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Opinioni

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A cura di Serena Vernia

Nei vecchi casali la valorizzazione della Romagna storica

Un altro post particolarmente apprezzato su Facebook ha ridestato l’attenzione sui luoghi dismessi, sugli antichi casali di campagna romagnoli dove si svolgeva la vita di un quartiere periferico considerato una famiglia

La foto di cui parliamo oggi è quella apparsa più volte su varie pagine forlivesi su Facebook che illustra l’antico casale della storica famiglia Casadei ai Romiti. La nota famiglia forlivese, oggi impegnata nella gastronomia con il famoso ristorante “il posto delle fragole” a Carpena, sempre immerso nell’atmosfera agreste, ha abitato per tantissimi anni, per almeno due generazioni, nel casale dei Romiti, che ha ancora oggi le strutture caratteristiche dell’attività originaria svolta in campagna. Il casale oggi è in stato di fatiscenza, transennato dal cancello per evitare l’intrusione dei curiosi, presenta nell’aia una chiesina che molti ricordano dedicata alla Madonna del Fuoco.

La piccola chiesa ha una facciata a capanna con una finestra di forma circolare, secondo la tipologia della cappella rurale, e due ali laterali che costituivano l’ampliamento per le piccole dimensioni dell’edificio in laterizio, ugualmente con finestre circolari. L’attenzione alla simmetria costruttiva visibile fin dalla facciata distingue l’edificio, che presenta uno stato di conservazione preoccupante, seppur con buone speranze per il recupero. Gli abitanti locali ricordano la devozione ancora attiva fino a più di cinquant’anni fa, con alcune feste religiose alle quali non mancavano di essere presenti gli abitanti del quartiere, in quegli anni ancora immerso nella campagna adiacente al centro urbano di Forlì.

Sono molte le cappelle e le chiese rurali che ad oggi non svolgono più la loro funzione e sono state abbandonate. L’argomento trova corrispondenza in una recente indagine conoscitiva del patrimonio del cosiddetto "culto dismesso”, rappresentativo di uno stile di vita che includeva la fede nella quotidianeità ed un rapporto con il cristianesimo ancora non secolarizzato e prevalentemente monoculturale. Sulle pagine Facebook appartenenti a gruppi forlivesi sono tante le immagini scattate e pubblicate dagli appassionati che nelle passeggiate nelle campagne riscoprono i ruderi di questi edifici. In parte afferibili ai Beni Ecclesiastici, in parte privati, queste piccole chiese di campagna erano la testimonianza della pratica della fede cristiana nel territorio periferico alla città, legate al culto e alla preghiera specialmente per il raccolto abbondante, per i prodotti della terra che dovevano sfamare le numerose famiglie che fino a circa la metà del Novecento vivevano un rapporto di mezzadria con i proprietari dei poderi.

I dati Istat riportati sulla rivista di aprile Jesus riferiscono che in Italia ci sono circa 20 mila chiese rurali in stato di abbandono; la Conferenza Episcopale Italiana riferisce di 700 chiese dismesse e destinate ad altri usi. Nella nostra città l’esempio in quest’ultimo ambito è dato dall’auditorium San Giacomo, chiesa appartenente all’ordine dei Domenicani e oggi sede espositiva adiacente ai Musei di San Domenico. Dopo un poderoso restauro durato alcuni anni la struttura è stata riportata alla sua funzionalità non come edificio di culto, ma come sede polifunzionale per gli eventi culturali della città. Tale Bene Culturale è uno degli esempi che potremmo fare per Forlì,  anche se le dinamiche per il restauro dell’edificio dell’ordine religioso sono state più complesse, pure nella determinazione dell’appartenenza del Bene Culturale, che continua ad essere una chiesa. La chiesa di San Giacomo è un esempio interessante di nuova destinazione d’uso all’edificio storico, tuttavia rimane profondamente legata al contesto conventuale e dei complessi monastici forlivesi che hanno costituito una parte importante della storia locale nei secoli.

Per la piccola chiesa rurale dei Romiti, nel podere ancora oggi tra i più ricordati dagli abitanti e tra quelli più fotografati per una vita completamente mutata con l’abbandono della dimora da parte della famiglia Casadei prima del 2000, si potrebbe aprire in accordo con la proprietà l’attività volontaria di sensibilizzazione per la valorizzazione del complesso rurale composto da casa contadina, fienile, chiesa adiacenti ad altri ambienti ad uso dell’attività agricola o avicola e alla terra. Le idee per la valorizzazione di questi pregi storici rurali non sono mai mancate, la creatività - allo stesso modo - ha permesso l’originalità per scopi educativi e didattici e per percorsi sulla conoscenza della storia rurale in Romagna. Insomma, per non lasciare che il tempo e l’incuria prevalgano sull’identità culturale locale l’attivismo dei più sensibili ed amanti della storia potrebbe contribuire alla vita nel futuro di questa parte della Romagna, ugualmente importante e significativa per le antiche periferie forlivesi.

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