Venerdì, 17 Settembre 2021

Quando la Cappella Lombardini riapparve a Londra

fino al 1815, la parte nord era infatti occupata dalla Chiesa di San Francesco Grande e dall'annesso convento. Eretta in stile romanico fra il 1250 e il 1266

Con Piazza Cavour già intitolata a Giuseppe Garibaldi, l’Eroe dei due Mondi e prima ancora a San Francesco, si entra nel cuore popolare di Forlì. Non a caso è conosciuta da sempre come la piazza delle Erbe o delle Ortolane, il luogo dove si ponevano in vendita le verdure di stagione, il prodotto del lavoro dei vastissimi orti “intra muros” cittadini. Il primo rilievo storico sulla grande area, è che non è sempre stata come appare ora: fino al 1815, la parte nord era infatti occupata dalla Chiesa di San Francesco Grande e dall'annesso convento. Eretta in stile romanico fra il 1250 e il 1266, era lunga 75 metri e larga 20 e aveva forma di croce latina, con la facciata rivolta a sud. Con San Mercuriale e la Cattedrale di Santa Croce, era fra i più importanti centri di culto cittadini, al punto da ospitare le sepolture di numerose famiglie forlivesi, fra cui gli Ordelaffi. Nel 1488, Caterina Sforza vi fece celebrare i funerali del marito Girolamo Riario, trucidato nella congiura degli Orsi, per poi trasferirne il corpo al Santuario della Beata Vergine del Piratello.

San Francesco Grande è rimasta nella storia cittadina per la Cappella Lombardini. Definita come un vero gioiello, fu realizzata per volontà del medico Bartolomeo Lombardini (1430-1512), che aveva ottenuto il permesso di erigerla 1'8 giugno 1496 dalla stessa Caterina. Il 5 ottobre 1511 – si legge in www.maiolicaitaliana.com – il Lombardini, che fra gli altri curò anche Girolamo Riario e Cesare Borgia, fece testamento, destinando 1000 ducati per la realizzazione degli affreschi, dell'ancona e del sepolcro marmoreo. Morì l'anno successivo e le volontà furono attuate dai Monsignani, suoi eredi, uno dei quali ne aveva sposato la figlia Giovanna”. Il progetto della cappella è tradizionalmente attribuito al pittore forlivese Marco Palmezzano, mentre la realizzazione forse fu di Bernardino Guiritti. Il monumento funebre in pietra d'lstria (oggi al Musée Jaquemart-André di Parigi) venne eseguito dal faentino Pietro Barilotto. Nel 1518 giunse da Urbino Girolamo Genga, che ne compì la decorazione assieme ai pittori Timoteo Viti e Francesco Menzocchi. Il pavimento in maiolica copriva una superficie di circa 40 metri quadrati ed era definito dai cronisti del tempo “di eccezionale qualità e bellezza”. Era stato realizzato fra il 1513 e il 1523 da un misterioso ceramista, tal Petrus, che alcuni autori identificano in Pietro da Bertinoro, allievo della bottega di Giacomo Taddeo a Forlì.

“Ben pochi pensano a Forlì come a una città di ceramiche – scrivono Carola Fiocco e Gabriella Gherardi in “Forlì detta anche Figline” - eppure nel Medioevo era chiamata Figline, con riferimento alla ceramica che era una risorsa di primaria importanza”. Allo smantellamento della chiesa, avviato dai Francescani nel 1793 con l'intenzione di erigerne una nuova (che non vedrà mai la luce per l’arrivo a Forlì delle truppe di Napoleone nel 1797), i Monsignani recuperarono il pavimento e lo depositarono in una loro villa di Pievequinta, a sua volta demolita nel 1862. Messo sul mercato, fu acquistato per la maggior parte da un collezionista inglese, Charles Fortnum ed oggi è custodito al Victoria and Albert Museum di Londra. Quello che a tutti gli effetti è uno dei musei d'arte decorativa più grandi del mondo, conserva più di mille mattonelle, anche se solo poche sono esposte, fra cui quella con il nome dell'artefice.

“Si tratta – continuano le due studiose - di un insieme eccezionale, anche per la varietà delle forme (ottagonali, trapezoidali, quadrate, rettangolari, romboidali) che consentono alle mattonelle, incastrandosi fra loro, di formare un disegno estremamente complesso, finalizzato alla celebrazione della storia della città. Comprende infatti, oltre a motivi decorativi particolarmente raffinati, le immagini degli uomini illustri forlivesi: il poeta Guido Pepi, il musicista Ugolino di Francesco Urbevetano, il cardinale Stefano Nardini, il pittore Melozzo etc.”. Altre parti del pavimento furono comprate dal Museo internazionale delle ceramiche di Faenza e da Antonio Santarelli per i Musei Civici di Forlì. “E’ auspicabile – concludono Carola Fiocco e Gabriella Gherardi nel loro saggio - che le istituzioni culturali forlivesi e il Victoria and Albert Museum collaborino insieme. Solo così sarà possibile compiere una ricognizione completa delle mattonelle, fotografarle e mettere l'intera iconografia a disposizione degli studiosi”.

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