Il sacrificio degli Alpini a 75 anni dal Grande Inverno russo: il tributo di Forlì e dintorni

Il 26 gennaio 1943 si tenne la battaglia di Nikolajewka, uno degli scontri principali dell'infausta campagna di Mussolini. Tantissime le giovani vittime di quell'inverno di sangue, anche da Forlì e comprensorio

Il 26 gennaio gli Alpini di tutta Italia commemorano la battaglia di Nikolajewka, la fine dell’accerchiamento russo che permise a pochi sopravvissuti di salvarsi. Cosa passi per la mente di un ragazzo appena ventenne quando intorno a lui infuria la battaglia nell’inverno più gelido che il mondo civilizzato conosca, non è dato sapere. Sicuramente, oggi, a distanza di 75 anni, il sacrificio dei tantissimi ragazzi spediti al macello sulle sponde del Don, in nome di una impresa illogica e disperata come la campagna di Russia mussoliniana, appare ancora più insensato. Va bene, si veniva da decenni di propaganda e ci si era illusi fosse sufficiente resistere quel tanto da dare possibilità all’alleato tedesco di entrare a Mosca trionfante, ma cosa spinse davvero famiglie e comunità a sostenere moltitudini dei loro ragazzi verso la morte quasi certa, a migliaia di chilometri da casa, rimane tra i misteri dell’irrazionalità della Storia nei suoi momenti più bui.

Oggi, i ventenni hanno come priorità le amicizie, il divertimento, lo studio o il lavoro; sono connessi, annullano le distanze e parlano almeno due lingue. All’epoca, mollare tutto per dirigersi verso una terra sconosciuta dalle mille insidie, era il frutto di un simulacro di onore, costruito dal martellamento di un regime ormai allo sbando. La morte di quasi centomila soldati italiani in Russia è forse la peggiore tragedia vissuta dal nostro Paese nel corso del Novecento e anche Forlì e dintorni pagarono il loro prezzo in giovani vite troncate.

Vari romagnoli figuravano nella divisione alpina Julia perlopiù inquadrati nel terzo reggimento Alpino di artiglieria, che una volta giunto al fronte Nord, incontrò le perdite più pesanti proprio nel gennaio del 1943. Dopo settimane di accerchiamento, i resti della Julia riuscirono ad aprire una breccia e riportare in salvo poco meno della metà dei suoi componenti.

Al suo interno, erano collocati giovanissimi nati intorno al 1920, che in molti casi finirono come legioni dei loro coetanei, dispersi se non vittime di combattimenti, o rimasti senza vita durante le marce estenuanti verso i campi di prigionia.

Le lotte più cruente si svolsero nei pressi di Selenyjyar, dove le truppe vennero a dir poco decimate. Fatale, per le squadre italiane, la mancanza di equipaggiamento e di adeguata preparazione: gli Alpini in effetti erano addestrati a combattere sulla neve tra rocce e pendii, non nella piana e sterminata steppa ucraina. Per i pochi rimasti in vita dopo le battaglie, l’alternativa era tra una morte rapida o indicibili sofferenze: furono molteplici i casi in cui, nel corso delle prigionie, alcuni detenuti svilupparono malattie come il tifo petecchiale, provocato da denutrizione e dalle pessime condizioni igieniche. Ancora, chi fosse riuscito a resistere anche al carcere, rischiava di perdere la vita per assideramento, e se ancora fosse stato in grado di sopravvivere, sarebbe finito dritto ai campi di concentramento. Un vicolo cieco, dritto verso l’annientamento.

Di questi gruppi di soldati, ignari e in gran parte dimenticati, parla nel suo ultimo libro “Una croce tra gli Alpini” (Il Cerchio) lo storico forlivese Paolo Poponessi, che partendo da un episodio famigliare, quello di don Carlo Poponessi medaglia d’argento al valor militare, ripercorre le vicende dei tanti italiani mandati a morire al fronte proprio come i ragazzi romagnoli della Julia, o ancora del battaglione L’Aquila, uno tra i più martoriati della infausta campagna: se a partire furono in 1400, a rimettere piede in Italia solo 159.

Nel volume si trovano alcune testimonianze fotografiche di Aguinaldo Manuzzi, soldato con la passione della fotografia che venne autorizzato a ritrarre alcuni momenti della vita al fronte. Tra i suoi scatti, si trovano carrarmati russi, le trincee italiane, il passaggio su un ponte di barche degli italiani. Un caso molto raro che investì, tra l’altro uno, dei pochi fortunati a rientrare in Patria.

Chi furono le vittime

Ecco, di seguito, i nomi e la provenienza degli appartenenti alla divisione che prestarono servizio sulle rive nord del fiume Don in quel gennaio di 75 anni or sono e non fecero ritorno.

Forlì: 4 di cui 3 dispersi e 1 (Antonio Benelli del 1914) morto in prigionia

Civitella: 3, Marchi Nino (1921), Mingozzi Egisto morto in prigionia appena ventenne e Lenzi Nello

Galeata: 3, tutti dispersi, tra cui il giovanissimo Ernesto Leoni (1921) disperso il 31 gennaio 1943

Meldola: 3, tutti dispersi

Portico San Benedetto: 1 disperso

Predappio: 1 disperso

Premilcuore: 3 caduti di cui Guido Bravi (1921) morto nel campo di prigionia

Santa Sofia: 3 dispersi, il più giovane Cesare Valbonesi (1921) disperso in località ignota nel gennaio 1943

Tredozio: 3 dispersi

Modigliana: 2 dispersi

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