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Quando a Forlì si spense la Via del Sole

La centralissima via Pedriali, un tempo denominata Via del Sole, ha ospitato uno degli ultimi tratti scoperti del Canale di Ravaldino, conosciuto come “de’ Marinàz”. Sistemato nel 1907, fu definitivamente chiuso nel 1929

C’era una volta la Via del Sole, già Ripa Verde, Torre Orselli, del Canale e dei Dindolini, poi dedicata ad Antonio Beltramelli e Silvio Lega. Oggi è intitolata a Giuseppe Pedriali, 1867-1932, ingegnere forlivese autore di progetti ferroviari in Belgio e in Argentina. Alla sua morte lasciò, in testamento a Forlì, la città della sua giovinezza, importanti raccolte di opere d'arte. Scrivere della Via del Sole significa riepilogare la millenaria storia del Canale dei Mulini, meglio conosciuto come di Ravaldino.

“Ha origine dalla chiusa del Calanco sul fiume Rabbi, poco sopra San Martino in Strada – scrive Elio Caruso in Forlì Città e Cittadini fra Ottocento e Novecento – e l’anno in cui fu dirottato in città è incerto”. “Quando nel 1044 il capitano del popolo Scarpetta Ordelaffi liberò Forlì dal corso del fiume Rabbi, che attraversava la città – precisa Ettore Casadei nella sua celeberrima Guida – il Canale di Ravaldino fu fatto proseguire nel letto prima occupato dal fiume”.

Molto probabilmente nel 1202 venne completato nella sua parte finale, fino alla confluenza nel Ronco in zona ravennate. E’ stato uno degli assi portanti della vita e dell’economia della città. “Era il ramo principale della rete fognaria – scrive Marino Mambelli in Forlipedia - collettore per il riempimento dei fossati delle mura e della Rocca, acqua per i lavatoi (all’ingresso in città l’acqua era ancora pulita), percorso per i trasporti. Ha irrigato gli orti, mosso le ruote delle gualchiere e dei mulini, fornito acqua alle concerie (callegarie) e ai maceri”. Ancora alla fine dell’800, il Canale dei Mulini si faceva vedere e sentire (nel senso olfattivo) in numerosi tratti urbani.

“Era scoperto – continua Caruso - lungo la via dei Camaldolesi (oggi via Caterina Sforza), dove alimentava un pubblico lavatoio all'angolo di via Chiàvare (oggi Andrelini) dove attualmente sorge la casa di Riposo Zangheri e il mulino Faliceto più avanti. Dopo aver corso un breve tratto sotterraneo, ricompariva in fondo alla via Merenda, dove sfiorava le mura del palazzo Gnocchi, oggi occupato dall’Istituto Tecnico Femminile Statale Giorgina Saffi; di nuovo coperto percorreva il tratto sotto la via Missirini, il Rialto Piazza, il loggiato del Municipio e corso Mazzini, ritornando scoperto lungo la via del Sole dove lambiva la torre Numai. Scorreva poi sotto la piazza delle Erbe e ricompariva nel cortile del palazzo Paolucci Piazza (l’attuale Prefettura). Passava Sotto la via Monsignani (oggi via dei Mille) da dove continuava a scorrere scoperto nel cortile dell'oratorio di S. Luigi e tra le case di via S. Antonio Nuovo (oggi via Silvio Pellico). Qui alimentava l'antichissimo mulino Ripa, il macello comunale e un secondo lavatoio pubblico; continuava scoperto sino al mulino Grata, sotto il cui voltone usciva di città, dopo aver alimentato l'attiguo mulino Pestrino; e infine toccava il mulino Pelacano e 1'Eridania. Dopo una decina di chilometri si immette nel fiume Ronco, presso Coccolia, avendo percorso complessivamente ventidue chilometri”.

Il primo segmento urbano ad essere coperto, nel 1459, per disposizione di papa Pio III, è quello che scorre sotto il loggiato del Municipio e che il cronista Giovanni di Mastro Pedrino definì il Ponte Buro. Uno degli ultimi è proprio il tratto prospiciente la Via del Sole chiamato “de’ Marinàz”, dal soprannome popolarmente affibbiato ai Cicognani, patrioti garibaldini che abitavano in quel punto. In piena estate, torme di ragazzini amavano tuffarsi senza ritegno in quel fetido braccio. “Che il caldo eccessivo – annota il conte Filippo Guarini nel 1884 – faccia sentire il desiderio, anzi il bisogno, di gettarsi nell’acqua e rinfrescarsi, è cosa naturalissima, ma che per far ciò s’abbiano poi a dimenticare tutte le regole di civiltà e decenza, è ciò che non potrà mai ammettersi”.

E’ in quegli anni che cominciano a levarsi le prime voci, perché la Giunta Comunale provveda a tombinare il canale anche in quel tratto. “Tale misura – insiste Guarini – oltre che provvedere alla salubrità, servirà anche a far cessare una buona volta il brutto sconcio che si commette in barba alle più elementari leggi del buon costume, di vedere scorrazzare per il canale medesimo dei giovinastri in costume, potrei fare a meno di accennarlo, adamitico”. Sistemato nel 1907 con la costruzione di ponti e muretti di protezione, il Marinàz fu definitivamente chiuso nel 1929. Negli anni Cinquanta venne tombinato anche il tratto accanto al mulino Faliceto, in via Caterina Sforza, senza dimenticare il segmento posto dietro Palazzo Maldenti, cementato alla fine degli anni ‘90. Se l’ultimo braccio cittadino tuttora scoperto è visibile tra via Molino Ripa e via Luigi Nanni, dell’antica Via del Sole s’è persa ogni traccia, persino nella memoria popolare.

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