Il "mio" Gabrio Furani: il ricordo di Maurizio Gioiello

Nota - Questo comunicato è stato pubblicato integralmente come contributo esterno. Questo contenuto non è pertanto un articolo prodotto dalla redazione di ForlìToday

"Il "mio" Gabrio Furani non ha nulla a che spartire con quello che, giustamente, è stato da tutti elogiato per la sua straordinaria maestria nel campo lavorativo.
Nei primi anni Settanta, Gabrio è stato uno dei miei capi scout, assieme ad Andrea Bolognesi, Roberto Antonini e Vanni Marrughi, nella parrocchia di Ravaldino. Tempi ormai lontani, certo, ma indimenticabili. Eravamo poco più che bambini ma ci sentivamo già grandi grazie a Gabrio e agli altri, che ci parevano dei veri e propri adulti, sebbene avessero solo vent'anni! Persone eccezionali, impegnate nel sociale (Gabrio, in particolare, fu anche militante della prima ora del Circolo Acli Cittadino) che, prima di perderci di vista, hanno accompagnato noi giovani scout per un pezzettino di vita.

Ma hanno lasciato il segno e così, da allora, ogni volta che capitava di rivedersi, di tanto in tanto, magari proprio a Ravaldino, oppure ad una qualche conferenza, erano palpabili l'affetto reciproco e indelebile e la riconoscenza, sincera, per averci dato un abito mentale, per averci mostrato come ci si prende cura degli altri. In occasione del restauro del castello di Rocca delle Caminate, non mi lasciai sfuggire, nel marzo del 2019, l'occasione di ascoltare Gabrio nell'ambito di una conferenza organizzata in proposito. Fui subito conquistato, la sua passione e il suo entusiasmo erano talmente contagiosi che gli chiesi di replicare la stessa iniziativa all'ITT "G.Marconi", dove insegno, nell'aula magna dell'istituto. Sarebbe stata, per gli studenti, una grande opportunità. Accettò subito e fu semplice accordarsi: ci saremmo rivisti a metà aprile. 

Ma pochi giorni più tardi Gabrio mi telefonò e mi disse, con estrema semplicità e nitore, della sua malattia, senza omettere nulla. Doveva operarsi. Per me fu un colpo, lui invece, pacato nel tono come sempre, pareva sereno. Soltanto, gli dispiaceva di non poter onorare l'impegno preso con me. La grandezza di un uomo si può misurare con i più svariati parametri, ma in quel caso chiunque l'avrebbe riconosciuta senza alcuna difficoltà. Ma se non bastasse, vorrei anche ricordare la forza di volontà di Gabrio, che dopo il pesantissimo intervento chirurgico ebbe la forza di rialzarsi, di tornare ad uscire di casa, di recarsi da solo e a piedi, la domenica, a Ravaldino per la messa. Aveva problemi alla vista, perciò io mi avvicinavo a lui, al termine della funzione, per farmi riconoscere e per salutarlo, magari con una pacca affettuosa (o, per meglio dire, una carezza) sulla spalla, e per scambiare quattro chiacchiere. Era un modo per rinnovargli la mia stima, per confermargli quanto fosse stato importante per me e, soprattutto, per dirgli che gli volevo bene".

Maurizio Gioiello

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