Permessi di soggiorno "facili", avvocato agli arresti domiciliari: trovati in casa 200mila euro

Lunedì la Squadra mobile della Polizia bolognese ha applicato nei confronti di un avvocato di 39 anni e di un suo complice tunisino, l'ordinanza di misure cautelari emessa dal giudice per le indagini preliminari Roberta Dioguardi

Solo nel 2018 aveva presentato "oltre 800 istanze di fissazione di appuntamento per altrettanti cittadini stranieri richiedenti protezione internazionale, molti dei quali risultavano provenire da varie parti d'Italia", che avevano "fittiziamente trasferito il proprio domicilio nel territorio della provincia di Bologna per poter presentare la propria istanza alla locale Questura". E lunedì la Squadra mobile della Polizia bolognese ha applicato nei confronti di un avvocato di 39 anni e di un suo complice tunisino, l'ordinanza di misure cautelari emessa dal giudice per le indagini preliminari Roberta Dioguardi, su richiesta del pm Rossella Poggioli, che dispone per entrambi la misura cautelare degli arresti domiciliari "per i reati - fa sapere la Questura - di falso ideologico in atto pubblico per induzione in errore, contraffazione e utilizzo di documenti al fine di determinare il rilascio del permesso di soggiorno e favoreggiamento della permanenza in clandestinita' nel territorio dello Stato".

La Polizia ha anche svolto delle perquisizioni personali e domiciliari nei confronti dei due, trovando in casa del legale circa 200.000 euro, e ha perquisito anche lo studio professionale dell'avvocato e l'abitazione di una terza indagata, praticante e collaboratrice di studio. L'indagine, si legge in una nota, e' scattata a giugno 2018 "grazie ad alcune segnalazioni provenienti dall'Ufficio Immigrazione della Questura di Bologna, che aveva registrato un deciso aumento delle domande di protezione internazionale, avanzate anche da cittadini stranieri che dimoravano in Italia da diverso tempo privi di un regolare permesso di soggiorno".

Dai primi accertamenti svolti e' emerso che queste persone "avevano fittiziamente e preordinatamente trasferito il proprio domicilio nel territorio provinciale per poter presentare la propria istanza alla locale Questura". Infatti gli stranieri richiedenti asilo, come loro stessi hanno dichiarato, "non avevano mai effettivamente abitato in casa dei soggetti che avevano sottoscritto, dietro compenso, le dichiarazioni di ospitalita' in loro favore, ed entrambe le parti, consapevoli di tale circostanza, producevano documentazione falsa per ottenere il permesso di soggiorno". In questo scenario "e' emerso il ruolo di collettore" svolto dal legale 39enne, presidente dell'Associazione legali immigrazionisti, che "risultava aver avanzato, nel solo 2018, oltre 800 istanze di fissazione di appuntamento per altrettanti richiedenti protezione internazionale, molti dei quali provenivano da varie parti d'Italia", incassando per ogni caso trattato una somma compresa fra i 300 e i 500 euro.

Tramite il passaparola, spiega la Questura, nelle diverse comunita' straniere di tutta Italia "si era diffusa la notizia che bastava rivolgersi all'avvocato di Bologna per ottenere agevolmente un permesso di soggiorno". E le indagini, svolte anche con intercettazioni ambientali e video, hanno fatto emergere che "dopo un primo contatto telefonico gli straniero, provenienti da tutta Italia, ottenevano un appuntamento nello studio legale di Bologna, dove si concludeva l'accordo con il pagamento di un primo acconto da parte dell'assistito e la fissazione di un appuntamento in Questura a Bologna, Ravenna, Forli'- Cesena, Modena o Rimini". Questo perche' il legale "vantava di gestire la fissazione degli appuntamenti tra le diverse Questure a seconda di quella che, a suo dire, in determinati momenti storici sembrava fare controlli piu' o meno approfonditi sui documenti"

Un secondo incontro, sempre nello studio legale, avveniva "qualche giorno prima del primo appuntamento in Questura". Nel corso di quegli incontri l'avvocato, o la sua collaboratrice, 'interrogavano' lo straniero "per prepararlo all'intervista che si sarebbe svolta all'Ufficio Immigrazione", istruendolo in particolare sull'importanza di convincere i poliziotti che quello dichiarato fosse realmente il suo domicilio. Infatti, dettaglia la Questura, nel corso delle indagini e' stato accertato che "in queste occasioni il legale testava con mano, assumendo le vesti del poliziotto che poi avrebbe rivolto loro le stesse domande, la preparazione dei richiedenti asilo riguardo: il nome del soggetto che li ospitava, la composizione del relativo nucleo familiare, l'indirizzo e altro". E dalle affermazioni dell'avvocato "emerge inequivocabilmente la sua consapevolezza della falsita' delle domiciliazioni dei propri assistiti".

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E quando i richiedenti asilo non erano in grado di procurarsi autonomamente un domicilio, allora interveniva il coindagato tunisino, che "veniva contattato da chi aveva bisogno di una dichiarazione di ospitalita', dietro input diretto dell'avvocato e in sua presenza". Spesso le persone che risultavano ospitare gli stranieri erano all'oscuro di tutto, ma in alcuni casi erano ben consapevoli di quello che facevano, tanto che incassavano circa 100 euro per il loro 'lavoro' e per questo sono coinvolti nell'inchiesta, che conta in tutto 41 indagati. In ogni caso, si precisa, nessuno dei richiedenti asilo ha visto accogliere la propria richiesta. Di fatto, secondo gli investigatori lo scopo del legale era semplicemente arrivare all'appuntamento in Questura, in attesa del quale gli stranieri potevano circolare liberamente sul territorio. (fonte Dire)

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