Pian Baruccioli, 40 anni lontani dal consumismo: non si spegne il sogno degli "Zappatori senza padrone"

Un piccolo villaggio nell'Appennino forlivese dove il tempo pare essersi fermato a 60 anni fa, un nugolo di case in sasso una addossata all’altra, senza corrente elettrica e senza strada asfaltata

Con un treno veloce in due ore e mezza da Forlì si arriva a Milano, la capitale della modernità e della frenesia. Ma se si prende un’altra strada e si imbocca la Statale 67 verso l’Appennino, con un tragitto in parte in macchina e ma soprattutto a piedi, in un tempo equivalente si arriva in un piccolo villaggio dove il tempo pare essersi fermato a 60 anni fa. Si tratta di Pian Baruccioli, un nugolo di case in sasso una addossata all’altra, senza corrente elettrica e senza strada asfaltata che permetta di arrivarvi, ma solo un paio di sentieri larghi non più di trenta centimetri e una strada forestale chiusa da una sbarra che parte da valle e si ferma però a 500 metri dall’abitato.

Pian Baruccioli è rinata esattamente 41 anni fa. Doveva essere una sorta di “esperimento sociale” in un borgo a circa 800 metri sul livello del mare abbandonato una ventina di anni prima per le durissime condizioni di esistenza. Ed oggi si può dire un esperimento riuscito? “Beh, siamo ancora qua”, è la risposta laconica ad una domanda troppo impegnativa a ‘Pianba’ quando la preoccupazione principale è completare in giornata un covone di fieno sotto il sole spietato di luglio, in 5 persone e con il solo ausilio dell’asino Socrate. Ma intanto qui ci sono coppie con bambini. Insomma, l’esperimento sociale pare perpetuarsi nelle nuove generazioni. E c’è anche la memoria, Jerry, il “decano” di 64 anni che ha passato due terzi della sua esistenza tra quelle case in sasso rimesse a posto poco alla volta, uno che era nel gruppo originario che tolse i rampicanti delle porte. E poi altri borghi sono nati nei dintorni e tutti con la stessa filosofia. Hippy per chi racchiude sotto questa etichetta ogni forma di comunità alternativa, “elfi” per chi conosce questi gruppi che si ostinano a vivere dei prodotti della terra, in armonia coi suoi cicli e senza l’ausilio delle tecnologie, “Zappatori senza padrone” per chi deve parlare delle 15-20 persone che sul confine tra Romagna e Toscana hanno deciso da oltre 40 anni di vivere senza le comodità che il XXI secolo offre.

Gli abitanti di 'Pianba'

Arrivo a ‘Pianba’ senza avvisare, né d’altra parte sarebbe possibile avvisare. La macchina si ferma a San Benedetto in Alpe. Dal tracciato citato da Dante nella Divina Commedia parte sul costone della montagna il sentierino secondario che tanto più si restringe tanto più si fanno alti i rovi ai suoi lati. ‘Pianba’ si apre in cima, quando la salita si addolcisce in un grande pascolo. Mi accolgono, ma non smettono di lavorare al covone se non per stringermi la mano, uomini di diverse età. Alla fine parleremo tra un colpo di forcone e l’altro. Della vita lì, ma anche del perché hanno scelto quella vita lì. C’è chi vive a Pian Baruccioli appunto da 41 anni, dalla sua fondazione, c’è chi è lì da 11 ed ha appena compiuto trent’anni e chi da 3 anni è stabile, dopo aver fatto su e giù tra Pianba, Roma, la sua città d’origine,  e l’India. “Finito il liceo, ho fatto due anni di filosofia… poi ho deciso di passare dalla filosofia teorica a quella applicata  – scherza con accento romano quest’ultimo  –. Magari un giorno riprenderò l’università, mi spiace averla interrotta”. C’è anche chi era agricoltore in pianura, tanti ettari di filari e grossi trattori alle porte di Forlì. In pianura ha lasciato i genitori ancora intenti all’agricoltura meccanizzata e a ‘Pianba’ ha messo su famiglia intorno ad un’agricoltura di sussistenza “che mi piace molto di più”. Qui, spiega la comunità, l’80-90% degli alimenti che vengono messi a tavola vengono autoprodotti grazie a pascoli, bestiame, orti e serre che garantiscono una grande varietà di prodotti della terra.

