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Aria buona all’antica Abbazia

La recente notizia che il complesso monastico di San Donnino tornerà ad essere al centro dell’attenzione di tutti coloro che vorranno assicurarne la sopravvivenza con la partecipazione al Comitato, che si sta costituendo per raccogliere fondi per il restauro, richiama alcune considerazioni sulla bellezza dell’eremo un tempo abitato dai monaci camaldolesi

L’entroterra romagnolo gode della presenza di antichi insediamenti monastici, talvolta sorprendenti sia per l’ubicazione, sia per la tipologia della struttura. L’antica Abbazia di San Donnino è tra quelle edificazioni storiche religiose della Valle del Montone, situata sulla cima dell’eremo che ospita l’insediamento costituito dalla chiesa e dal convento. La struttura non presenta evidenti monumentalizzazioni, se non chiaramente una derivazione dal Medioevo visibile dalla facciata della chiesa e in generale dal complesso monastico. Infatti, si notano i risultati dei restauri che nel corso dei secoli hanno conferito alla chiesa l’aspetto attuale, cancellando in parte le porzioni originali.

Nel convento contiguo si nota una facciata compatta e sobria, di carattere rurale e attinente ad un’architettura dai riferimenti difensivi. Il chiostro interno conserva solo un lato del porticato e testimonia l’utilizzo rurale dell’ambiente, evidentemente adibito dai monaci a spazi per la raccolta del necessario per l’agricoltura. La facciata della chiesa presenta i segni delle sue origini nei bassorilievi raffiguranti i simboli degli Apostoli nel fregio più grande e in quello soprastante San Pietro, Gesù Cristo e un monaco, oltre ad una iscrizione che lascia intuire l’edificazione della chiesa con anche il possibile fondatore.

La particolare ubicazione dell’Abbazia richiama la storia dell’Appennino Romagnolo, quando questi insediamenti non erano insoliti, quanto diffusi. Basti pensare che la valle ne ha avuti diversi: a Dovadola, a San Donnino, appunto, e a San Benedetto in Alpe. Tutti nati nello stesso periodo, nel Medioevo e tutti ispirati alla regola benedettina, poi aggiornati nelle regole monastiche sulla spiritualità evoluta grazie ad alcuni monaci. Il riferimento per tutti sembra essere nell’Abbazia di San Benedetto in Alpe.

L’isolamento rispetto al contesto di Rocca San Cascino costituisce il legame con la clausura, ma anche con la campagna dell’Appennino, abitata comunque dalle persone. Se negli ultimi decenni tra Novecento e nuovo millennio lo spopolamento delle colline è stato il fattore principale per non apprezzare più la vita nelle valli, la valorizzazione di queste antiche strutture consente la riscoperta della vita che oggi per molti rappresenta il desiderio di evasione dalla città. L’altitudine dell’eremo consente anche un approccio diverso alle stagioni, specialmente d’estate con un clima gradevole rispetto alle altissime temperature della città.

Sono vari gli studi pubblicati nel corso degli ultimi decenni per lo studio del complesso monastico di San Donnino, della chiesa e dell’arredo interno, dove si rileva la perdita per un furto nel 2003 di una bella ancona lignea barocca, che lascia a vista la muratura che rimaneva nascosta dal complesso dell’altare dedicato a San Vincenzo Ferreri la cui statua è al centro nella nicchia. Le fonti parlano di una chiesa medievale, edificata nella seconda metà dell’XI secolo a tre navate, tuttavia la forma attuale è quella longitudinale ad un'unica navata, mutata probabilmente nel XVII secolo in seguito a lavori importanti di restauro della chiesa. La facciata è semplice, anch’essa non più rispondente all’edificio originale: le fonti parlano di una ricostruzione con arretramento in altri lavori effettuati nel secondo decennio del Novecento, quando furono posti anche i bassorilievi appartenenti alla prima chiesa sopra al portale di ingresso.

All’interno si conserva una decorazione nell’abside raffigurante la storia del martirio di San Donnino e sovrapposta un’altra scena, visibile in parte, che racconta del miracolo della Madonna del Fonte che si venera nella chiesa dal 21 luglio 1505. Dalla metà del Cinquecento, soppressa l’abbazia da Carlo Borromeo per la mancata stretta osservanza della regola dei camaldolesi, la chiesa fu data in commenda ai preti e attualmente è legata alla parrocchia di Santa Maria delle Lacrime a Rocca San Casciano. Rappresentativa della vita di campagna che ruotava attorno al monastero benedettino, che fu il punto di riferimento nella spiritualità e nell’agricoltura, fu un esempio di piccola economia rurale ispirata ai valori cristiani, immersa nell’Appennino Romagnolo.

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Mi diverto con la cultura e per questo passo molto tempo a conoscere il bello delle cose, vedendo, osservando, cercando di capire il come. Sono laureata in Storia dell’Arte e in Scienze Religiose. Insegno, disegno, canto, sono giornalista e amante dei viaggi e della fotografia. Colleziono befane perché sostengo la loro bellezza nella bruttezza. Amo raccontare la cultura e per questo scrivo, riempiendo il tempo libero di chi vuol leggere le mie teorie

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