Forlì bella

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Clemente Molli, lo scultore della Madonna del Fuoco, apprezzato ma ancora sconosciuto

La scultura della Madonna del Fuoco posta nella piazza a fianco della Cattedrale è particolarmente visitata in questo periodo per invocare la protettrice di Forlì dalle pestilenze

Frequentemente oggetto di interesse sulla stampa e sul web in queste settimane, per le innumerevoli iniziative per invocare la protezione della patrona, la scultura Seicentesca che raffigura la Madonna del Fuoco è un’opera di Clemente Molli del XVII secolo. Inizialmente collocato nella piazza principale, il monumento composto dalla colonna sulla quale si erge la Madonna con il Bambino fu portato nel Novecento nella posizione attuale. I bambini nella giornata della fiorita durante la Novena della festa alla patrona le portano fiori, disegni e frasi che ricordano il miracolo avvenuto il 4 febbraio 1428. Il monumento non ha solo un valore per la devozione, ma anche artistico.

L’autore dell’opera è uno scultore bolognese che la realizzò in pietra a Venezia nel 1639, visto che l’artista era impegnato a lavorare in quel periodo in quella città. Un episodio che ritorna dopo quasi due secoli nella medesima situazione: dopo la committenza della scultura della Madonna con il Bambino sulla facciata del santuario a Fornò attribuita ad Agostino di Duccio, realizzata nel momento in cui l’artista si trovava a Rimini per lavorare alle decorazioni del Tempio Malatestiano, circa nel 1450. La vicinanza di alcuni artisti particolarmente conosciuti per le loro abilità ha determinato anche nel nostro territorio la presenza di opere importanti che hanno lasciato un segno indelebile per l’impronta artistica data, che infuse influenze all’arte locale. Il monumento fu concepito nell’occasione della Traslazione della venerata immagine della Madonna del Fuoco, l’antica xilografia custodita in Cattedrale e spostata in quell’anno nella nuova cappella laterale del Duomo fatta edificare per custodirla. Nella realizzazione dell’opera lo scultore bolognese non si è attenuto alle vicinanze stilistiche della xilografia, interpretando l’iconografia e lo stile secondo i canoni del suo tempo. Il monumento fu eretto nella piazza principale in quell’anno, prelevato all’inizio del Novecento per essere prima collocato a riposo nella chiesa di San Filippo e poi donato al vescovo come statua religiosa. Il monumento fu ricollocato nella ubicazione attuale nel 1926. La bibliografia ricomposta sull’artista conta nomi importanti relativamente agli studiosi e alle enciclopedie ancora oggi riferimenti imprescindibili per la ricerca delle opere sugli artisti, segno che la committenza fu considerata rilevante per l’artista, così la sua stessa riconosciuta e stimata abilità.

La scultura fu evidenziata per la prima volta in una ricostruzione critica da Mariacristina Gori, nota storica dell’arte forlivese, la quale nel catalogo della mostra “Mater Amabilis. L’iconografia mariana nella scultura della diocesi di Forlì-Bertinoro fra Quattrocento e primo Novecento” mise in rilievo la bibliografia sull’artista e le capacità esecutive nella realizzazione dell’opera. Lo studio fu pubblicato nel 2002 in occasione dell’inaugurazione del restauro del monumento alla Madonna del Fuoco e della mostra dedicata all’arte mariana nella diocesi; risultò essere una importante campagna di rilevamento delle opere nell’iconografia, la maggior parte delle quali sconosciute nei pregi artistici e frequentemente sottovalutate nel valore storico. Alcune nelle chiese del centro storico, la maggior parte nelle chiese del territorio, il percorso mariano tracciato mostra la completezza dell’iconografia scelta dalla devozione popolare, determinando anche la preferenza per particolari immagini della Vergine con il Bambino. 

Tra le schede di restauro quella sull’intervento al monumento nel catalogo fu curata dall’architetto che eseguì il progetto, Roberto Pistolesi, che evidenziò i dati tecnici dell’intero complesso composto di colonna, elementi architettonici ad essa necessariamente connessi e statua alta più di due metri, per un totale di oltre 17 metri. La scultura è in marmo di Carrara per un peso di 40 quintali. Il monumento fu sottoposto ad operazioni di pulitura e di consolidamento, compreso anche le parti metalliche come l’aureola e i raggi divini di Gesù Bambino. Nella Guida di Forlì Egidio Calzini nel 1893 descrivendo la piazza Vittorio Emanuele ricordò la presenza del Monumento con la scultura dell’artista bolognese, mentre qualche anno più tardi Ettore Casadei, nel 1928, sempre nella Guida di Forlì evidenziò il cambio dell’intitolazione della piazza ad Aurelio Saffi e ricostruì velocemente il cambiamento del monumento centrale a partire dal Campo dell’Abate e della Crocetta, a ricordo del sanguinoso episodio storico del XIII secolo.

Il complesso costituito da Chiesa Cattedrale e Monumento alla patrona consente di vedere nella completezza delle arti a distanza di più di due secoli l’integrazione tra la venerata immagine su carta, l’edificio del duomo ricostruito nel XIX secolo e la ricollocazione della scultura nella piazza adiacente. Dal disegno, aspetto prevalente nella tecnica della xilografia, all’architettura, alla scultura in un complesso che oggi, rispetto al XVII, secolo trova la sua spiegazione nell’unità del luogo, vicino a quello dove è avvenuto il miracolo, delineando la zona come quella identificata nel corso dei secoli dagli eventi storici, dai cambiamenti epocali fino alla secolarizzazione, per la “casa” della patrona. Un risultato comunque considerevole per una cellula urbana della nostra Forlì.

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Mi diverto con la cultura e per questo passo molto tempo a conoscere il bello delle cose, vedendo, osservando, cercando di capire il come. Sono laureata in Storia dell’Arte e in Scienze Religiose. Insegno, disegno, canto, sono giornalista e amante dei viaggi e della fotografia. Colleziono befane perché sostengo la loro bellezza nella bruttezza. Amo raccontare la cultura e per questo scrivo, riempiendo il tempo libero di chi vuol leggere le mie teorie

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