Forlì bella

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Un artista ancora da riscoprire: Cesare Camporesi e la pittura di fine Ottocento in Romagna

Si è conclusa domenica scorsa la mostra allestita all’Oratorio di San Sebastiano sulle opere dell’artista meldolese che ha lasciato molti segni della sua arte anche a Forlì

Nella giornata dedicata alla festa di San Pellegrino, nella quale i caratteristici cedri fanno bella mostra sulle bancarelle pronti per essere acquistati e apprezzati per la loro bontà, il riferimento ad uno degli artisti migliori della storia della pittura locale è immancabile, specialmente perché anche i cedri sono stati elementi della natura morta, il genere che raffigura fiori, frutta, animali e cibi nelle opere d’arte. Il protagonista di oggi è Cesare Camporesi, nato a Meldola nel 1869 e morto a Forlì nel 1944, un artista che aspetta ancora una piena valorizzazione per il suo contributo artistico.

La mostra allestita all’Oratorio di San Sebastiano dal 13 al 28 maggio ha visto l’esposizione di numerose opere di Camporesi e anche di una parte di documenti che lo riguardano, dai premi alle varie menzioni che ha ricevuto fino ai riconoscimenti per i sui studi. L’allestimento dello studio dell’artista nel percorso espositivo determinava l’immedesimazione nel lavoro di un pittore che fu anche decoratore, professione che studiò all’Accademia di Belle Arti di Bologna, lasciando segni della sua produzione in alcuni importanti edifici di Forlì: palazzo Orsi Mangelli in corso Diaz ha le migliori decorazioni effettuate, alcune restaurate ed altre svolte nuove dall’artista, e altre sempre tra restauro e nuove realizzazioni nel palazzo della Curia Vescovile in piazza Dante Alighieri. Attratto specialmente dalla raffigurazione dei fiori e delle nature morte, scelse di rappresentare la natura con uno stile pittorico caratterizzato ora da una pennellata più sfrangiata ed espressiva, che affidava allo strato del colore gli spessori degli impasti cromatici che rendevano più concreta l’immagine, ora più realista con una pittura che si concentrava maggiormente sugli effetti luminosi. Debitore di tanta arte del genere seicentesca, aggiorna la rappresentazione abbandonandosi spesso alla macchia stesa con il pennello per partecipare ad un diffuso stile che trovava proprio nel nostro territorio un ampio apprezzamento. Frutta, fiori, cacciagione, pesci, ogni declinazione del genere della natura morta rappresentava l’obiettivo da raggiungere, fino ai ritratti dove lo stile lasciava spazio all’espressività cercando nel volto rappresentato la particolarità da dipingere.

I paesaggi, solitamente molto interpretati, lasciano spazio alla visuale dell’occhio del pittore che offriva una immagine spesse volte sottoposta alla sua personale concezione della realtà, divenendo lui il filtro tramite il quale conoscere la natura del mondo rappresentato. La produzione decorativa si rileva in ampie superfici dipinte con finte architetture e fiori, su pareti, soffitti e volte e sempre evocative degli stili della quadratura seicentesca della quale a Forlì ci sono importanti esempi. Nella guida di Ettore Casadei del 1928 la bottega dell’artista è ricordata in via Giuseppe Miller con questa descrizione: «Il pittore Cesare Camporesi, di Meldola, che insieme al figlio Mario, ha in questa casa il suo studio d’arte, possiede pregevoli tele di natura morta (fiori e frutta) da lui egregiamente eseguite; una piccola tela di Francesco Vinea (n 1846) rappresentante un ritratto di donna; una tavola del meldolese Emidio Vangelli, che vi colorì un bagno pompeiano e alcune tele e bozzetti di scuola bolognese. Lo studio, inoltre, si adorna di mobili antichi del ‘400 e del ‘600, di ceramiche e terracotte pregevoli e di altri oggetti artistici». L’ambiente dello studio dell’artista rispecchia quindi buona parte della sua produzione che evidenziò l’eccellente disegnatore, dal segno nitido, sicuro, derivante dall’abilità della mano.

Le opere dell’artista andrebbero valorizzate a fianco di quelle di altri artisti locali, perché è importante conservarle e renderle pubbliche, possibilmente per consentire la fruizione di una collezione che varrebbe la pena di divulgare alla più ampia conoscenza. Da ciò deriverebbe anche la riconsiderazione della sua attività di decoratore e di restauratore, che fu certamente importante a testimonianza della sensibilità artistica dei committenti nei palazzi e nelle chiese del territorio. La concomitanza espositiva con la mostra sull’Ottocento allestita ai Musei di San Domenico offre l’opportunità di comprendere meglio Camporesi, rientrando perfettamente nel percorso tracciato nella grande esposizione e trovando piena comprensione nel periodo analizzato. L’artista segue, quindi, una tendenza artistica che localmente risulta tardiva rispetto alle grandi città, sempre più aggiornate nella ricerca, dovuta alla diffusione del gusto che oltre il tempo della manifestazione originaria continuò a richiedere gli stili di più successo, perdurandone la sopravvivenza rispetto alla novità che si era ampiamente imposta sulla scena artistica italiana a partire dall’inizio del Novecento e che non sembra aver coinvolto Camporesi.

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Mi diverto con la cultura e per questo passo molto tempo a conoscere il bello delle cose, vedendo, osservando, cercando di capire il come. Sono laureata in Storia dell’Arte e in Scienze Religiose. Insegno, disegno, canto, sono giornalista e amante dei viaggi e della fotografia. Colleziono befane perché sostengo la loro bellezza nella bruttezza. Amo raccontare la cultura e per questo scrivo, riempiendo il tempo libero di chi vuol leggere le mie teorie

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