Il Foro di Livio

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Le monache e Napoleone

L'11 agosto 1798 vengono soppressi due grandi monasteri femminili di Forlì. Che fine fanno le monache dopo la secolarizzazione voluta dai francesi?

L'11 agosto 1798, giorno di Santa Chiara, il governo cispadano procede alla soppressione dei monasteri femminili di Santa Caterina e San Domenico. Il primo era su via Romanello; se ne vedono chiesa e mura mentre il monastero vero e proprio, chiamato nella seconda metà del Novecento il casermone e destinato ad accogliere indigenti, sarà demolito pochi decenni fa. Dell'altro, col titolo di Santa Maria della Neve, rimane ancor meno: già provato dai bombardamenti, sarà completamente cancellato negli anni Settanta del Novecento. Complessivamente le monache che da questi due conventi tornarono alle loro case saranno 38 camaldolesi e 41 domenicane. Anche gli altri monasteri femminili vennero chiusi, salvo quello del Corpus Domini che seguì una storia tutta sua (era, infatti, di proprietà privata quindi non fu confiscabile). 

Al loro arrivo a Forlì gli amministratori francesi trovarono otto comunità monastiche femminili che avevano ospitato nell'arco del secolo una media di duecento donne. Strutture che oggi, in buona parte, sono irrimediabilmente scomparse. Cinque erano di ispirazione francescana: tra le vie Dandolo e Battuti Rossi si estendeva entro un ampio quadrilatero Santa Chiara (dal 1256) con una trentina di monache. Con la Riforma Osservante del secolo XV nacque il monastero di terziarie francescane che dalla vita semi laicale passarono a quella claustrale, detto della Torre o di Santa Maria della Ripa. Monastero prestigioso e luogo di monacazione per le figlie delle più potenti famiglie nobili forlivesi, quella della Ripa era una comunità ricca e numerosa, con circa quaranta monache. Su Borgo Cotogni c'era il monastero delle Cappuccine, fondato nel 1690 mentre gli immobili di Santa Maria Maddalena delle Convertite dal 1762 furono acquistati dall'abate Michelini, ex gesuita, riformando il monastero che ora comunemente è chiamato del Corpus Domini. In via Fossato Vecchio c'erano le terziarie francescane, mai più di una decina di donne poverissime. Di tutt'altro tenore si trovava il già citato monastero domenicano di Santa Maria della Neve. Poi, dal Seicento, in fondo a corso Garibaldi c'era Santa Febronia delle monache paolotte, e, come detto, Santa Caterina in via Romanello dal 1451. 

Lo scioglimento avrebbe determinato una secolarizzazione forzata, e, con l'aria che tirava, già dall'anno precedente alcune religiose avevano chiesto al nuovo governo di tornare allo stato laicale e questo accadeva quando la monacazione non corrispondeva a una reale scelta vocazionale ma agli interessi del nucleo familiare che ne avevano fatto una scelta obbligata. 
A Forlì, sarà però solo nel monastero delle domenicane che si verificheranno gli unici episodi noti di richiesta da parte di religiose che desideravano tornare a casa. Che fine avrebbero fatto, dopo la chiusura forzata, queste donne? Quelle anziane saranno ospitate in altri monasteri fino che anch'essi sarebbero stati soppressi, oppure torneranno a casa se ancora avevano familiari disposti a prendersene carico. E le giovani? Si possono raccontare le vicissitudini di due monache in un momento così drammatico della storia non solo locale. 

Flaminia Aleotti era figlia del conte Francesco alla cui morte aveva lasciato la famiglia in un grave dissesto economico. Pompeo e Andrea, di lei fratelli, non avevano sufficienti soldi per la dote quindi lo zio Rutilio provvide a regalarle una “dote spirituale”. Flaminia, nel dicembre 1776, entrò in monastero; diventò educanda quando la priora era la zia Ippolita Aleotti. Il 28 dicembre 1779 la ragazza aveva professato i voti come suor Angela Teresa. Però diciotto anni dopo ella avrebbe inviato a Diego Guicciardi, commissario della Repubblica Cisalpina per il Dipartimento del Rubicone, la richiesta di uscire dal monastero. Guicciardi era a Forlì il 29 piovoso anno VI (cioè il 17 febbraio 1797) e interpellò la municipalità sul caso della monaca Aleotti con cui poi si sarebbe incontrato in monastero. Ben presto Flaminia sarà un'ex monaca con pensione dello Stato e vivrà con la sorella Barbara. 

Per qualche mese, tra il 1799 e il 1800, gli austriaci liberarono la Romagna dalle truppe napoleoniche e in questa parentesi Maria Francesca Fattiboni aveva professato i voti solenni nel monastero di Santa Chiara. La professione di Maria Francesca avvenne in grande pompa e fu presieduta dal Vescovo. Ma tornarono i francesi e, nel novembre 1800, bussarono alla porta del monastero sei componenti del Comitato di Polizia col Delegato Cimaroli. Le intimarono di andarsene entro quindici giorni. A queste sollecitazioni, Maria Francesca reagì con una forte epistassi, pianse fino a svenire tanto da sembrare morta. Per rassicurarla, le fu detto che si trattava di una pura formalità per constatare se si fosse trattato di vera vocazione. Tuttavia, visto che ormai erano lì, gli agenti della polizia francese approfittarono della circostanza per mangiare pane, salame, vino, biscotti dalla dispensa delle religiose e se ne andarono. Ma non sarebbe finita così: le soppressioni, infatti, registrarono diverse fasi tra il 1797 e il 1814. A Forlì, già all'alba del XIX secolo erano letteralmente spariti interi complessi monastici e conventuali, luoghi con mezzo millennio di storia i cui beni, oltre alle numerose opere d'arte trafugate, furono sequestrati per finanziare l'esercito francese in Italia. 

Negli anni successivi alla Rivoluzione francese si registreranno diversi atti di provocazione. Molestie nei confronti di monasteri erano all'ordine del giorno; specialmente era frequente l'irruzione di iconoclasti che dissacravano, deturpavano, rompevano o rubavano croci, statue e immagini sacre. Per questi atti era previsto l'arresto ma volentieri si chiudeva un occhio. Con il 1801 e la firma del Concordato, si comincerà a disincentivare tali atteggiamenti e a reprimerli anche severamente in quanto avrebbero potuto minacciare l'ordine su cui si voleva reggere la neonata Repubblica italiana. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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