Il Foro di Livio

Il Foro di Livio

Presente amaro per lo zuccherificio di Forlì

E l'Eridania? Da trent'anni aspetta un suo degno recupero. Preziosa testimonianza di archeologia industriale, lo stabilimento è abbandonato tra la ferrovia e il centro.

La poetessa greca Saffo definiva l'amore come dolceamaro, coniando un vocabolo nuovo: tale pare essere la storia dell'Eridania, patrimonio dei forlivesi che giace come una cattedrale abbandonata in un non luogo a ridosso del centro storico. Era dolce quel 1900 quando, in una città che stava spingendo il più possibile la barbabietola, approdava una specie di transatlantico in mattoni lambente la linea ferroviaria. Era amaro quel 1989 quando, dopo anni di inattività, un incendio pose la pietra tombale sull'uso industriale dello zuccherificio forlivese. Lo stabilimento era la massima industria della Provincia di Forlì, ente che fino a tempi recenti - per chi non lo ricordasse - comprendeva un territorio da Villanova a Cattolica. Per settant'anni dalla ciminiera è uscito fumo. Da quasi mezzo secolo, invece, la preziosa struttura è avvolta nella nebbia. Sembra che si aspetti che tutto crolli e, se così accadesse, si perderebbe un tesoro di archeologia industriale per una città che in altri tempi era la locomotiva della Romagna. Eridania è un termine più raffinato per dire Padania: l'omonima Società, capofila del settore saccarifero per decenni, era sorta a Genova. Poco prima dello stabilimento di Forlì ne era nato uno a Codigoro, località nel delta del Po.

Il genovese Giovanni Battista Figari, presidente della Società Eridania, aveva costruito nel 1900 lo zuccherificio di Forlì con personale tecnico e amministrativo tedesco, come i macchinari. Ben presto nell'impianto lavoravano mille operai e si trasformavano 15 mila quintali di barbabietole al giorno in 140 mila quintali di zucchero all'anno. L'ampiezza dell'area, 14 ettari, rende questa zona industriale una vasta fetta della città che oggi attende nel degrado. Nel 1902 il direttore Romolo Rossini sostituirà il personale tedesco con maestranze forlivesi, potenziando la capacità produttiva con nuove attrezzature. Quando in città le strade erano illuminati a gas, lo zuccherificio utilizzava la luce elettrica.

Negli anni Venti, la fabbrica arrivò ad occupare una superficie di 66.700 metri quadrati, di cui 10.700 coperti da fabbricati. Il terreno scoperto era in gran parte occupato da tre vasche di decantazione di una capacità complessiva di 40 mila metri quadrati, utilizzate per raccogliere l’acqua sollevata dal canale di Ravaldino attraverso due centrifughe dalla portata ciascuna di 200 litri al minuto. Nella sua Guida, Casadei nel 1928 scrisse: "I silos di raccolta delle barbabietole hanno una capacità di 40 mila quintali. La fabbrica normalmente riceve 14-15 mila quintali di barbabietole al giorno e cioè una media di 400 carri". La seconda guerra mondiale danneggerà buona parte dell'impianto che riuscirà a tornare a regime nel 1946. Con la nascita del Mercato Comune dello Zucchero, alla fine degli anni Sessanta, iniziarono i guai: per la Società genovese risultava arduo stare al passo con la concorrenza europea. Così, nel 1970, l'impianto fu ceduto alla Sfir del Gruppo Maraldi ma due anni dopo avrebbe spento la ciminiera. Furono anni di scioperi e di momenti che di "dolce" avevano ben poco. L'estrema campagna, nel settembre del 1972, avrebbe visto per l'ultima volta le colonne di autotreni in via Gorizia colmi di barbabietole, di giorno e di notte. Quel mondo sarebbe finito per sempre. Iniziò quindi lo smantellamento: via tutti i macchinari che presero la strada per la Spagna o la Jugoslavia. La struttura svuotata di persone e strumenti funse da magazzino, utile spalla all'omologo zuccherificio di Forlimpopoli nato nel 1960. Il capitolo si chiuderà per sempre nel 1989, quando un incendio divampò distruggendo diversi capannoni, lasciando gli oltre 6 ettari del corpo centrale come uno scheletro annerito. Da allora - e sono trent'anni a breve - il transatlantico è arenato tra la vegetazione incolta e l'oblio. Ricetto per senzatetto - in teoria è inaccessibile - lo si vede come sfondo per fotografie per il suo interno suggestivo, per i suoi graffiti e murali contemporanei. C'è vita all'Eridania: è un luogo fascinoso per gli adolescenti, per esempio. Le tracce sono evidenti: sigarette, lattine, materassi, rifiuti. 

Chi passi da Forlì in treno vede comparire l'enorme struttura abbandonata. Fino a quando sarà abbandonata? Non pare vi siano spiragli di luce. La Cooperativa Muratori di Verucchio, divenuta proprietaria nel 2006, aveva avanzato alcune ipotesi progettuali ma non si venne mai a formalizzazione. L'edificio è tutelato dalla Soprintendenza e per metterci mano occorre disporre di decine di milioni. Struttura di pregio, otterrà i vincoli architettonici nel 2001, cosa che impedì altre demolizioni già autorizzate negli anni immediatamente precedenti. In seguito, però, nel 2002, brillò della dinamite per "ragioni di sicurezza". 

Ora, più passa il tempo, più sembra difficile che qualcuno osi accollarsi il recupero della preziosa struttura benché sia testimonianza dell'identità collettiva. Forse è il caso di procedere con piccoli interventi. Per esempio iniziando a mettere in sicurezza e aprire l'enorme parco che avvolge la struttura, trasformandolo in un bosco urbano, un ipotetico Bosco Livio che, per estensione, potrebbe competere con le aree verdi berlinesi. Lo zuccherificio va salvato, specialmente la ciminiera: l'ultima, o quasi, di una certa elevazione rimasta in città dopo l'atterramento della Bonavita e la discutibile capitozzatura dell'Orsi Mangelli. E poi servono idee e fondi per il corpo centrale, amplissima navata che resta in piedi, nonostante tutto. Il piano regolatore vi prevede attività commerciali, appartamenti, uffici. Bozze di progetti più recenti prevedono la suddivisioni dell'area in diversi comparti: assistenziale, culturale e residenziale, uno studentato e un polo sportivo. Ma queste sono idee su carta, in attesa di qualcuno che voglia prenderle in esame o prenderle sul serio. Alla fine degli anni Novanta si pensava a convertirla ad area di interesse pubblico (per lo più a valenza commerciale), a volte ha fatto capolino l'ipotesi teatro, e oggi? Nel frattempo è cronaca recente la serie di peripezie degli amanti del brivido: chi abbandona tracce del suo estro artistico, chi si arrampica, chi si lascia penzolare nel vuoto. Pare una palestra per spericolati. E, tra abbandono e originali frequentazioni, si possono citare tre episodi recenti: nel gennaio del 2006 presero fuoco delle baracche abusive costruite nei giorni precedenti nella struttura fatiscente. Nel marzo del 2016 due ragazzi, uno di Bologna e l'altro di Roma, sono saliti senza protezione sulla ciminiera filmando la pericolosa avventura. Nel maggio del 2017, lo stesso arrampicatore romano ha passeggiato senza paura sui tetti della struttura piena di insidie. 

Sono passati trent'anni dall'incendio che chiuse per sempre la storia "dolce". Ora lo zuccherificio sembra il relitto di una sfinge adagiata in una selva. Davanti ad essa, i forlivesi si pongono tante domande. Sperando che qualcuno possa dare presto una risposta concreta. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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