Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Lo studioso della Forlì verde

Il forlivese Pietro Zangheri cinquant'anni fa pubblicava un volumetto in cui descriveva il rapporto tra l'uomo e il creato, righe che valgono una riscoperta dello studioso.

Un naturalista che divideva la giornata in quarti d'ora ha passato la sua vita a studiare la storia verde di Forlì. I suoi studi meriterebbero di essere più conosciuti, e il suo Museo, migrato altrove, dovrebbe trovare sede nella città natìa, cui ha dedicato la sua fatica appassionata. 
Fu proprio il grande naturalista a promuovere opere di difesa degli ambienti più fragili della Romagna: dalle pinete della riviera, alla coperta arborea che riveste il crinale. Pietro Zangheri, nato a Forlì il 23 luglio 1889, morì il 25 febbraio 1983. Colpito dal morbo della curiosità che già a diciassette anni lo costringeva a osservare con zelo e studio la botanica forlivese, seguì un percorso da dilettante simile a quanto era accaduto del suo antico concittadino Cesare Maioli, altra figura che meriterebbe di esser più conosciuta. Dilettante nel senso proprio: colui, cioè, che trova diletto nello studio, senza il prioritario anelito che diventi una professione. La passione legata allo zelo dello stupore, il legame viscerale con la Romagna e una Romagna non generica e astratta ma Forlì, Forlì e i suoi dintorni, ha forgiato l'uomo che più è stato legato alle scienze naturali nel Novecento mercuriale. Nella sua lunga vita, per quasi mezzo secolo si dedicò a ricerche, studi, saggi, escursioni, osservazioni, raccolte: piante, animali, fossili, rocce, minerali, reperti antichissimi furono da lui prelevati per ricostruire la memoria della Forlì verde. 

Per riscoprire qualche aspetto della multiforme attività del forlivese può essere utile leggere un suo opuscolo pubblicato esattamente mezzo secolo fa, intitolato: “La crisi nel rapporto uomo-natura. Dal suo processo storico alla problematica attuale”. Il volumetto di 48 pagine, edito nel 1969 dalla Tipografia Zauli di Castrocaro a cura della Camera di Commercio di Forlì, rivela un approccio non ideologico e “naturalmente” attuale a tutto ciò che riguarda la bellezza del creato. Il linguaggio puntuale e scorrevole manifesta l’opera di un naturalista per passione e non per algido zelo accademico. Sicuramente non era pressappochista: portano la sua firma circa 200 pubblicazioni. Da ragioniere aveva ottenuto la laurea honoris causa presso l’Università di Firenze e la libera docenza in geobotanica, tanto per citare qualche riconoscimento. Autodidatta, l’uomo dei quarti d’ora (come si definiva, perché saggiamente ripartiva il poco tempo disponibile dedicandolo a studi naturalistici), con un piglio da esploratore sistematico della Romagna, compì un numero elevato di escursioni osservando, fotografando e accumulando esemplari di piante, animali, rocce, fossili, minerali, reperti di vario genere. Tornando al volumetto “La crisi nel rapporto uomo-natura”, frutto di una conferenza svolta al Rotary Club di Forlì il 29 aprile 1969, Zangheri cita filosofi come Woodridge, Van Melsen, ma anche San Francesco o Pio XII. Pertanto le osservazioni del naturalista, come le deduzioni del matematico sono un punto di partenza delle riflessioni del filosofo, che vede in ciò l’opera di un’intelligenza capace di prevedere un fine e di fissare con precisione i mezzi atti a raggiungerlo. Finché si arriva al nocciolo della questione: So che l’argomento si presta a tesi svariate, ad affermazioni e dinieghi, a discussioni a non finire; ma gira e rigira, alla fine ogni disputa diviene fatua se non s’ammette che s’arriva a un traguardo che la nostra mente non supera, non scavalca: è l’inconoscibile, il mistero. È l’inconoscibile destinato ad attrarci verso la Natura e le sue manifestazioni, un inconoscibile che il progresso tecnico non illumina nei suoi fondali, anzi, più avanti andando con le sue scoperte, fa sempre più gravido di incognite che rendono più assillanti le domande del pensiero. Prestando attenzione critica alla tecnologia che domina tutta la vita, Zangheri, già cinquant’anni fa, sosteneva che oggi la società industriale avanzata s’è ricordata della Natura, l’ha ben portata alla ribalta, e, de “la natura e il naturale” ha fatto un movente che le consente guadagni insperati, mescolando in un caos l’umano e lo zoologico. (…) Ecco qua dunque il richiamo alla Natura, alla divulgazione scientifica, chiamate a far da paravento alla nostra discesa umana al disotto della sfera animale. In particolare, l’automobile crea fisime di grandezza, eccita l’individualismo ed è proprio per la mancanza di strade che l’allora futuribile Parco nazionale della Campigna (nome che si è voluto far passare in secondo piano rispetto al toscano Casentino) si è preservato, tanto che era una gioia per l’escursionista, così per ogni turista attento e riflessivo, osservare questi posti con la magnificenza d’una natura originale pressoché vergine.

Ma il bello della foresta non è dato solo dagli alberi: il naturalista forlivese, con un accento poetico, sottolinea la meraviglia d’aver constatato come e quanto la mano e il piede s’affondino nello spessore che forma lo strato di erbe, muschi, foglie morte e altri detriti che copre il suolo d’un vecchio bosco indisturbato. L’analisi lucida, compiuta e innamorata di Pietro Zangheri conclude con una riflessione sui giovani. Il motivo di questa sua preoccupazione per preservare il paesaggio nasce perché ho una cocciuta fiducia nei giovani. Ovviamente, in quel ’69, era necessario fare dei sani distinguo. La fiducia dell’“uomo dei quarti d’ora” era riposta non in quelli che protestano per trovare una maniera di venire promossi senza studiare, non negli altri che rovinano aule e laboratori col più deplorevole dei vandalismi, non in quelli che fanno assemblee inconcludenti, ma negli altri più riservati, più pensosi e meno in vista che tuttavia ritengo costituiscano una maggioranza tutt’altro che esigua

Pietro Zangheri, direttore e in seguito Presidente dell’ora omonima casa di riposo della sua città, fin da giovane si dedicò allo studio della flora e della fauna nei dintorni di Forlì quindi si lasciò appassionare dalla zoologia, dalla geologia e addirittura dalla paleontologia. 
Il risultato di tanto lavoro è conservato nel Museo di storia naturale della Romagna. Nemo propheta in patria: tale summa non è a Forlì, come “naturalmente” dovrebbe essere, ma a Verona. Alla morte del grande naturalista, infatti, l'importante raccolta non troverà accoglienza nella sua città natìa che non poche volte sembra così sbadata e irriconoscente... Tornerà mai all’ombra di San Mercuriale questa collezione? Non potrebbe rappresentare una delle idee per "riempire" la Rocca di Ravaldino e la sua Cittadella ancora sospese tra un passato glorioso, un presente grigio e un futuro incerto? Difficile che ci siano possibilità di un recupero integrale del patrimonio museale distrattamente perso dai forlivesi, tuttavia un tentativo - con adeguati spazi e idee di allestimento - più che lecito sarebbe doveroso. In mancanza del Museo, ci si può consolare facendo una passeggiata nei boschi di Ladino o di Scardavilla, nei primi rilievi che abbracciano Forlì, sperando che resistano al tempo, ai tagli e agli scavi estrattivi, e che mantengano quel paesaggio inconfondibile che si riconosce sugli sfondi dei quadri di Palmezzano che da sempre e si spera per sempre costituisce la cifra panoramica dei più significativi scorci della Romagna liviense. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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