Una storia "pesante" di 41 anni

La storia di Pian Baruccioli non è una storia inedita e spesso è affiorata alle cronache locali e nazionali. Inizia nell’aprile del 1977 quando alcuni giovani si appropriano di queste case fatiscenti e semi-diroccate. Ci sono ancora in circolazione su internet due pagine di ‘Lotta Continua’ del 1979 che celebrano l’evento al grido “La terra a chi la lavora”. Gli anni ’60 sono il decennio in cui esplode il benessere in Romagna. L’Appennino, ancora nella cruda povertà, finisce di svuotarsi di abitanti. Muoiono una miriade di piccoli villaggi contadini nelle valli più remote. Nel 1977 ‘Pianba’ imbocca la strada contraria, ma con un’idea dietro, quella di rifuggire il consumismo, la massificazione,  il “sistema”, ma anche lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, e tornare alla terra, alla natura a cui corrisponde l’armonia interiore. “Zappatori senza padrone” è un riferimento al movimento rurale e comunitario sorto nel ‘600 in Inghilterra intorno alla figura di Gerrard Winstanley. All’inizio non è stato facile: la legge aveva qualificato quel ritorno come un’occupazione abusiva, è vero di un rudere che nessuno voleva più da decenni, ma che un proprietario al catasto lo aveva pur sempre. Gli “zappatori” nei primi anni ’80 piantarono perfino le tende in piazza Saffi a Forlì per manifestare contro l’ingiustizia e reclamare il diritto alla terra da coltivare. Ma se questa comunità ha retto nel tempo è stato sicuramente con una buona dose di realismo, per cui parte dei ruderi vennero alla fine comprati. Nel tempo si sono stretti legami di buon vicinato col paese a valle, si collabora con le autorità e non si disdegna di partecipare ai bandi regionali per i fondi destinati alla riqualificazione rurale. Perché c’è da dire che nessuno più di loro se li merita, se lo scopo autentico è ripopolare e coltivare. Matteo, di Sarsina, 31 anni di cui 11 passati nel borgo delle case di sasso sintetizza: “Viviamo con un’etica…”. “Etica, che parolona che hai usato”, lo rimbrotta subito il decano, che però finisce per enfatizzare il termine, più che smentirlo.

Una comune? No, un "villaggio agricolo" aperto a chiunque

Come si può definire Pian Baruccioli 41 anni dopo? Una comune? “Macché comune, una comune è dove metti 5-6 donne in cucina e ognuna vuole fare a modo suo! – semplifica Jerry -. Siamo un villaggio agricolo, ognuno ha i suoi spazi!”. Il piccolo borgo, infatti, è strutturato in locali autonomi l’uno dall’altro, ma con la differenza che se arriva qualcuno le porte sono sempre aperte, un letto è sempre disponibile così come un posto nella comunità. Ma ad un patto: non è un agriturismo (né ci assomiglia obiettivamente) e quindi si lavora sodo. Non me lo dicono esplicitamente, ma si intuisce che chi non lavora se ne va. In molti arrivano e in molti escono. “Ci sono delle regole”, dice Matteo. E d’altra parte nelle poche ore che rimango con loro il lavoro imperla di sudore le fronti degli “zappatori” indaffarati intorno al covone. La fatica si tocca con mano e si vede nei muscoli contratti di chi impugna un forcone. Su quel covone mi raccontano la loro vita: la mucca che a breve farà il vitellino, il maiale di cui non si butta via niente, le tecniche per fare il formaggio, la cantina che è fresca e permette di conservare bene cibi e vino, i polli ruspantissimi nell’aia che vengono liberati solo in tarda mattina per impedire loro di allontanarsi troppo e finire in pasto a qualche volpe, i funghi non appena piove, ma anche il lavoro nella serra, con un sistema efficiente di irrigazione grazie ad una fonte poco distante che fa giungere l’acqua solo per caduta e senza pompa. Qui all’occorrenza non si fa solo i contadini, ma anche i muratori e i carpentieri se c’è da sistemare il tetto e da riparare un tubo del mini-acquedotto. Insomma, c’è una comunità vivace, convinta,  ma non snob. E non sono eremiti: il 2018 è la fuori, a pochi chilometri a valle, inutile fingere che non esista. Hanno scelto una vita, non la impongono né la nascondono. Hanno rapporti coi parenti “giù”, gli amici li vanno a trovare e mentre li intervisto passa una comitiva di adolescenti francesi che ha perso il sentiero assieme al loro educatore. Si informano con la radio, manca la tv, ma hanno un paio di computer ma non collegati a “infernet”, come viene chiamato. E in qualche punto più alto qua e là il cellulare prende con una magra tacca. “Al lavoro ci concediamo una motosega, se ci vedessero i vecchi abitanti di questo borgo ci direbbero che ci va di lusso”, dicono di una delle poche concessioni. E' bene precisare che la tecnologia viene usata con moderazione, ma non si tratta di un rifiuto integralista e a priori.

