Restaurare o abbandonare al decadimento?

Il recupero dei Beni Culturali attraverso il restauro consente la sopravvivenza del Bene stesso e sovente una nuova vita; nella nostra città ci sono importanti esempi di restauro e rifunzionalizzazione di antiche strutture

Il Restauro di un Bene Culturale, sia che si tratti di un manufatto, sia che si tratti di un edificio, impone sempre una riflessione sul risultato che si vuole ottenere. La crisi economica internazionale che viviamo da alcuni anni impedisce l’erogazione di molti fondi necessari per gli interventi di restauro su molti Beni Culturali e pertanto si deve ricorre a sovvenzioni private, purtroppo non sempre disponibili.

In Italia, quindi, si impone l’esigenza di determinare delle priorità sugli interventi di restauro, in quanto la nostra penisola possiede una notevole quantità di Beni Culturali, molti dei quali in attesa di essere riportati alla propria bellezza per il degrado subito negli anni. Tra gli aspetti positivi nella nostra realtà è l’impegno  delle associazioni di valorizzazione del patrimonio che difendono i Beni abbandonati al decadimento concentrando azioni di sensibilizzazione per assicurarne la sopravvivenza e sollecitare il restauro. Fatta questa premessa, ogni progetto di restauro si accompagna ad una idea di ciò che si vuole ottenere pensando sia al recupero del Bene sia ad una nuova destinazione che non sia all’opposto della funzione originaria, oppure ad una diversa fruizione nello spazio nel caso di un manufatto artistico. 

Altra situazione è quella di un Bene che ritorna alla propria funzionalità dopo un incidente che ne ha deturpato irrimediabilmente la sua essenza artistica. Nel panorama nazionale è ciò che si può vedere con l’ultimo grande restauro effettuato in uno dei Beni italiani tra i più importanti, ossia la cappella della Sindone del virtuoso architetto Guarini Guarini che fa parte della cattedrale di Torino. L’incendio avvenuto vent’anni fa ha cambiato definitivamente la bellezza della cappella ed i marmi e le pietre pensate per sottolineare l’originalità architettonica, ha mutato una struttura tra le più interessanti dell’architettura seicentesca italiana, considerata uno degli spazi più affascinanti del Barocco italiano.

La definitiva compromissione è evidente, nonostante il lungo restauro abbia cercato di intervenire su ciò che il fuoco ha danneggiato; tuttavia, il desiderio di recuperare i danni deriva dalla volontà di non perdere un Bene dalla lunga storia, un segno dell’ingegno umano che si esemplifica in una struttura unica, che parla dell’architetto progettista che lavorò all’opera. La cappella è oggi rintegrata nel percorso dei Musei di Palazzo Reale, perdendo al momento la sua funzione di luogo di custodia della Sindone, che è stata spostata nella cappella all’interno della cattedrale, secondo un pensiero che evidenzia la pregevole struttura che già parla di se stessa nell’ambito dell’architettura sacra.

Su questa scelta potremmo costruire una riflessione anche sui recenti grandi restauri forlivesi, dai Musei di San Domenico alla chiesa di San Giacomo, da palazzo Romagnoli a palazzo Gaddi. Conventi, chiese e dimore storiche hanno avuto l’attenzione di coloro che per mestiere riportano in luce la bellezza, secondo la stessa idea di recuperare ciò che rende interessante il nostro patrimonio. Così i Musei in San Domenico, ubicati nell’antico convento domenicano restaurato per una specifica funzione, permettono la custodia della cultura attraverso il patrimonio artistico che oggi conservano e che all’epoca delle sue piene funzioni era rappresentato dalla cultura cristiana.

La rifunzionalizzazione del convento a museo ha permesso alla struttura di conservarsi nel tempo in una nuova vita. Eppure, ricordiamo tutti lo stato dell’immensa struttura prima del restauro, quando si mostrava nella sua decadenza dal parcheggio Sacripanti costituendo per molti anni un punto del centro storico da ripensare. Allo stesso modo palazzo Romagnoli, privato della sua destinazione degli ultimi decenni è stato restituito alla città come luogo di cultura e così anche le antiche dimore.

Cosa rimane ancora da ripensare con un grande restauro a Forlì? Il complesso monastico della Ripa, sul quale ancora non è maturato un definitivo progetto di recupero, seppur le idee  e le proposte per utilizzare un edificio così tanto grande siano già state presentate. Considerando i tempi di appropriazione della struttura da parte della comunità forlivese, quale restauro potrebbe donare nuova vita al convento che occupa una notevole porzione del centro storico e che rappresenta una parte di storia della città? Una sua valorizzazione architettonica in funzione di un nuovo progetto culturale che non esuli troppo dall’originaria funzione? Si potrebbe riaprire il dibattito cittadino.

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