Mercoledì, 28 Luglio 2021
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A cura di Serena Vernia

Mi diverto con la cultura e per questo passo molto tempo a conoscere il bello delle cose, vedendo, osservando, cercando di capire il come. Sono laureata in Storia dell’Arte e in Scienze Religiose. Insegno, disegno, canto, sono giornalista e amante dei viaggi e della fotografia. Colleziono befane perché sostengo la loro bellezza nella bruttezza. Amo raccontare la cultura e per questo scrivo, riempiendo il tempo libero di chi vuol leggere le mie teorie

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Le opere di Guido Cagnacci e le sue copie: il caso di San Giuseppe riprodotto in altri due dipinti

Gradimento o accentuazione della devozione al santo? In città altre due opere che ripropongono San Giuseppe dipinto da Guido Cagnacci per l’Oratorio dei Falegnami, non identiche ma richiedono il dovuto riconoscimento.

Sono ben tre gli esemplari che propongono la stessa iconografia di San Giuseppe sposo di Maria: il primo e si può dire anche l’originale è quello dipinto da Guido Cagnacci per l’Oratorio dei Falegnami in via Albicini, realizzato tra il 1642 ed il 1643. Gli altri due si trovano nella chiesa della Trinità e nella chiesa di San Pellegrino, quest’ultimo con l’aggiunta di angeli in cielo, del quale parleremo oggi.

L’opera della piccola chiesina della confraternita dei falegnami rappresenta un’interpretazione dell’artista del momento in cui Giuseppe, illuminato dalla luce divina, riceve il miracolo della verga che fiorì, secondo il racconto dei vangeli apocrifi relativi al matrimonio di Maria che in Giuseppe trovò lo sposo scelto da Dio. Lo stile impiegato è quello per dipingere un personaggio umile, semplice, realizzato con pennellate che rivelano la vicinanza al naturalismo da parte del pittore per una resa certamente che corrispondesse alla realtà in relazione al compito svolto dalla pala nell’istruire i fedeli ed anche ai committenti, abili artigiani dediti ai lavori manuali.

L’opera è il dipinto dell’altare dell’Oratorio e si manifesta in tutta la sua bellezza, nella quale il santo è valorizzato da un fondo scuro e posto su un piano che lo evidenzia al centro della scena. La stessa immagine è riproposta nella pala sull’altare laterale della chiesa della Trinità in borgo Schiavonia, dipinta da Giulio Versari a suggellare in questo caso la devozione dei parrocchiani per il santo. Infatti, il periodo che seguì la Riforma Cattolica vide una maggiore diffusione della devozione ai santi, ricordati attraverso le immagini sugli altari delle chiese.

Rispetto all’Oratorio dei Falegnami, nel quale San Giuseppe costituiva il patrono della confraternita che aveva voluto celebrare la propria professione dipingendo anche gli strumenti del lavoro nei cartigli ai quattro lati della volta dell’edificio, negli altri due casi la motivazione a richiedere la riproposizione del modello fu per la devozione e la preghiera. La versione che è custodita nell’altare laterale della navata destra nella chiesa di San Pellegrino è un’opera collocata nell’attuale ubicazione probabilmente nel corso dell’Ottocento, dato che nella fonte manoscritta che riporta alcune descrizioni delle chiese della città, datata alla prima metà del XIX secolo, non si ricorda questo quadro perché presente ancora il precedente di Antonio Sarti da Iesolo nella cappella dedicata a San Carlo Borromeo. 

La presenza dei cherubini nella parte alta del quadro potrebbe costituire la firma stilistica del probabile autore dell’opera, non di mano di Guido Cagnacci per la diversità delle forme proposte. Infatti, gli angeli sono corpulenti, dipinti con stile diverso rispetto al genere naturalistico del personaggio, evidenziando l’aggiunta fatta al quadro attraverso la sproporzione nelle dimensioni, più grandi del necessario, che immergono San Giuseppe già nella sfera della santità. L’immagine del santo è maggiormente ravvicinata e il personaggio è raffigurato al termine della scala che conduce al Tempio, mostrando soltanto l’ultimo dei gradini, diversamente dall’originale di Cagnacci. Anche la stessa riproduzione del volto di San Giuseppe possiede differenze rilevanti rispetto al dipinto di Cagnacci. 

L’accurata osservazione della pala induce a pensare a due ipotesi: nella prima l’opera potrebbe trattarsi di una versione del XVIII secolo mai esposta prima della metà dell’Ottocento, nella seconda ipotesi l’opera potrebbe essere ascritta ad un pittore ottocentesco locale che dipinse riprendendo caratteristiche della pittura del XVII e XVIII secolo. Solo un’analisi molto ravvicinata con una comparazione delle tre opere potrebbe rivelare il periodo e la mano dell’artista che la dipinse, di influenza stilistica emiliana, mettendo in evidenza anche l’importanza della scuola pittorica locale che dalla fine del Seicento, per tutto il Settecento e buona parte dell’Ottocento ebbe un’attività intensa in città, grazie a Carlo Cignani, giunto a Forlì con la più grossa committenza del momento, ossia la decorazione della cupola della cappella della Madonna del Fuoco in Cattedrale.

Non si tratta quindi di una versione compiuta da Guido Cagnacci, perché sarebbe stato in grado di riprodurla con disinvoltura senza incorrere in alcune lacune realizzative. Mancando la documentazione attestante il vero autore, in entrambe le ipotesi è certo che è importante chiarire la produzione devozionale di pale d’altare dal barocco al XIX secolo, rilevando una fiorente attività artistica in città grazie alla quale alcuni artisti potevano godere della notorietà e di molte committenze. Non solo, ma una riflessione più localizzata sul cantiere della decorazione della cupola della cappella della Madonna del Fuoco in Cattedrale consentirebbe di comprendere che forse l’opera di Cignani influenzò più di quello che è noto attualmente.

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