Forlì ieri e oggi

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“Quando Mussolini sconvolse l’assetto di Piazza Saffi”: ecco come era il cuore di Forlì

Com’era bella Piazza Aurelio Saffi quando ancora si chiamava Vittorio Emanuele II e prima ancora Maggiore, dominata dal monumento alla Madonna del Fuoco e dalla cortina scenografica dell’Isola Castellini.

Dell’ultima visita ufficiale di Benito Mussolini alla “sua” Forlì, datata 6 ottobre 1941, rimane una dettagliata documentazione, culminante nella rassegna fotografica pubblicata sul sito web dell’Istituto Luce e, a livello locale, nella cronaca dell’evento contenuta nel Popolo di Romagna. Ne parla anche Antonio Mambelli nei celeberrimi “Diari degli avvenimenti in Forlì e in Romagna dal 1939 al 1945”. “Mussolini – scrive in calce alla cronaca di quella giornata – assiste in Forlì allo scoprimento di un busto al figlio Bruno nel Collegio aeronautico che ne porta il nome e visita l’Istituto industriale dedicato a suo padre. All’uscita si intrattiene con un gruppo di feriti e reduci d’Albania; infine si reca a inaugurare il ripristinato chiostro di San Mercuriale, che per essere aperto non può più essere chiamato così. I fascisti, mobilitati, facevano ala al passaggio, ma nessuna manifestazione di entusiasmo artificioso o reale lo ha salutato: è un commento all’impopolarità della guerra”.

Le attenzioni non proprio amorevoli di Mussolini nei confronti della piazza per eccellenza dei forlivesi, cominciano quando il fascismo non è neppure teoria. La sera del 21 maggio 1909, a capo di una squadra anarchico-socialista, avvia l’abbattimento della Colonna della Madonna del Fuoco. La stele, sulla quale era posta una statua scolpita da Clemente Molli (la stessa che oggi campeggia in piazza del Duomo), era stata eretta al centro del Campo dell’Abate il sabato santo del 23 aprile 1639 come ex voto: i forlivesi avevano così espresso il loro ringraziamento alla Madre Celeste per aver scampato la terribile peste del 1630, la stessa descritta da Alessandro Manzoni ne “I Promessi Sposi”. La colonna sarà definitivamente rimossa il 21 ottobre 1909 dall’Amministrazione comunale del tempo. La “terapia d’urto” del predappiese nei confronti della Piazza, lascia segni ben più marcati a partire dal 1931: è l’anno in cui, divenuto il Capo del Governo fascista, da ordine di innalzare la nuova sede provinciale del Palazzo delle Poste e Telegrafi. Il grande edificio progettato da Cesare Bazzani e inaugurato il 30 ottobre 1932, si fa ben guardare e compare in tutti i testi di architettura razionalista. Peccato che la sua costruzione abbia comportato la perdita di Palazzo Pantoli con gli affreschi del Giani, di via Masini, di Palazzo Rolli e dei portici medievali delle case Monti, tutte perle incastonate fra piazza Saffi e corso Mazzini nella cosiddetta Isola Castellini, agglomerato di edifici risalente in buona parte al Medioevo. Lo scempio continuò sei anni dopo con l’edificazione dell’imponente Palazzo degli Uffici Statali: anche in questo caso ci rimise un edificio antichissimo, Palazzo Baratti. “Fu degli Orceoli – scrive Ettore Casadei nella sua celeberrima Guida di Forlì e Dintorni – dai quali passò ad una famiglia Pantoli e quindi ad un ramo dei Baratti, estintosi con la morte del commendator Scipione (1927)”. Dopo un tira e molla inimmaginabile per i tempi (siamo nel 1933), prevalse l’idea della sua distruzione.

“Nella progettazione degli Uffici Statali - scrive Ulisse Tramonti in “Itinerari di Architettura Moderna” – Cesare Bazzani si misura con le concezioni razionaliste, approdando attraverso l’abbandono della simmetria e della arbitraria interpretazione degli ordini, ad una sorta di mediazione tra l’architettura romana classica e quella razionalista”. L’enorme costruzione pubblica venne inaugurata il 21 aprile 1937. Il regime fascista fece in tempo ad assestare un altre grave colpo alla memoria storica forlivese: l’apertura del chiostro (dal latino claustrum = chiuso) di San Mercuriale. L’ibrido apparso agli occhi dei forlivesi nell’ottobre 1941, in pieno conflitto mondiale, al termine della “cura” operata da Gustavo Giovannoni, non piacque ai più e continua a non piacere oggi. La decisione di mettere in relazione le piazze Saffi e XX Settembre in vista dell’edificazione del nuovo Palazzo di Giustizia, pare sia stata suggerita dallo stesso Duce. “Nel 1939 - scrive l’abate monsignor Bruno Bazzoli su “Il Momento” del 3 giugno 1997 - Mussolini ne decise l’apertura come conquista del popolo”.

Del vero “claustrum” vallombrosiano rimane solo la prima fila del triplice colonnato. Il 6 ottobre 1941, nel giorno della visita del Duce, in Piazza erano evidenti i segni di un nuovo imponente cantiere, a fianco dell’abbazia, che aveva già portato alla demolizione dell’ex Palazzo dell’Intendenza. Eretto nel Settecento come convento dei monaci Vallombrosiani, aveva ospitato fino ai primi anni Trenta alcuni edifici pubblici. I proprietari dell’area avevano affidato al progettista milanese Giovanni Muzio l’idea di erigere un hotel di lusso, l’Albergo Impero, che fosse degno della città natale del Duce. Quando già badili e picconi avevano fatto il loro dovere, il progettista del nuovo “chiostro” di San Mercuriale, Giovannoni, si oppose all’albergo, pensando con non poca presunzione che avrebbe messo in cattiva luce la sua creatura. Di lì a poco il conflitto mondiale impose la sua legge e fino al 1951, l’anno d’inaugurazione del nuovo Palazzo della Ras, progettato da Piero Portaluppi ad uso uffici, a fianco di San Mercuriale rimase uno scavo profondo, pericoloso teatro di giochi di tanti bimbi.

Piero Ghetti

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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