Il Foro di Livio

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Pasquetta 1512: la prima gita fuori porta

Fu così che i forlivesi inventarono la scampagnata di massa? La Pasqua del 1512 portò il terrore della guerra in Romagna. Forlì si svuotò e si trasferì a Faenza.

Guardare all'indietro cercando qualcosa di pasquale per quanto concerne la storia di Forlì consente di spaziare su piccoli e grandi fatti, su ricordi di vario genere. Per esempio, si evince che Pasquetta, nel Medioevo, fosse una specie di prova per saggiare il grado di frattura (o di concordia) tra l’abate di San Mercuriale e il Vescovo. Era, infatti, usanza per tutti i prelati presenziare il Lunedì dell’Angelo a una funzione religiosa in San Mercuriale. Quando il vescovo Tommaso Piatesi (1318-1342) preferì rompere la consuetudine, subito venne da pensare che non corressero buoni rapporti tra le due istituzioni religiose. Due secoli dopo e fino al 1796, si ricorda che la magistratura dei Novanta Pacifici, voluta per sedare gli scontri continui tra le litigiose famiglie forlivesi, soleva apporre ai documenti un’immagine del Cristo Risorto per rammentare (con modestia discutibile) che la città, grazie al suo operato, era risorta. Si può anche citare che nella Pasqua del 1819 furono inaugurati con un palio a cavallo i Giardini Pubblici nella versione (semplificata secondo il progetto precedente) di Giuseppe Missirini. La Pasqua del 1915 vedrà il Vescovo celebrare una Comunione Pasquale ai Minorenni nella Regia Casa di Correzione, una funzione descritta come commovente e resa sontuosa da un grandioso panno di damasco rosso in cui campeggiava maestosa la figura di un Crocefisso artistico. Secondo la coeva rivista "La Madonna del Fuoco", il contegno dei giovani (oltre 120) fu esemplarissimo e tale da lasciare sinceramente ammirati quanti erano presenti degli invitati

C'è però un episodio più risalente che, in tutt'altro clima, racconta di una città emotivamente coinvolta nella grande storia del tempo. Il giorno di Pasqua - 11 aprile 1512 - non lontano dal tratto del fiume Ronco nei pressi di Ravenna, si combatté una battaglia passata agli annali. Fu una specie di finale mondiale con campioni di qua e di là dalla metà campo. Una squadra era composta dalla Lega Santa (Spagna e Stato della Chiesa, con Venezia), l’altra da Francia e Ducato di Ferrara. Ecco un caso particolare in cui Forlì fu più vicina alle istanze pontificie, smettendo per una volta i panni dei ghibellini pertinaci. Ma forse ciò avvenne per l’odio ancestrale nei confronti dei francesi e per la costante stima per i veneziani. Fatto sta che scendono in campo migliaia di forlivesi tra cui il celeberrimo Romanello (che però venne tratto in prigione), a favore della Lega Santa. Sotto la guida di Raimondo di Cardona, viceré di Napoli, e Pietro Navarro, l’esercito ispano-papale schierava i più noti condottieri dell’epoca, tra cui Antonio di Leyva, Fabrizio Colonna, Fernando d’Avalos marchese di Pescara, Ettore Fieramosca, Giovanni Capoccio, Raffaele de’ Pazzi, Francesco di Carvajal, Fanfulla da Lodi. I franco-ferraresi, invece, potevano vantare personaggi come Carlo III di Borbone, Teodoro Trivulzio, il cavalier Baiardo, Odet di Foix, Federico Gonzaga, Jacques de la Palice, Ivo d’Allegri, Alfonso I d’Este, Gastone di Foix detto la Folgore d’Italia. Nomi che oggi ai più non dicono nulla e che sembrano figure di pupi siciliani mentre allora erano veri e propri eroi, spesso idolatrati, spesso compianti troppo giovani giacché trafitti in qualche combattimento. Senza addentrarsi sui contorti motivi della battaglia, inserita nel complesso meccanismo delle Guerre d’Italia del Cinquecento, basta dire che non tornarono a casa oltre 20 mila soldati fra i quali il comandante dei vincitori, il francese Gastone di Foix (aveva appena ventidue anni) e 1300 forlivesi senza nome. 

Tuttavia, se la guerra aveva insanguinato il corso dei Fiumi Uniti e causato un feroce saccheggio di Ravenna con gli orrori di ogni genere che questo tipo di scorribande comporta, anche a Forlì sopraggiunse la paura. Infatti, il giorno successivo si sparse la voce che sarebbero arrivati pure qui i francesi vincitori con lo scopo di vendicare il Sanguinoso mucchio del 1282 (erano passati 230 anni ma la memoria era ancora lì fissa). A ciò si aggiungeva il dolore per la mattanza compiuta a poche miglia di distanza. Non sarebbero state poche le famiglie colpite dal lutto, visto l'alto numero dei caduti. Ma l'arrivo dei francesi no, era ancor più insopportabile. Pertanto, in quella Pasquetta di silenzio e di ansia, almeno 24 mila liviensi scapparono in fretta e furia verso Faenza. Si sparsero nelle campagne, nei villaggi, disseminandosi tra le rive del Montone e quelle del Lamone. In tutto, allora, Forlì aveva 25 mila abitanti: la città si svuotò. Nella paura, nel panico e rispettando le sofferenze degli antenati, si può dire che così nacquero le gite fuori porta. Tutto tornò ben presto come prima. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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