacrata diventando stalla per la cavalleria. Le opere d'arte, trafugate (a Forlì è rimasto poco) e il convento fu sede del Ginnasio. Il 15 settembre 1815, Luigi Belli acquistò l'area e abbatté quanto era rimasto, rendendosi l'ultimo (in ordine di tempo) responsabile della fine della chiesa più affascinante di Forlì. Si è salvato poco o niente del convento, in parte nascosto in quella che era la scuola media "Flavio Biondo". Pure in questo caso non c'è nulla di significativo per ricordare, al forlivese o al turista contemporaneo in piazza delle Erbe, che per cinque secoli lì è esistito il grande complesso francescano.

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" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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