Passioni in Musica: Primo Levi, Se questo è un uomo

Sabato 9 novembre, la Sala del Refettorio dei Musei San Domenico ospita alle ore 16:30 un nuovo appuntamento di Passioni in Musica. Protagonista questa volta è Primo Levi, il cui pensiero viene analizzato da un commento di Anna Foa (Università La Sapienza, Roma), accompagnata da brani tratti dal repertorio Kletzmer interpretati dalla soprano Ginevra Schiassi e dal Two – Fol Quartet (Nicholas Gelli, Emilio Checchini, Luca Troiani, Pierpaolo Romani).

Nel canone dei grandi ‘interroganti’ proposto dalla VI edizione del festival Passioni in musica non poteva mancare Primo Levi, anche in considerazione del centenario della nascita. Andrea A conclusione del suo saggio sul secolo dei lumi Tzvetan Todorov scrive che l’eredità incorruttibile dell’Illuminismo consiste nell’ardimento di sottoporre tutto a una intransigente critica, tutto, persino se stesso. Il vero illuminista sa che la dea Ragione ha abbandonato la Terra, ma non per questo desiste dal cercarla; si fida del proprio intelletto, ma senza trasformarlo in un idolo; considera ogni scoperta soltanto come il primo, incerto passo per conquiste ulteriori, ben sapendo di essere un espatriato e che mai giungerà alla Verità tutta intera; ama e persegue l’ordine e la chiarezza, la distinzione e il rigore definitorio, ma è del tutto consapevole che anche Dioniso e le sue baccanti abitano le città. Il vero illuminista, ancora, è incline al pessimismo, ma ai catastrofismi d’accatto e alle apocalissi da lunapark oppone una ferma mitezza, un sorridente coraggio, una saettante sprezzatura. Il vero illuminista, da ultimo, è sostenuto da una insonne curiositas che non è, però, smodata, e-norme luxuria mentis, ma «debito amore» per l’uomo e per il suo molteplice ingegno.

Primo Levi è un vero illuminista. Ciò che ci lascia ammirati nelle sue opere è l’inesausta ricerca della giusta parola, lo sforzo di comprendere non con il «linguaggio del cuore», che per sua natura è «capriccioso, adulterato e instabile come la moda», bensì con quello della ragione, che si cura di distinguere i concetti e di diradare le tenebre, di dare un nome alle cose e di articolare l’inarticolato. Ciò che ogni volta sorprende nelle pagine di Primo Levi – anche in quelle dedicate ad argomenti apparentemente più lievi – è l’insonne volontà di capire, che in lui acquista lo statuto di vocazione, di dovere, di etica.
Levi, da buon chimico, sa bene che nessun risultato è definitivo e che tutto sarà sempre un esperimento, un experire, un indefesso tentare e ritentare; e sa altrettanto bene che la macchina dell’universo procede, sì, secondo regole ben precise, ma che queste hanno pure «pieghe, sacche inesplorate di eccezioni, licenza, indulgenza e disordine» che sarebbe disastroso rimuovere. Levi è uno strenuo avversario della demente razionalità che pretende di tradurre tutto in formule, definizioni e sistemi: in Se questo è un uomo e soprattutto ne I sommersi e i salvati – forse il suo capolavoro, di certo il suo testo più inquietante – egli ha mostrato come la ragione possa facilmente lasciarsi soggiogare dalla differenza, dal suo lato notturno dal quale non potrà mai liberarsi, perché è parte ineliminabile di essa.

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