Forlì ieri e oggi

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Quando a San Mercuriale c’erano i vallombrosani

Approdati a Forlì nell’arco temporale dal 1169 al 1176, i monaci benedettini risiedettero a San Mercuriale sino al 1798, l’anno della loro soppressione disposta per decreto dai napoleonici

La Congregazione vallombrosana (da Vallombrosa, località in provincia di Firenze dov’è sita tuttora la casa madre) è una comunità di monaci benedettini fondata da san Giovanni Gualberto nel 1039. “L’ordine – si legge nell’enciclopedia Treccani - fu approvato da papa Vittore II (1055) e raggiunse la massima espansione nella prima metà del ‘500”. Già nel XII secolo i vallombrosani potevano vantare 57 monasteri in Italia centro-settentrionale e Sardegna ed è proprio nell’arco temporale dal 1169 al 1176 che approdano a Forlì. Prima del loro arrivo, l’abbazia era già condotta da benedettini.

“E’ documentato – conferma Marino Mambelli nella scheda di Forlipedia dedicata a San Mercuriale - che, a partire dal IX secolo, i sacri muri ospitarono un monastero di regola benedettina i cui monaci, oltre a praticare l’ascetismo e la liturgia, professavano il culto del patrono della città”. Nel 962 il complesso, intitolato a San Grato, è ancora fuori dalla città. Il 9 agosto 1160 il vescovo di Forlì Alessandro riconosce la situazione di fatto riguardante gli ampi possedimenti territoriali dell’abate, che si estendevano dal ravennate all’Appenino, dando vita a quella diarchia temporale che durerà sino alle soppressioni napoleoniche. “Il suo inserimento nella congregazione vallombrosana – scrive don Franco Zaghini nel libro ‘San Mercuriale, il santo e il suo monastero’ – coincide con momenti molto significativi dell’evoluzione e sviluppo della vita cittadina. Seppur potente, doveva far fronte alle pretese vescovili e, soprattutto, a quelle del giovane Comune cittadino. Secondo la regola dettata dal fondatore, i vallombrosani erano autonomi ed avevano relazioni con il vescovo solo per quanto attiene i ‘munera episcopalia’, ossia i riti delle benedizioni, consacrazioni di sacerdoti e chiese, etc”.

“Nel 1173 - raccontano Antonio Calandrini e Gian Michele Fusconi in ‘Forlì e i suoi Vescovi’ - un incendio di grandi dimensioni, causato da aspre lotte tra guelfi e ghibellini, devastò gran parte della città, quasi tutte le chiese, l’episcopio ed il monastero di San Mercuriale con l’archivio e la chiesa”. Nel 1181, il vescovo Alessandro predicava già nella nuova chiesa romanica. Allo stesso anno risale la prima pietra del maestoso campanile, il cui costruttore fu il Magistro Aliotto (forse forlivese) su progetto di un certo Francisco Deddi. Da lì in avanti, fra vescovo ed abate fu un alternarsi di rapporti pacifici e litigiosi, che raggiunse il culmine con la disputa legata al possesso del plebanato di San Martino in Strada. Quattro secoli più tardi le divergenze continuano. Un piccolo momento di pace fu osservato nel 1575, allorché, terminata la nuova abside della chiesa di San Mercuriale (quella precedente era crollata per incuria), si procedette alla ricognizione delle reliquie del proto-vescovo. In quegli anni, secondo fonti citate da don Zaghini, in Italia è documentata la presenza di 234 monaci vallombrosani, distribuiti in 19 monasteri.

“La popolazione monastica di San Mercuriale – attesta lo storico - non è mai stata molto numerosa. Allorché iniziamo ad avere testimonianze più sicure, vediamo che la ‘famiglia’ forlivese supera di poco le dieci unità”. Il personale del monastero era suddiviso in tre gruppi: i monaci veri e propri, i conversi e i novizi. “Anche a Forlì vi erano progetti di grande respiro”. Come a dire che anche i vallombrosani pensavano in grande. Basta vedere la decisione dell’abate don Bruno Gnocchi di affidare all’architetto Matteo Masotti la costruzione di un grande palazzo sul lato destro della chiesa, dopo il chiostro, con funzioni di rappresentanza dell’ordine. Ironia della sorte, l’edificio venne completato alla fine del 1797, l’anno dell’arrivo dei napoleonici a Forlì.

Per i vallombrosani fu l’inizio della fine: il 3 agosto 1798 i nuovi governanti della Repubblica Cisalpina emisero il decreto ufficiale per la soppressione dei monaci di San Mercuriale, che dovettero lasciare per sempre la città. “San Mercuriale – conclude don Zaghini – finì la sua millenaria esperienza monastica e rimase una parrocchia cittadina”. L’uscita di scena dei vallombrosani risultò fatale anche per il loro palazzo: divenuto sede dell’Intendenza di Finanza, è stato demolito nel 1937. Al suo posto nel dopoguerra è sorto l’attuale edificio, progettato dall’architetto milanese Pietro Portaluppi per conto della Riunione Adriatica di Sicurtà, divenuta proprietaria del terreno. 

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Sono un funzionario pubblico impelagato nel diritto amministrativo, ma anche giornalista desideroso di descrivere le buone azioni (che non fanno rumore) dei tanti concittadini solidali con il prossimo. Ho una moglie poliglotta con due figlie che crescono e nel tempo libero cammino in Appennino e riesco pure a togliermi qualche soddisfazione a tennis. Appassionato di storia locale, sin da bambino sono affascinato dai cambiamenti subiti dalla mia Forlì. Mi piace scartabellare carte polverose e indagare foto e prospettive di un tempo, alla ricerca di indizi su come potesse essere in origine quel luogo o quel monumento sopravvissuti all’incedere del tempo

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