Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Le tracce di Antonio di Forlì

Un grande Santo passò da Forlì e si scoprì predicatore tanto che, prima di morire a Padova, era chiamato con il nome della smemorata città romagnola.

Un uomo venuto da lontano passò da Forlì e da Forlì si rese noto al mondo. Si tratta di Fernando Martins de Bulhões, francescano portoghese vissuto nel Duecento. Ebbene, gli ultimi nove anni della sua vita, quelli in cui si palesò come grande predicatore, era chiamato Antonio di Forlì. Poi morì a Padova e di punto in bianco divenne Antonio di Padova, Santo dal 1232. Trattandosi di un tempo molto lontano, occorre prendere la storia con le pinze: resta vero il fatto che proprio nel capoluogo romagnolo scoprì la sua vocazione da predicatore che lo fece diventare una colonna del cattolicesimo. Forse è più noto che a Montepaolo scelse di vivere in ritiro, in molti hanno visitato il Santuario sopra Dovadola: qui Antonio puliva il convento, cucinava per i confratelli, svolgeva la sua missione da sacerdote ma soprattutto passava il tempo in meditazione e in preghiera. Mentre si trovava nella località delle colline forlivesi fu raggiunto da una richiesta. Fra Graziano, il provinciale di Bologna, gli disse che si sarebbero dovuti recare a Forlì per un'ordinazione. La scena doveva comportare la Cattedrale piena di gente e l'arrivo di un buon numero di religiosi di diversi ordini mendicanti. Era il 24 settembre 1222. Presiedeva la funzione il vescovo Alberto tuttavia si pose subito un problema: era irreperibile il predicatore indicato per spiegare la natura del ministero sacerdotale. Fra Graziano chiese ad Antonio di farsi avanti. Fu una scommessa; il giovane portoghese non aveva mai parlato in pubblico, in un'occasione tanto importante poi. Obbedì. La sua omelia fu breve, arricchita da uno sguardo magnetico e dalla voce profonda, si distinse per l'uso maestoso e semplice delle parole. In quel momento, Antonio iniziò la strada della predicazione. Se ne andò da Montepaolo per svolgere la sua missione in Italia settentrionale e in Francia, specialmente in aree dove l'eresia era particolarmente diffusa e, vivendo ciò che predicava, confondeva gli eretici edificando i cattolici. 

Ora, è passato tanto tempo ma c'è a chi pare improbabile che il vescovo Alberto abbia potuto lasciare all'improvvisazione il momento dell'omelia. Quindi altre fonti indicano una storia alternativa, pur non negando l'episodio della Cattedrale. Si anticiperebbe tutto di un giorno, alla sera prima dell'ordinazione. Nel convento francescano di Forlì, mentre i frati si erano radunati per la cena, il Guardiano chiese di indirizzare ai presenti un pensiero per l'ordinazione del giorno successivo. A chi sarebbe toccato? Dal momento che erano stati ospitati anche dei domenicani, cortesia vuole che l'opportunità spettasse a loro. Ma declinarono l'invito. Il Guardiano non riuscì nemmeno a sollecitare altri francescani perché non avevano voglia di improvvisare. Finché la scelta cadde su Antonio. E fu cosa singolare: nessuno dei suo confratelli lo reputava idoneo. Nessuno lo aveva mai visto predicare in pubblico. Sembrava più tagliato per le umili funzioni che svolgeva nella comunità. Lo stesso portoghese si tirò indietro, credendosi impreparato e inadeguato. Tuttavia confermò la sua obbedienza e alla fin fine accettò. In quel contesto non si sa cosa disse, ma si sa che il discorso, iniziato con estrema semplicità, si sviluppò a lungo, destando un forte stupore tanto da fare ammettere ai presenti di non aver udito niente di simile per ardore dei toni, profondità dei contenuti, vastità di argomenti e capacità di sintesi.

Se i fatti sembrano divaricarsi, occorre porre lo sguardo sui luoghi. Che cosa significa convento francescano di Forlì? Che tracce rimangono di quest'importantissimo episodio religioso? Cosa resta, qui, di Sant'Antonio di Padova? All'esterno di luoghi di culto, pare proprio che Forlì abbia perso del tutto la memoria. Nulla di civile ricorda il Santo. In tempi in cui il turismo religioso, i pellegrinaggi, i cammini, riscuotono successo, la città che ha accompagnato, anche nel nome, Antonio da Lisbona, non ha nulla di cospicuo da offrire. Quel po' che c'era, l'ha cancellato. Per esempio: la chiesa di Sant'Antonio Nuovo si legge ancora, nella sua facciata di mattoni, in via Silvio Pellico. Ma è un edificio più recente, secentesco. Fu sede parrocchiale fino alla sua soppressione nel 1806. Il demanio francese (qui c'era Napoleone) vendette la chiesa a Luigi Belli: egli distrusse la cappella maggiore e atterrò il campanile, ciò che rimase divenne magazzino. E soprattutto, ciò che le fonti indicano come convento francescano di Forlì è stato raso al suolo pochi decenni fa. Si hanno notizie certe dell'insediamento dei frati minori dal maggio 1221, era all'angolo tra le vie Fratti e Francesco Nullo. Anticamente, la zona era chiamata Vigna dell'Abate. Nel 1266, i francescani si sarebbero trasferiti in San Francesco Grande, sull'attuale piazza delle Erbe (chiesa e convento scomparsi anche in questo caso). L'area dell'antico convento passò quindi ai Battuti Bigi che vi edificarono la chiesa di San Pietro detta delle povere o delle mendicanti perché ad essa era annesso un orfanotrofio (in uso ancora nell'Ottocento). Il luogo di culto su via Nullo prese il nome di Sant'Anna e alcuni locali vennero usati come scuola elementare fino a tempi relativamente recenti. In seguito al terremoto del 1963, tutta l'area fu abbandonata e iniziarono le demolizioni. L'Istituto Sant'Anna che, nonostante corsi e ricorsi storici, conservava l'impronta dell'antico luogo antoniano, cadde sotto il piccone e nessuno si premurò di lasciare nemmeno una documentazione fotografica. Poco prima della devastazione fu scoperto il soffitto a cassettoni della chiesa di San Pietro dei Battuti Bigi ma l'amministrazione comunale di allora non pensò minimamente di sospendere i lavori: fu tutto raso al suolo. Davanti allo scempio, Romeo Zambianchi, cultore di storia locale, e don Bruno Bazzoli, abate di San Mercuriale, salvarono fortunosamente dalle macerie alcune formelle quattrocentesche dell'antico soffitto a cassettoni che ora si conservano in San Mercuriale. 

Nell'ampio cortile dell'antico convento si trovava il cosiddetto pozzo di Sant'Antonio (del Duecento). Il manufatto (nell'immagine), dopo il restauro del 1770, ebbe diverse traversie tanto da credersi erroneamente perduto. Agli inizi degli anni Ottanta, sull'area dell'antico convento sono state costruite le case che si vedono tutt'ora: quel po' che era rimasto, fu così definitivamente cancellato. Nel 2016, come se non bastasse, se ne andarono da Forlì gli ultimi frati minori, dopo una presenza lunga otto secoli. Ora, sospendendo giudizi estetici sull'attuale isolato tra le vie Maceri, Fratti e Nullo, ci si può auspicare che i prossimi dipinti murali che intendono abbellire quest'angolo del centro storico ricordino l'importante presenza di Sant'Antonio di Padova, anzi, di Forlì.

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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