Ma come fanno a...

Come fanno coi soldi? Una cassa per la comunità e ognuno i propri soldi per quello che qui chiamano evangelicamente i “vizi”, una formula quasi stereotipata per indicare sigarette e beni di consumo personali, a cui ognuno deve provvedere per sé. La cassa della comunità viene alimentata con qualche vendita all’esterno di prodotti artigianali o dei capi di bestiame appena nati e vi si fa ricorso solo quando non è possibile proprio farne a meno ed auto-produrre.

Ed ecco ora una serie di “Ma come fanno a…”. Ma come fanno senza allaccio alla corrente elettrica? Da poco ci sono dei piccoli pannelli solari che garantiscono un minimo di corrente dopo che fa buio. Ce l’hanno il frigorifero? No, i pannelli non sarebbero sufficienti ad alimentarlo. Si mangia quello che si raccoglie in giornata oppure ciò che è stato conservato, oppure che si può tenere al fresco in cantina. Ce l’hanno la lavatrice? Una volta ce n’era una a pedali, ma il calcio di una mucca l’ha spaccata. Si lava a mano. Come fanno  d’inverno? Spesso restano isolati dalla neve e si scaldano con stufe a legna. Come fanno con le medicine? “Qui ci si ammala molto poco”, premettono. In quei pochi casi si usano i rimedi naturali, ma se la cosa dovesse apparire seria non si evita l’ospedale. Come fanno coi bambini? “Allevare qui dei bambini è la cosa più semplice e normale che c’è”, spiega una mamma.

Fuori dal tempo? Ma su certi obiettivi l'hanno spuntata

A ‘Pianba’ c’è la piena consapevolezza che se nel 1977 questa poteva essere considerata una scelta controcorrente, ma non troppo dato il clima dell’epoca ancora intriso del blocco ideologico del ’68 - che in un qualche modo picchettava culturalmente queste iniziative - oggi invece può apparire ancora di più fuori dal tempo e avulso dalla cultura digitale e post-ideologica. “Eppure oggi c’è ancora più omologazione, gli spazi concessi da chi è al potere sono ancora più ristretti, servirebbe anche adesso una vera contestazione”, chiosa una di loro. A rileggere le due pagine del quotidiano “Lotta Continua” del 1979 si ritrovano i propositi iniziali dei primi abitanti del rinato borgo delle case di sasso, che sono: la costituzione di un Parco Nazionale in questa fetta di Appennino tosco-romagnolo, lo sviluppo dell’agricoltura naturale e biodinamica, un turismo dal volto umano in queste valli. Insomma, a vederla col senno del poi, con un Parco Nazionale che esiste e prospera da 25 anni e il ritorno progressivo in montagna di un'agricoltura e di un allevamento che valorizza le tradizioni e la qualità non si può proprio parlare di una scommessa persa nell’avventura degli “zappatori”.

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