Forlì bella

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“La chiesa di San Giacomo Apostolo è grande, magnifica”, lo pensiamo anche oggi?

Dopo gli eventi della settimana del Buon Vivere che hanno eletto la chiesa a luogo prediletto per gli appuntamenti della rassegna riproponiamo il giudizio ottocentesco sulla bellezza della chiesa espresso nel manoscritto della Biblioteca Comunale datato circa al 1828

Stupisce sempre il giudizio dei nostri antenati sui monumenti della nostra città che in conseguenza del restauro hanno avuto una nuova destinazione. Parliamo questa settimana della chiesa di San Giacomo Apostolo, annessa al convento di San Domenico sede attuale dei Musei cittadini e ubicazione abituale delle mostre temporanee. Restaurata in un recente e consistente intervento che pur mantenendo immutata la maggior parte della struttura ha restituito un monumento di vaste dimensioni, dedicato alla realizzazione di eventi sia di divulgazione sia musicali.

La chiesa è forse la seconda dopo il duomo per ampiezza e si estende su una superficie tangente al convento attraverso il chiostro interno. Il restauro ha restituito l’integrità della struttura dopo che il crollo di una porzione della parte laterale destra della navata aveva determinato una grossa lacerazione strutturale. L’interno dell’edificio non mostra la ricchezza decorativa tipica del periodo nel quale ha subito la maggiore trasformazione con un consistente ampliamento nel XVIII secolo, tuttavia la gradevolezza  emerge già nei giudizi espressi nell’Ottocento.

Ripercorrendo in maniera essenziale le tappe di edificazione della chiesa, nel manoscritto della Biblioteca Comunale l’autore giudica la chiesa “grande, magnifica e adorna di bellissimi altari di fino marmo”, un’immagine che oggi fatichiamo a ricostruire dato che la chiesa è giunta al restauro priva di tutti gli altari trasferiti, dopo le soppressioni del 1867, nelle altre chiese della città. Dovendo riportare una descrizione sintetica ed esauriente l’autore si mostra ben preparato sulle scuole artistiche. Così, per le quadrature specifica che gli artisti decoratori erano di Bologna, città nella quale le finte architetture prospettiche hanno avuto notevole sviluppo proprio attraverso la disciplina che si sviluppò all’Accademia Clementina; un elogio particolare è per Giuseppe Marchetti, definito “moderno”, e per altri artisti forlivesi, persino due sacerdoti. Carlo Cignani, Giacomo Zampa, Felice Cignani, Sebastiano Menzocchi, Livio Agresti, costituiscono il gruppo dei forlivesi che nei secoli ha lavorato all’interno della chiesa dipingendo quadri e pale d’altare; Pietro da Cortona, Giannandrea Lazzarini e Guercino sono del gruppo degli esterni alla città insieme a Francesco Albani.

Ripercorrere le strade intraprese dalle opere disperse potrebbe costituire un percorso interessante ed inedito per comprendere in quale nuovo contesto sono state collocate dopo essere state prelevate dalla sede originaria. All’interno del presbiterio si citano pure due organi grandiosi dei quali oggi non vi è traccia. Successivamente alla descrizione riportata nel manoscritto anche le guide locali si dilungarono in giudizi elogiativi. Ettore Casadei nel 1928 nella sua guida di Forlì confermava l’apprezzamento per la chiesa, raccontando in apertura di descrizione che la chiesa “occupava un posto distinto per la sua architettura, pei marmi che abbellivano quasi tutti gli altari e pei dipinti e le sculture che l’adornavano”.

Casadei approfondì le ricerche per un racconto dettagliato aggiungendo in molti casi i nomi di alcuni artisti ignorati dall’autore del manoscritto, interessato invece a descrivere una chiesa la cui bellezza fu creata dagli artisti locali, confermando la presenza di una scuola locale continuativa  nei secoli, seppur non sempre strutturata, alla quale aderirono anche alcuni sacerdoti che si dedicarono alla pittura e alla decorazione. Ciò permette di delineare un ambiente culturale che godeva di autonomia nell’ambito artistico, anche se non in grado di produrre eccellenti novità se non portate da artisti provenienti da altri centri artistici, ma adeguato a produrre tutto ciò che era necessario alla bellezza di un monumento.

In definitiva, il manoscritto offre ancora una volta una descrizione molto utile a capire le bellezze che un tempo impreziosivano l’interno della chiesa, introducendoci nella comprensione di un giudizio così tanto elogiativo dell’allestimento interno. Molte delle opere ivi presenti oggi sono in Pinacoteca come le arche del beato Salomoni e quella del beato Marcolino e tante altre opere sono andate disperse a seguito delle soppressioni alla fine del Settecento e oltre la metà dell’Ottocento. Ad oggi di tutta questa bellezza rimane soltanto la struttura che continua a stupire per le dimensioni e per la gradevolezza dell’apparato decorativo interno superstite ed essenziale. Dunque, il giudizio estetico ottocentesco è comprensibile e derivante dalla considerazione che fino al XVIII secolo la comunità locale frequentando questa chiesa si riconosceva nella bellezza attraverso gli artisti che vi lasciarono segni della propria abilità nati nel seno della comunità locale e acquisiti da coloro che furono chiamati a contribuire all’allestimento in un'unica armonia.

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Mi diverto con la cultura e per questo passo molto tempo a conoscere il bello delle cose, vedendo, osservando, cercando di capire il come. Sono laureata in Storia dell’Arte e in Scienze Religiose. Insegno, disegno, canto, sono giornalista e amante dei viaggi e della fotografia. Colleziono befane perché sostengo la loro bellezza nella bruttezza. Amo raccontare la cultura e per questo scrivo, riempiendo il tempo libero di chi vuol leggere le mie teorie

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