Prostitute rese schiave col maleficio "juju": tre arresti per "tratta di essere umani"

Erano state portate in Italia dalla Nigeria da uno dei tanti gruppi criminali che gestiscono il traffico di uomini con la promessa di un lavoro in fabbrica

Erano state portate in Italia dalla Nigeria da uno dei tanti gruppi criminali che gestiscono il traffico di uomini con la promessa di un lavoro in fabbrica, ma – arrivate qui, in Romagna, appena ventenni – sono state avviate alla prostituzione in strada, sull'Adriatica, nel tratto di Cervia. Ribellarsi? Non era possibile: per popoli che provengono dall'assoluta povertà a volte ha più forza la parola di uno stregone che i diritti garantiti dalla legge degli uomini. Le due giovani si trovavano, infatti, sotto un maleficio, un rito “juju” – una credenza del Delta del Niger – che le vincolava fino al pagamento di un riscatto, i 35mila euro a testa “dovuti” - secondo i loro aguzzini - per il viaggio in Europa. Ogni mese le due giovani nigeriane, per saldare il debito, dovevano versare cifre di mille euro e più (a seconda di come andavano gli “affari” sulla strada), oltre al pagamento di vitto e alloggio, in un'abitazione della zona del Foro Boario, a Forlì.

Il tutto ha avuto inizio lo scorso marzo, quando una donna, in pigiama, ciabatte e graffi sul viso si presenta piangendo al comando dei carabinieri di corso Mazzini a Forlì. La donna, oggi 22enne, vuota subito il sacco, al termine di un aspro litigio nell'abitazione condivisa con l'altra ragazza e la sua “maitresse”, connazionale di 29 anni, in regola in Italia. I carabinieri fanno immediatamente irruzione in quella casa e trovano tutto l'armamentario della prostituzione, dai preservativi all'abbigliamento. La nigeriana sospettata di gestire il “giro” (definita dalle ragazze “my boss”) viene subito arrestata in flagranza di reato. Pochi giorni dopo, invece, scatta l'arresto per un 59enne, disoccupato forlivese. Per i carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile l'uomo era il “tuttofare” italiano: portava le prostitute a "battere" ad una ventina di chilometri da casa, provvedeva al loro sostentamento, interveniva per rendere più “credibili” le minacce della tenutaria delle due prostitute in caso di litigio.

> VIDEO - Gli inquirenti: "Prostitute dovevano pagare il riscatto vincolate dal rito juju"

Ma i militari, con ulteriori indagini che hanno visto l'ausilio del Nucleo Investigativo, sono riusciti ad andare più a fondo in una storia che poi si è rivelata particolarmente torbida. Le accuse mosse sono gravissime: riduzione in schiavitù e e tratta di persone aggravata dallo sfruttamento della prostituzione. “Questa ragazza ha trovato il coraggio di venire a denunciare, questo ha permesso l'arresto dei presunti sfruttatori, e ha posto lei e la sua amica in un programma di tutela e protezione”, spiega il tenente Francesco Grasso, comandante reggente della Compagnia di Forlì. Perché ha trovato il coraggio, dopo due anni di sfruttamento? Pochi giorni prima dalla Nigeria giunge la notizia che un “oba”, un'autorità religiosa del suo popolo (gli “edo”), emana un editto che dichiara “illegali” questi riti vudù. Per gli analisti delle vicende africane è il “libero per tutti” per migliaia di nigeriani tenuti  sotto scacco da loro connazionali senza scrupoli, una delle principali leve per tenere le vittime soggiogate anche all'estero.

I carabinieri riescono così infine a giungere, alcuni giorni fa, all'arresto di una terza persona, un altro nigeriano, ritenuto figlio di una “sacerdotessa” che pratica questi riti juju in Nigeria, nonché fidanzato della 29enne. Si tratta di un 34enne, irregolare in Italia, praticamente mai tracciato anche nei controlli ordinari. Si tratta di un soggetto che aveva fatto richiesta di asilo a Milano, ma la sua domanda era stata rigettata ed era rimasto poi clandestino in Italia, trovando nascondiglio in provincia di Caserta, a Villa di Briano, dove i controlli delle forze dell'ordine sono resi più complessi dalla diffusa illegalità relativa a immigrazione e caporalato. Per le accuse il 34enne avrebbe “accolto” le nigeriane sbarcate con un barcone della disperazione  a Lampedusa e le avrebbe poi portate a Napoli e poi fino in Romagna per consegnarle alla fidanzata, dopo averle istruite sulla prostituzione in Italia e su come eludere i controlli delle forze dell'ordine. L'attività di indagine è stata gestita in prima battuta dalla Procura di Forlì (pm Magnolo) e poi dalla Dda di Bologna (pm Cieri). I due nigeriani si trovano attualmente in carcere, mentre il 59enne forlivese, dopo un periodo in cella, è stato posto agli arresti domiciliari.

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