Sant’Antonio Vecchio è stata anche sala da ballo col nome di Gran Bretagna

Nel curriculum plurisecolare della chiesetta romanica di Sant’Antonio Vecchio compare veramente di tutto: magazzino per foraggio, ricovero per senza tetto e persino sala da ballo. Dal 1954 è Sacrario dei Caduti forlivesi di tutte le guerre

Nel curriculum plurisecolare di Sant’Antonio Vecchio, splendida chiesetta romanica posta in corso Diaz, compare veramente di tutto: centro di culto, magazzino per foraggio, ricovero per senza tetto, negozio di alimentari, bottega di ciabattino e persino sala da ballo. Le prime notizie dell’edificio risalgono al 1226, nell’ambito di un carteggio fra l’abate di Fiumana e quello di San Mercuriale, che disputavano proprio della sua titolarità. La questione si trascinerà per secoli, risultando vano persino l’intervento di alcuni vescovi, fra cui quello di Cesena. Nel 1797, per la precisione il 4 febbraio, festa (non a caso) della patrona Madonna del Fuoco, irrompe a Forlì un certo Napoleone Bonaparte. Il generale corso, non ancora divenuto imperatore dei francesi, elimina il motivo del contendere in modo drastico: sconsacra la chiesa e mette tutto all’asta.

“Anche in questo caso – scrive Gilberto Giorgetti in Foto di Famiglia: Forlì Ieri e Oggi – il sedicente illuminismo liberale non mostrò alcuna sensibilità verso i valori dell’arte, specie se a carattere religioso”. Prima dell’arrivo degli occupanti d’Oltralpe, nonostante il contrasto sulla proprietà, Sant’Antonio aveva svolto egregiamente le funzioni di parrocchia. Non appena il curato dovette lasciare per trasferisi nella vicina chiesa di Sant’Antonio Abate dei “soppressi” Carmelitani Scalzi, il decadimento fu immediato. La comprò il conte Antonio Gaddi, che la destinò a fienile e scuderia per i reparti di cavalleria. Il culmine del degrado risale alla seconda metà dell’800, allorché divenne sala da ballo. L’improbabile funzione danzante le procurò in dote anche un nuovo nome: “La Gran Bretagna”. Viene spontaneo immaginare l’ex chiesetta immersa in musiche popolari per forza di cosa “live”, fra salti e balli con qualche bicchiere di troppo. Sempre meglio di quando era stalla, anche se lontana anni luce dalla sacralità delle origini. “Ritorna ad un ruolo di servizio durante il primo conflitto mondiale – continua Giorgetti – quando ospitò militari convalescenti provenienti dal fronte”. Passando da privato a privato, nel corso dei secoli Sant’Antonio ha subito alterazioni strutturali impressionanti, fra cui l’imposizione di un piano divisorio interno. Al termine della Grande Guerra diventa emporio alimentare e nel contempo ricovero per senza tetto.

“Per deturpare più compiutamente la facciata – è ancora l’indimenticabile Gilberto – vi venne addossata una bicocca, nella quale esercitava un ciabattino”. I primi vagiti di recupero risalgono al Novecento e traggono origine dall’appello del conte Pietro Reggiani, che auspicò la realizzazione anche in Forlì di un sacrario ai caduti. Comincia a vedersi la luce in fondo al tunnel del degrado nel 1923, quando l’acquista il Comune. Si arriva al 1930, l’anno dell’eliminazione di ogni sovrastruttura. “La chiesa di Sant’Antonio Vecchio in Ravaldino – scrivono Marco Viroli e Gabriele Zelli in Forlì Guida alla Città – fu recuperata dapprima fra il 1932 e il 1934, su progetto dell’architetto Costantino Icchia, poi negli anni Cinquanta, quando vennero riportati alla luce l’elegante bifora centrale, le decorazioni in laterizio della facciata e i resti di due antichi affreschi di cui si ignorava l’esistenza”.

L’intervento risolutore a cura del Comitato per Forlì Storico-artistica, fu avviato nel 1955, proprio in funzione del suo utilizzo a Sacrario dei Caduti forlivesi di tutte le guerre, disposto l’anno prima: viene ricostruito l’abside e ultimata la fiancata prospiciente la via Sant’Antonio Vecchio. Gli ultimi restauri, finanziati dal Comune di Forlì, risalgono al 2008 su progetto dell’architetto Roberto Pistolesi, donato alla città dall’Associazione “Una città ideale”. Per l’occasione è stata aggiunta tutta una serie di servizi, dall’illuminazione interna al riscaldamento, per non parlare della bussola d’ingresso anti-intemperie, del sollevatore e del bagno per disabili. Il Sacrario custodisce lapidi con un migliaio di nomi, a partire dalle battaglie legate a Guido da Montefeltro e Caterina Sforza, per arrivare ai caduti della seconda guerra mondiale, ivi compresi 48 militi della Repubblica Sociale Italiana. Per completare il lavoro di onoranza a tutti i caduti, occorrerebbe aggiungere anche i civili morti sotto le bombe dell’ultimo conflitto, magari affidandosi alle moderne tecnologie.

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