Sabato, 19 Giugno 2021

"Ho visto passare l’aereo che andava a distruggere San Biagio"

A 76 anni di distanza dalla distruzione della chiesa quattrocentesca di San Biagio in San Girolamo, occorsa il 10 dicembre 1944, emerge dall’oblio la testimonianza oculare di una forlivese: Marta Tramontani

“Avevo solo 5 anni, ma ricordo quell’areo alto nel cielo come se fosse ora”. A 76 anni di distanza dalla distruzione della chiesa quattrocentesca di San Biagio in San Girolamo, occorsa il 10 dicembre 1944, emerge dall’oblio la testimonianza oculare di una forlivese, Marta Tramontani. “Alle 17,15 precise – scrive Antonio Mambelli nei suoi Diari - alcuni aerei tedeschi compaiono improvvisamente sui cieli”. Si tratta di quattro “Focke-Wulf 190 F8”, dotati ognuno di una sola bomba “Grossladungsbombe SB 1000” munita di spoletta “AZ 55 A” con sviluppo esplosivo orizzontale, anziché “ad imbuto” (mancanza del cratere) per farla esplodere prima dell'impatto al suolo. La squadriglia era partita dall’aeroporto militare di Verona ed aveva viaggiato quasi a volo radente per non farsi scoprire dai radar inglesi.

Giunti su Forlì, gli aerei sganciano il loro carico da 2.200 kg su San Biagio e in corso Diaz (nel punto in cui attualmente sorge il teatro Diego Fabbri). “Quel pomeriggio – racconta la signora Marta, classe 1939 – ero nel piazzale della Fornace Saile Villa Pianta, di cui mio nonno Achille era direttore (l’imponente edificio, chiamato il cubo dell’Omo e operante nell’area corrispondente alle attuali vie Passo Buole e Filzi, è stato interamente demolito nel 1972: https://www.forlitoday.it/blog/forli-ieri-e-oggi/quando-la-fornace-della-pianta-dava-lavoro-a-110-operai.html). Dopo esserci rifugiati per tutta la durata della guerra nel tunnel sotterraneo del trenino che, dallo scavo in via Bengasi, dove oggi c’è il parco Paul Harris, portava l’argilla alla fornace, con la Liberazione ci trasferiamo dal maestro Zambianchi in via Ugo Bassi, vicino all’ex deposito delle corriere. Nonostante Forlì fosse libera da un mese, la guerra era ancora nel vivo e gli inglesi insistevano perché rimanessimo nei rifugi. Quel giorno i miei genitori vollero ritornare alla fabbrica, che era stata scelta per posizionare un cannone antiaereo”. Era una domenica tersa e luminosa, che stava ormai declinando al tramonto.

“Ad un certo punto – riprende la testimone – alziamo gli occhi al cielo e vediamo un areo proveniente da nord, portarsi sulla ferrovia e sganciare qualcosa. Era chiaramente una bomba, anche se molto allungata, quasi un sigaro”. I Tramontani non sentono esplosioni, ma vedono una vampata di fuoco alzarsi al cielo. “Mio padre – continua Marta - pensò che fosse stata colpita la ghiacciaia Monti, da poco divenuta deposito logistico dell’Esercito Britannico, con tutta probabilità il vero obiettivo dell’attacco. Poi scoprimmo che era andata distrutta l’antica chiesa di San Biagio”.

Fra le 19 povere vittime del bombardamento figurò anche una bimba coetanea di Marta, il cui corpo venne ritrovato solo 3 giorni dopo. L’azione della Lutwaffe fu fulminea: dall’apparire in cielo dell’aereo allo sgancio dell’ordigno, passarono pochi minuti. Questo spiega perché la contraerea inglese non sia entrata in azione, ma giustifica anche il fatto, sempre più condiviso dagli storici locali, che la chiesa quattrocentesca sia stata distrutta per un errore balistico di poche decine di metri. La bomba disintegra la Cappella Feo dedicata a San Giacomo Maggiore ed i magnifici affreschi di Marco Palmezzano e Giuliano degli Ambrosi, detto Melozzo da Forlì. La cappella era stata aggiunta nel 1498 all’impianto originario della basilica, eretta nel 1433 per volere di Caterina Sforza, signora della città, che aveva inteso così onorare l’amante Giacomo Feo (sposato in segreto), rimasto ucciso nel 1495 in una congiura all’altezza del Ponte dei Morattini. Per farsi un’idea dell’opera melozziana persa per sempre, rimangono le foto in bianco e nero scattate dallo Studio Alinari nel 1938, in occasione della mostra celebrativa di Melozzo da Forlì.

In San Biagio, la mano del maestro forlivese, “molto studioso delle cose dell'arte – scrive il Vasari - e diligente in fare gli scorti”, issato fra i grandi del Rinascimento italiano “per l’uso illusionistico della prospettiva e della luce tersa”, era visibile soprattutto nelle figure dei santi Giacomo e Giovanni dipinti sulla cornice della Cupola affrescata della Cappella Feo. Alla distruzione della chiesa scampò giusto un pugno di opere d’arte: il Trittico di Marco Palmezzano con la Madonna in Trono e Santi, l’Immacolata Concezione di Guido Reni realizzata nel 1627, un’acquasantiera quattrocentesca in marmo bianco e il sepolcro funebre di Barbara Manfredi, scolpito nel 1466 da Francesco di Simone Ferrucci e ricollocato al termine dei restauri nell’abbazia di San Mercuriale. La signora Marta conclude il suo ricordo con un monito: “Per molti anni a seguire dalla fine del conflitto, ho dormito malamente con incubi ricorrenti di bombardamenti, morti e distruzioni. Spero che le nuove generazioni non debbano più vivere la barbarie della guerra”.

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