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Forlì ieri e oggi

Forlì ieri e oggi

A cura di Piero Ghetti

Foro Boario: i buoi sono scappati ma il tempo sembra volgere al bello

Manca poco all’avvio del recupero del grande complesso di contrattazione e vendita del bestiame, chiuso dal 1987. L’idea di un luogo privilegiato per l’approvigionamento di carne in Romagna, nasce al tempo dei Romani

Foro Boario di Forlì: i buoi sono scappati ma il tempo sembra volgere al bello. E’, infatti, apparso sul sito web del Comune l’avviso per l’affidamento in appalto del restauro delle facciate della palazzina del Foro Boario: questo significa che manca poco all’avvio del recupero del grande complesso di contrattazione e vendita del bestiame, inattivo da trent’anni. I lavori, del costo di 925.000 euro, comprensivo anche delle spese per il rifacimento del parco interno, sono finanziati quasi interamente dallo Stato: merito del bando nazionale per la riqualificazione delle periferie degradate, cui il Comune di Forlì ha utilmente partecipato nel novembre scorso proprio con i piani di ristrutturazione del Foro.

L’idea di un luogo privilegiato per l’approvvigionamento di carne in Romagna (dal latino Romània, ossia terra appartenente all’Impero Romano d’Oriente in antitesi ai Longobardi), nasce al tempo dei Romani. Nel 1925, con l’assegnazione della zona del primo Foro Boario, denominata e’ Marlinò, al conte Paolo Orsi Mangelli, che vi impiantò l’industria tessile SAOM, popolarmente detta e’ Manzel, e’ marché dal bes-ci si trasferisce nell’attuale sito in via Ravegnana. Nel 1927 l’area è recintata e sistemata provvisoriamente dall’ingegnere comunale Virginio Stramigioli, finché non si decide di costruire una struttura polifunzionale prospiciente il piazzale Foro Boario. Siamo nel 1932: il progetto dell’edificio è affidato, sembra dallo stesso capo del governo Benito Mussolini, ad uno dei maggiori interpreti del tempo, Arnaldo Fuzzi, che lo concepisce in stile neo-classico come “propileo monumentale del grande mercato, un ordine gigante costituito da colonne e semicolonne coronate da un capitello tuscanico in cotto”. Gravemente danneggiato dal bombardamento aereo alleato del 19 maggio 1944, fu ricostruito nell’immediato dopoguerra.

Per decenni è stato il punto di riferimento per l’approvvigionamento delle carni destinate al consumo alimentare, e negli anni d’oro è arrivato ad essere uno dei cinque mercati-pilota d’Italia, in cui si formava il listino prezzi nazionale dei bovini vivi. E’ Zitadón, il “Cittadone”, com’era chiamata Forlì nell’anteguerra, era punto di riferimento obbligato in Romagna dei contadini e delle rispettive azdôri nei giorni di mercato, in particolare il lunedì, quando si trattava di portare al bes-ci al Foro Boario. La trattativa veniva comunque perfezionata in Piazza Saffi, l’antico Campo dell’Abate: si mercanteggiava sotto i loggiati e in particolare “in te canton di sansêl”, posto all’altezza della chiesa del Suffragio e del Bar della Borsa, pressoché all’imbocco di Corso della Repubblica. Forlì primeggiava anche per la Fiera della Grassa, in programma la Domenica delle Palme. Povera bestia la “grassa”: oltre ad avere perso sin dalla tenera età la virilità, è stata nutrita a forza di calorie e pastoni, per poi finire nella cella frigorifera del miglior macellaio e per di più a digiuno.

In tutta la Romagna, le compravendite del bestiame si concludevano con un accordo suggellato dai sansêl. Questi personaggi chiudevano le trattative con tre strette di mano corredate da vili improperi inviati a se stessi, proclamando tutte le pene dell’inferno ai propri familiari. Del tipo: “Che murès la mi mói” oppure “che ciàpa un azidént a e’ mi fradël”, a seconda che i sensali fossero sposati o meno. Bruno Mambelli e Sanzio Zoli, nel libro “Il mercato della Grassa e dintorni” hanno scolpito su carta i nomi dei mediatori più conosciuti: Ovidio Ragazzini, Checco, Nello dla Gigia, Minguccio, Orazio Garoia, Augusto Pizzigatti detto Puiö, Odo ad Frampul, Sintoni e’ Mêgar. Gli animali da macellare si pagavano subito, quelli da lavoro dopo 29 giorni. Se dovevano stipulare di lunedì, i sensali svolgevano la propria funzione direttamente in loco. In tutta la Romagna, i vitelli erano pagati a peso e subito spediti nelle varie città d’Italia. Dai primi anni Settanta, i forlivesi hanno abbandonato la campagna e consuetudini millenarie. Via le bestie dalle stalle domestiche e fine degli allevatori: il Foro Boario di Forlì ha chiuso definitivamente i battenti nel 1987. 

53_ForoBoario2_allevatori (1946)-253_ForoBoario3_Sante Cimatti detto Tininena con la grassa (1950)-3

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