Il Foro di Livio

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Re Gioacchino in Forlì

Nella primavera del 1815 Murat, Re di Napoli e cognato di Napoleone, è accolto a Forlì tra calorose acclamazioni. Ma ormai la storia lo aveva archiviato.

Si può dire che il periodo che poi prenderà il nome di Risorgimento, a Forlì nacque in un giorno preciso: il 31 marzo 1815. Cosa accadde? La coda del governo napoleonico del Dipartimento del Rubicone, il distretto amministrativo che copriva tutta la Romagna e non solo, con Forlì scelta come capitale, porta il nome del figlio di una coppia di locandieri: Gioacchino Murat. Ormai Napoleone era allo sbando e i suoi domini in Italia fungevano da preda degli eserciti che fino a qualche mese prima erano tenuti sotto scacco dal còrso. Il 26 dicembre 1813, una colonna austro-inglese, formata di 1500 uomini, entrò a Forlì dopo aver superato deboli difese. Così dai primi giorni del 1814 la città poteva dirsi di fatto "liberata". Nel frattempo si spengeva la stella di Napoleone e i francesi se ne andarono da Forlì lasciando tutto nelle mani del podestà Luigi Paulucci che corse a rendere omaggio ai nuovi padroni austriaci. In città fu imposto un rigido coprifuoco e, nonostante tutto, i più rimpiangevano i francesi. 

Sembra che però, a questo punto, la storia abbia tentato un'altra carta, una mossa azzardata portata avanti da un carismatico generale con l'intento di recuperare i cocci dell'Impero napoleonico e ripristinarlo. In un tono diverso, però, non più con le arroganze francesi, ma con spirito italiano. E in questi mesi il protagonista assoluto fu Gioacchino Murat. Chi era costui? Maresciallo di Francia, aiutante di campo nella Campagna d'Italia di Napoleone (di cui era cognato), nel 1808 era stato nominato Re di Napoli a quarantun anni. Acclamato come Gioacchino Napoleone, fu sostanzialmente apprezzato dalla popolazione, forse anche per la sua folta chioma riccioluta e il suo carattere sanguigno. Con il crepuscolo della fortuna del suo mentore, però, pensò che fosse opportuno trattare con l'Austria pur di conservare il trono sotto il Vesuvio. In cambio di tale cambio di casacca, gli Asburgo avrebbero appoggiato (c'era già l'aria di un Congresso a Vienna) Murat come Re delle Due Sicilie, con buona pace dei Borboni. Il tradimento lasciò stizzito l'illustre cognato, alle prese con problemi ben più gravi. In Romagna, dapprima si parla di Governo Provvisorio Napoletano. Gioacchino Murat, coalizzatosi con gli austro-britanni, aveva mosso l'esercito napoletano verso nord, per schierarlo contro il Regno d'Italia napoleonico. Il 26 dicembre del 1813 ci fu uno scontro fra le milizie civiche del Colonnello Armandi e le truppe napoletane: vinsero queste ultime. A febbraio 1814 prese il controllo dei territori ripristinando le Prefetture che poi verranno di nuovo abolite dagli austriaci. Il 19 aprile, avrebbe fatto ingresso in Forlì - ancora napoletana - il Battaglione dei Granatieri della Guardia Reale. 

Napoleone però fuggì dall'isola d'Elba e, nonostante i proclami di fedeltà all'alleanza austriaca, Murat, due settimane dopo, il 19 marzo 1815, invadeva lo Stato Pontificio con un esercito di 35 mila uomini. Lo fece per paura di un ritorno dei Borboni sul trono partenopeo e alla fin fine fu proprio questa sua irruenza tutt'altro che avveduta a causare la sua caduta. Avanzando verso settentrione e sconfitti gli austriaci a Pesaro, raggiunse le Legazioni, cioè la Romagna. Fu poi a Rimini il 30 marzo e il 31 entrava in Forlì, accolto con grida frenetiche. Indescrivibile (così riportano le cronache di allora) era l'entusiasmo della città: i volontari percorrevano le vie con la coccarda tricolore. Dalla città mercuriale descrisse l'umore che si respirava in quei giorni, parole importanti che preconizzano, appunto, le istanze risorgimentali. "L'enthousiasme est inexprimable - si legge in una lettera inviata il 31 marzo da Murat al suo ministro di Polizia generale - è generale: tra la gente della città e del paese, la nobiltà, il clero. Tutti vogliono l'Italia unita; tutti vogliono l'Italia indipendente. L'entusiasmo degli italiani è incroyable". O almeno lui la vedeva così. Insomma, Murat sosteneva che l'unica via per mantenere vivo il potere napoleonico fosse quella patriottica che stava a via a via crescendo nel cuore dei forlivesi. Il 1° aprile aveva concluso il reclutamento, a Forlì, delle truppe romagnole che si erano disperse dopo la caduta del governo napoleonico. Ottocento liviensi (su 13 mila abitanti che qui allora abitavano) si fecero avanti come volontari: erano popolani, borghesi e ex soldati di Napoleone. La sede di questo esercito fu la caserma ricavata nei locali del convento di San Domenico e, si può dire, furono i primi a essere pronti per combattere come esercito italiano, seppur guidati da un francese, benché l'Italia ancora non esistesse. Oltre agli ottocento volontari, simpatizzarono, sostennero e appoggiarono quest'ultima fiammata napoleonica parecchi giovani ma anche funzionari civili e militari. Fu un successo di breve durata, l'Austria reagì. L'umorale Re di Napoli che pochi giorni prima aveva annotato l'entusiasmo inesprimibile, precipitò nell'amaro disincanto. Alle prime luci del 19 aprile, l'ultima retroguardia murattiana lasciò per sempre l'accampamento allestito fuori Porta Cotogni portando al seguito almeno 700 forlivesi. Eppure, dopo alcune peripezie, si trova ancora a ripiegare su Forlì prima della sconfitta totale di Tolentino (2 maggio). Fu la sua caduta definitiva, infatti perse il titolo di Re di Napoli, a favore di Ferdinando di Borbone. In questo contesto (12 maggio) scrisse quello che alla storia passò come Proclama di Rimini e retrodatato al 30 marzo. L'incipit di questo appello è chiaro: "Italiani! L'ora è venuta che debbono compiersi gli alti vostri destini". Tale grido, ormai fuori dal tempo, soffiava sulla brace che poi avrebbe incendiato il Risorgimento. Manzoni, per esempio, ne fu entusiasmato. Il 18 giugno è la data campale di Waterloo, nella località belga si chiuse il capitolo Napoleone in modo risolutivo, il còrso avrebbe finito i suoi giorni il 5 maggio di sei anni dopo. 

La contoversa vicenda di Murat, dopo importanti sconfitte, si concluse l'8 ottobre di quel 1815 quando, catturato dai borbonici, il cognato di Napoleone fu condannato a morte. Nel frattempo, a Forlì, il podestà Luigi Paulucci era stato sostituito dal conte Antonio Gaddi che avrebbe riunito attorno a sé la nobiltà cittadina legata all'Antico Regime. 

Il Foro di Livio

" Vi racconto la storia del ""Foro di Livio"". Insegno, ma sono anche giornalista. Sono dottore in Giurisprudenza ma anche in Scienze religiose. Osservatore curioso, sono appassionato di storia locale e di musica del Settecento. Ho il vizio di scrivere e pubblicare (con discrezione) saggi, manuali, racconti. Mi occupo anche di birra, ma questa è un'altra storia "

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