Forlì bella

Opinioni

Forlì bella

A cura di Serena Vernia

Un campanile non è una semplice torre

Ha destato stupore la notizia di due giorni fa relativa all’apertura al pubblico del campanile della basilica di San Mercuriale dopo il restauro, finalizzato alla fruizione dei turisti fino alla cima. Cosa potrebbe accadere?

Il campanile della basilica di San Mercuriale è la parte più integra dell’intera struttura ecclesiastica, composta da chiesa, monastero e campanile. La sua particolare ubicazione nella piazza principale è già nota ai forlivesi e anche a molti turisti, trattandosi si una struttura religiosa in origine fuori dall’abitato e nell’espansione cittadina inclusa nelle mura della città, fino a divenirne rappresentativa nella piazza principale. Questo è il percorso compiuto dalla basilica nel corso dei secoli, percorso che l’ha posta al centro di importanti episodi della storia della città, tanto da farne il simbolo di Forlì. La chiesa nel tempo ha subito alcuni interventi che ne hanno modificato l’aspetto, gli ultimi svolti nel secondo decennio del Novecento e dopo la seconda Guerra Mondiale che l’anno riportata all’immagine attuale, interpretando lo stile Romanico del quale doveva essere intrisa essendo presente fin dall’XII secolo, probabilmente riedificata su una precedente struttura Altomedievale. Il campanile, invece, edificato nel XII secolo ha conservato pressoché intatte le sue caratteristiche.

Oltre alla documentazione storica, uno dei sostenitori dell’autenticità del campanile era Sergio Fabbri, ingegnere che affrontò un intervento di restauro nella seconda metà del Novecento, che ne studiò le caratteristiche costruttive riproducendo persino gli strumenti antichi per la progettazione e l’edificazione. Nelle illustrazioni dei lavori affidategli l’ingegner Fabbri esprimeva sempre con molta convinzione l’autenticità del campanile, proprio attraverso le tecniche costruttive che aveva conosciuto nell’attenta analisi scientifica della struttura finalizzata al restauro. Uomo di cultura, Sergio Fabbri aveva dedicato moltissimo tempo allo studio della sua amata Forlì, cercando di capire la presenza storica degli edifici che univa alle competenze scientifiche. In una delle sue illustrazioni delle caratteristiche del campanile di San Mercuriale aveva insistito in particolare sull’altezza della struttura che nella parte più alta ha le campane.

Con l’immersione nella teologia, la spiegazione è nel verticalismo di questo straordinario campanile che rappresentava la vicinanza a Dio. Nell’edificazione Medievale delle strutture religiose ogni aspetto costruttivo era legato alla teologia e motivato dalla principale esigenza di comunicare il vangelo. Nessuna parte era concepita a caso e le chiese devono essere considerate nella loro integrità e non separate nelle loro componenti. Seppur la storia abbia erroneamente interpretato le singole parti, a volte disgiungendole oppure integrandole successivamente, la basilica cristiana racconta della fede in Dio dell’uomo, della sua cultura in merito allo stile applicato e della liturgia che plasma la forma e gli spazi per la lettura della Parola e per l’altare eucaristico.

La proposta del Comune di “restaurare il campanile, in particolare per renderlo pienamente a norma per la fruibilità al pubblico” per “aprirlo ai turisti” ha lasciato perplessi proprio coloro che il campanile lo hanno studiato, tutelato e valorizzato. Associazioni e singoli cittadini si sono chiesti la motivazione principale non all’intervento di restauro, bensì alle finalità: “in qualsiasi città il punto più alto è un’attrattiva turistica”. In queste parole espresse dall’Assessore al Bilancio Vittorio Cicognani ci sono aspetti che non appartengono a Forlì ed una considerazione generalista che porta a togliere le peculiarità delle città romagnole, caratterizzate dall’orizzontalità nell’edilizia e da alcuni particolari come il nostro campanile.

Pochi giorni fa una riflessione espressa sull’attrattiva turistica di Forlì dopo la pandemia ha messo in rilievo la necessità di una proposta turistica che consideri ciò che ha soltanto Forlì, con aspetti elitari. L’associazione del biglietto di ingresso alle mostre al San Domenico sia in forma di contributo, sia in forma gratuita “per portare i turisti del San Domenico in piazza Saffi”- come sostiene l’Assessore alla Cultura Valerio Melandri - non aiuta alla comprensione di un approccio turistico di Forlì nella sua bellezza, ma della prevalente considerazione che il campanile sia una torre da cui scorgere un bel panorama, che rischia di far passare in secondo piano la motivazione religiosa per cui è stato edificato, compreso il disgiungimento del campanile dalla basilica. Insomma, il rischio vero è la laicizzazione di un Bene Culturale Ecclesiastico operato proprio per una proposta turistica non sufficientemente inclusiva delle peculiarità locali.

Si aggiungano anche il lungo percorso nelle scale per giungere fino alla cella campanaria ed una visione del monumento da dentro e non da fuori, che è la parte principale da considerare. Ma Forlì non offre proprio altro da vedere? Oppure, perché non si contribuisce al restauro della chiesa del Carmine, poco distante da San Mercuriale, che è rappresentativa del più bel Barocco della Romagna? La proposta turistica deve comprendere vari aspetti della cultura e della storia locale, e piazza Saffi è già una buona motivazione per vederla: in essa ci sono tutti gli stili architettonici della storia, dal Medioevo al Novecento, e strutture per la vita sociale, Amministrativa e religiosa; composta nella storia, una vera rarità, l’élite che si cerca anche per le dimensioni. Se non basta, occorre rivedere la narrazione della città.

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